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Burkini 2

Articoli di Michela Marzano (Repubblica 19.8.16) e di Bia Sarasini e Giuliana Sgrena (manifesto 19.8.16) LEGGI DI SEGUITO

“”Una bomba atomica sociale. Fu questo l’effetto che, nel luglio del 1946, provocò il primo bikini moderno indossato a Parigi, e così chiamato dall’inventore in onore dell’atollo del Pacifico in cui pochi giorni prima era stato fatto esplodere, appunto, un ordigno nucleare. Una bomba atomica sociale, dicevo. Anche quando, negli anni Sessanta, il bikini trovò infine la propria consacrazione sulle spiagge della Costa Azzurra. E cominciarono a essere sempre più numerose le donne felici di seguire l’esempio di Brigitte Bardot. A chi appartiene d’altronde il corpo delle donne se non a loro stesse? Non è forse loro, e solo loro, la scelta di mostrarsi o di coprirsi? La storia della progressiva conquista della libertà e dell’autonomia femminili è nota a chiunque. Esattamente come sono note le periodiche polemiche sulla linea sottile che separa la libertà individuale dal conformismo sociale, l’autonomia personale dalla sottomissione alla moda. C’è sempre chi si erge a difensore della possibilità, per ogni donna, di gestire come vuole il proprio corpo e la propria immagine e chi, sottolineando l’impatto che le norme sociali hanno sulle attitudini e i comportamenti individuali, sottolinea invece la nuova forma di “servitù volontaria” cui si sottoporrebbero da anni le donne per corrispondere agli stereotipi di femminilità e di seduzione. Ma si può applicare questa griglia di analisi anche alle recenti polemiche scoppiate in Francia sul burkini, e alla conseguente decisione presa da alcuni sindaci di vietarne l’utilizzo in spiaggia? Siamo di fronte a una nuova bomba atomica sociale oppure la categoria della libertà, questa volta, è insufficiente a capire quello che sta accadendo?

Non è facile per chi vive in Francia da anni – e ha assistito dapprima in maniera distratta, poi in modo sempre più interrogativo, alla trasformazione progressiva di un certo numero di usi e costumi – schierarsi con chi è favorevole al divieto di andare in spiaggia con un burkini in nome dell’uguaglianza uomo-donna (perché sono sempre e solo le donne a doversi coprire?) oppure con chi è contrario al divieto in nome della libertà femminile (non spetta forse alle donne decidere se mettersi un bikini o un burkini?). E questo non solo perché non c’è vera libertà senza uguaglianza e viceversa – come sa bene chiunque si interessi alle condizioni che permettono alla libertà di esprimersi –, ma anche perché sia la libertà sia l’uguaglianza sono valori che, una volta contestualizzati, riflettono inevitabilmente le contraddizioni della società in cui si vive. Quella Francia in cui, fino a qualche anno fa, era impensabile ascoltare il racconto di una ragazza musulmana che, una sera di Ramadan, viene apostrofata da un gruppo di ragazzi perché porta il rossetto: “Sorella! Non sai che non ci si mette il rossetto quando è Ramadan?” Quella Parigi in cui, fino a pochi mesi fa, era inconcepibile immaginare che in Università alcuni studenti spiegassero che è giusto che un ragazzo non stringa la mano di una ragazza (per pudore? per rispetto?) e che ogni donna degna di questo nome non giri da sola per strada e si copra integralmente – “un fratello non può accettare che la sorella non sia velata senza perdere l’onore!”. L’editore egiziano Aalam Wassef ha recentemente chiesto agli Occidentali di non essere naïfs quando si tratta di discutere del significato del burkini e di non dimenticare che l’Islam non può ridursi alla visione integralista dei Salafiti. Portare il burkini, per Wassef, non sarebbe una prova di libertà, esattamente come vietarne l’uso non sarebbe una forma di islamofobia. Anche semplicemente perché ci sono tante donne musulmane che vorrebbero avere la possibilità di indossare un bikini, e sarebbe quindi estremamente difficile aiutarle a esercitare questo tipo di libertà se, arrivando in spiaggia, incontrassero gruppi salafiti pronti ad apostrofarle: “Sorella! Non sai che anche in spiaggia una donna si deve coprire?”. Ogni essere umano, spiegava il padre del liberalismo John Stuart Mill, ha come vocazione quella di essere libero. E sarebbe un crimine contro l’umanità non rispettarne l’autodeterminazione. Anche la libertà, però, ha i suoi vincoli. E finisce laddove, in suo nome, la si cancella, visto che non può essere in nome della libertà che ci si ritrova poi in una situazione di servitù o sottomissione. Il problema allora, nel caso del burkini, non è tanto la libertà o meno della donna di vestirsi come meglio crede. Su questo siamo (o dovremmo) essere tutti d’accordo. Il problema sono le condizioni di esercizio della libertà delle donne musulmane. Cosa le spinge o meno a coprirsi? La paura del giudizio o delle sanzioni da parte dei familiari? I precetti religiosi? Il desiderio di opporsi ai valori occidentali? Il pudore? Certo, la libertà individuale è sempre sacra. Ma non ha ragione anche Lacordaire quando, nel XIX secolo, ci ricorda che “tra il forte e il debole è la libertà che opprime e la legge che affranca”? “”

Bia Sarasini
“”È il corpo delle donne il nervo scoperto toccato dal divieto del burkini sulle spiagge francesi. Nudo o coperto, chi ha l’autorità di decidere? Ho letto incredula la dichiarazione del primo ministro francese Manuel Valls: «Non è compatibile con i valori della Francia e della Repubblica». Perché non si tratta di una moda, ha detto, bensì dell’affermazione di un progetto basato sull’asservimento della donna. Trovo sorprendente che sia così difficile soffermarsi a pensare che una decisione presa da chi rappresenta la Repubblica, non sia molto diversa da quella di chi impone per legge il velo, la copertura totale.
Si tratta di un potere che decide come deve essere, come si deve presentare il corpo di una donna. E se Paolo Flores è coerente con le proprie posizioni, nello scrivere, che «la proibizione del bikini è una giusta protezione dei principi di laicità», mi stupisce che chi si dichiara femminista, come Lorella Zanardo, consideri opportuno e necessario, e proprio per le donne, il divieto.
Nessuno ha diritto di dire a una donna come si deve vestire, o svestire, non è questo abbiamo sempre detto, noi femministe? I codici vestimentari, i codici del corpo, tutti, sono delle trappole che imprigionano le donne. Non lo aveva ben spiegato la grande scrittrice e sociologa marocchina Fatema Mernissi, che in “L’harem e l’occidente (Giunti Astrea) ci aveva svelato la tortura della taglia 42 (peraltro ora ulteriormente diminuita)? : «Fu in un grande magazzino americano”scrive, “nel corso di un fallimentare tentativo di comprarmi una gonna di cotone, che mi sentii dire che i miei fianchi erano troppo larghi per la taglia 42. Ebbi allora la penosa occasione di sperimentare come l’immagine di bellezza dell’Occidente possa ferire fisicamente una donna e umiliarla tanto quanto il velo imposto da una polizia statale in regimi estremisti quali l’Iran, l’Afghanistan o l’Arabia Saudita”. Un’affermazione forte e provocatoria, a mio parere l’unico quadro concettuale che permetta di ragionare a mente aperta e lucida sul nodo intricato che il burkini e le donne che lo portano ci costringono a guardare.
Perché si tratta di carne viva, non è un gioco di parole, provoca sussulti e reazioni. Quali? Che cosa è esattamente in gioco? La libertà di chi? Se si tratta della libertà delle donne musulmane, come i sostenitori del divieto affermano, a mia volta non ho dubbi. Meglio che entrino in acqua, che nuotino, che facciano sport, come vediamo alle Olimpiadi in corso, con una tenuta che risulti compatibile ai loro principi, al loro mondo, piuttosto che stiano ferme, chiuse, prigioniere. Muoversi è acquisire forza, determinazione, provare piaceri e soddisfazioni. La libertà delle donne è una costruzione, una trasformazione. Meglio che vadano a scuola, piuttosto che tenute in casa, perché la legge proibisce il velo che la famiglia e la religione impongono, come è in vigore Francia.
Sembrerebbe questa la molla che ha ispirato l’australiana di origine libanese Aheda Zanetti, che nel 2003 voleva qualcosa che permettesse a sua nipote di giocare a netball, a ideare il burkini, il nome è suo. Costume messo in commercio nel 2007, e che finora circa 700.000 pezzi nel mondo in varie versioni, da quella più aderente a quella più larga, a prezzi che in questo momento sul sito della stilista variano dai 35 ai 143 euro. Compromesso, minor danno? A me sembra una strada praticabile, di fatto il proibizionismo impedisce ad alcune donne di godere del diritto-libertà di stare sulla spiaggia e fare il bagno.
E se la libertà fosse quella degli uomini di avere a disposizione sulle spiagge corpi semi-nudi di cui bearsi senza ostacoli, come del resto capita negli sport, con telecamere che indugiano del tutto inutilmente, rispetto all’azione atletica, su cosce, culi, pube? O ancora, è in gioco la libertà delle donne di mostrarsi o no allo sguardo maschile? E che ne è della libertà delle donne di essere come desiderano essere, oltre quello sguardo, quei custodi che si arrogano il diritto di parlare a loro nome? Qual è il codice libero da quello sguardo dominante? Arduo rintracciarlo, nel libero-liberista mondo dell’unico mercato. E quanto alla laicità, che laicità è se si trasforma in fondamentalismo?
Non si tratta di confondere libertà e sottomissione. Conosciamo i codici, le leggi, i modelli culturali che costringono le donne a vite senza respiro e senza luce. Li combattiamo. Il primo passo è ascoltare le donne, quelle che scelgono di abbigliarsi in quel modo che tanto ci infastidisce e ci turba. Nulla mi sembra più liberatorio che guardarsi da vicino, le une e le altre, gli altri forse, senza schermi, su una spiaggia. Ti guardo, mi guardi. Ci guardiamo. Sono i divieti che creano distanze, barriere, abissi. Perché impedire che lo sguardo reciproco conduca al libero pensiero, alle libere scelte?””

Giuliana Sgrena
“”Il burkini è una scoperta recente, fino a 10 anni fa non esisteva e non si sentiva il bisogno di un burqa da bagno. La nuova moda di costumi da bagno per musulmane è nata in occidente: inaugurata in Australia per musulmane bagnino, si è poi diffusa nel paesi del Golfo per poi raggiungere gli Stati uniti e infine in Europa.
Il burkini si è ben inserito nel fiorente mercato della moda islamica, promossa anche da stilisti famosi come Dolce e Gabbana, Valentino, Prada e da grandi magazzini come Mark & Spencer – che ha lanciato un proprio marchio -, H&M, Zara e Mango.
Una modest fashion il cui giro di affari nel 2013 ha raggiunto i 235 miliardi di dollari ed è in ulteriore espansione. Frequentando le spiagge di diversi paesi arabi e musulmani mi è capitato di vedere donne che si facevano il bagno con maglietta e pantaloni (Egitto) o con normali costumi da bagno in Algeria o Tunisia. Certo mi è capitato anche di vedere una saudita con velo integrale, calze e guanti, andare con un pedalò sul mar Morto mentre ascoltava i discorsi registrati di un imam.
Siccome il sole di Giordania era incandescente la ragazza con marito e cognato avevano approfittato della nostra tenda – una sorta di ampio ombrellone – per ripararsi: i maschi erano in costume e non si sono certo scandalizzati per il nostro bikini e tanto meno del fatto che la moglie di uno dei due grondava sudore e per bere doveva nascondersi dalla vista del pubblico per potersi alzare il velo. Forse ora porterà i burkini e magari per lei sarà un miglioramento, ma per tutte le musulmane che ho visto in costume nei loro paesi d’origine certamente no.
Dunque difendere il burkini facendo appello all’identità delle donne musulmane è una sciocchezza. Ma questa nuova «moda» fa parte di quel processo di reislamizzazione – di cui la Turchia è solo l’ultimo esempio – che vuole ricondurre la pratica religiosa al rigore e a un’ostentazione dell’appartenenza che penalizza le donne. A un’interpretazione fondamentalista dell’islam va ricondotto anche l’obbligo del velo che non è previsto dal Corano. E ora persino il burkini farebbe parte delle prescrizioni del Profeta!
Ma sono sempre i maschi – che non fanno certo il bagno con una jellaba firmata Mark & Spencer – a dettare legge. Una regressione nella libertà delle donne musulmane evidente anche nelle Olimpiadi: l’algerina Hassiba Boulmerka – medaglia d’oro nei 1.500 metri alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 – non portava certo l’hijab. E non ha smesso di correre con i pantaloncini anche quando è stata condannata a morte dagli islamisti di casa sua. Sulle libertà conquistate non si può tornare indietro.
Sentire parlare – anche femministe – della libertà di portare il burkini mi fa venire in mente le donne afghane che quando si toglievano il burqa avevano il viso squamato, poi hanno scoperto le conseguenze: mancavano di vitamina D che si sviluppa con l’esposizione al sole.
La decisione di vietare il burkini presa da alcuni comuni della Costa azzurra, Corsica, Catalogna e anche da un hotel ad Hammamet ha fatto gridare allo scandalo. Le stesse proteste che seguirono l’approvazione in Francia della legge che vietava l’uso di simboli religiosi e che invece ha funzionato.
Vietare il burkini – secondo i «benpensanti» – alimenterebbe l’islamofobia. È esattamente il contrario. Sottolineare le differenze alimenta l’identitarismo che provoca scontri e ha portato persino a delle guerre (ricordate l’ex-Jugoslavia).
Difendere la dignità della donna garantendole la parità, invece, vuol dire respingere tutte quelle discriminazioni che la donna ancora subisce, soprattutto nel mondo musulmano. Vogliamo schierarci dalla parte dei fondamentalisti che considerano le donne impure e per questo le obbligano a seguire i loro diktat o vogliamo sostenere quelle che lottano per liberarsi da una religione invasiva dello spazio pubblico e politico perché non ha ancora avviato un processo di secolarizzazione?
Sostenere la «libertà» di portare il burkini vuol dire ignorare la condizione delle donne musulmane. Come mi ha detto un’amica algerina: «Noi non possiamo decidere nulla (matrimonio, divorzio, poligamia, eredità, etc.),è singolare che invece saremmo noi a scegliere di portare il velo» (o il burkini). Continuando di questo passo invece di progredire ci troveremo anche noi con le piscine aperte solo ai maschi (già ora c’è chi ritiene che non basti il burkini perché quando la donna esce dall’acqua lascia intravedere le forme),gli autobus separati – dietro le donne e davanti i maschi – e con l’apartheid nelle scuole.
Forse non saranno leggi o divieti a far crescere la consapevolezza delle imposizioni subite dalle donne, costrette a negare il proprio corpo per salvaguardare l’onore del maschio, tanto meno la tolleranza, ma un convinto e determinato impegno a promuovere quei valori universali che solo uno stato laico può garantire.””

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