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C'è una città palestinese che non vuole l'indipendenza, ma l'autarchia. Ecco come

È uno “stallo instabile”, quello in cui si trova la questione israelo-palestinese: l’espansione continua degli insediamenti israeliani, la decisione su Gerusalemme del presidente americano Donald Trump, e la conseguente rottura con Mahmoud Abbas non fanno presagire alcuno sviluppo in direzione della pace e della sovranità palestinese.

Abituati al dualismo tra opzione militare e opzione diplomatica, i palestinesi della West Bank sembrano aver iniziato a percorrere anche una terza via: quella verso l’indipendenza economica. Questo approccio è ben esemplificato dalla nuova cittadina di Rawabi, nei dintorni di Ramallah, della cui recente costruzione è responsabile in particolare Bashar Masri, un imprenditore palestino-americano.

Un progetto ambizioso, che finora ha visto la costruzione di un centro commerciale, uffici ultra-moderni, un anfiteatro da 12000 posti, un parco divertimenti e una multisala. La città offre in vendita appartamenti ecosostenibili a prezzi ragionevoli, oltre a fornire migliaia di potenziali nuovi posti di lavoro ai residenti delle aree vicine.

Un messaggio alla comunità internazionale

“Rawabi manda un messaggio alla comunità internazionale, nel quale dice che i palestinesi non sono i terroristi che vengono dipinti. Siamo pronti a costruire il nostro Stato, e questa città ne è la prova”, spiegava Masri ad un giornalista del Guardian, a maggio 2016. Cinque anni prima, a settembre 2011, il forum degli Stati donatori aveva annunciato che l’Autorità Palestinese era pronta a costruire il proprio Stato. Basò le proprie conclusioni sulla base di report delle Nazioni Unite, del Fondo Monetario internazionale e della Banca Mondiale.

Come ricorda il giornalista israeliano Akiva Eldar, nel 2008 l’allora leader dell’opposizione israeliana Benjamin Netanyahu fece un discorso pubblico in cui affermò che “la pace economica è il miglior corridoio verso la pace diplomatica”. Una posizione – quella di favorevolezza in principio all’indipendenza economica palestinese – che poi avrebbe confermato anche da primo ministro, come racconta ad Al Monitor l’ex capo della Banca centrale israeliana Evi Eckstein.

“Israele vuole un’economia palestinese debole”

A parole, poiché nei fatti ha perseguito una strada opposta. Eckstein sostiene che Israele oggi è “interessato unicamente ad un’economia palestinese debole, impoverita e vincolata alla buona volontà del governo e dell’Esercito israeliano”. Il controllo che Israele esercita sull’ingresso dei lavoratori palestinesi provenienti dalla West Bank e sui materiali diretti verso la Striscia di Gaza è diventato nel tempo uno strumento di controllo sugli stessi palestinesi.

Nel suo libro “il bastone e la carota”, Shlomo Gazit – che nel 1967 coordinava le attività del governo israeliano nei Territori – ha scritto che Israele si è a lungo prodigata per impedire l’apertura o la riapertura di aziende di proprietà di arabi, i cui prodotti sarebbero stati concorrenziali con quelli israeliani. Eckstein poi suggerisce che paesi come la Svezia dovrebbero tradurre il loro sostegno alla causa di uno Stato palestinese in un supporto diretto all’economia dei Territori, anzichè in trasferimenti di denaro nelle casse dell’Autorità palestinese.

Nonostante gli ostacoli posti da Israele non manchino. Per esempio, Tel aviv ha consegnato agli insediamenti israeliani gran parte delle risorse nei territori che ricadono nell’Area C: secondo un rapporto della ong Yesh Din, in questa area sono stati dati ai coloni circa 17300 acri di terreno, a fronte di 2125 acri per i palestinesi. Come disse nel 2009 l’ex primo ministro palestinese Salam Fayyad, presentando un piano per uno Stato palestinese de facto, “dobbiamo porre fine all’occupazione (economica), nonostante l’occupazione (fisica)”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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