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Cambridge Analytica ha chiuso i battenti. Dopo aver fatto, a suo modo, la storia

Cambridge Analytica, la società che aveva sottratto in maniera fraudolenta i dati di milioni di utenti Facebook per poi bersagliarli con messaggi di propaganda politica mirata, ha chiuso le operazioni. Troppo pesanti le conseguenze dello scandalo che ha inferto un danno d’immagine senza precedenti al social network più popolare del mondo, portando Mark Zuckerberg a testimoniare di fronte al Congresso e costringendolo a fornire agli iscritti maggiori garanzie e maggior controllo sul trattamento dei propri dati.  

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La sospensione di Nix non ha fermato la fuga di clienti

A rivelare la notizia è stato il Wall Street Journal. La cessazione di ogni attività, effettiva da oggi (ai dipendenti è stato già chiesto di restituire i computer aziendali) è stata poi confermata da Nigel Oakes, fondatore di Scl Group, l’affiliata britannica di Cambridge Analytica. A costringere il gruppo, che collaborò anche con la campagna elettorale di Donald Trump (e ebbe al vertice proprio l’ex chief strategist del presidente Usa, Steve Bannon) a gettare la spugna sono state le enormi spese legali che si prospettavano e l’emorragia di clienti: non tanto i soggetti politici che si avvalevano dei suoi servizi (tra i quali un partito italiano che non è stato ancora identificato) quanto le aziende.

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Secondo fonti ben informate citate dal quotidiano finanziario statunitense, nelle ultime settimane la compagnia aveva smesso di ricevere commesse. A nulla era servita la sospensione dell’amministratore delegato Alexander Nix, né l’avvio di un’indagine interna per determinare se la compagnia avesse o meno commesso. Nix era stato sospeso dopo che un giornalista di Channel 4, fingendosi un potenziale cliente, aveva registrato una conversazione con il manager nella quale quest’ultimo suggeriva tattiche elettorali quali corrompere gli avversari, anche attraverso prostitute, per poi ricattarli.

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Le rivelazioni di Christopher Wylie

Il caso esplose lo scorso 17 marzo, quando ‘The Observer-The Guardian’ e ‘New York Times’ rivelarono in esclusiva che milioni di profili social di elettori americani erano stati violati dalla società quando era al servizio della campagna di Donald Trump per la Casa Bianca, allo scopo di profilarli e bersagliarli con messaggi elettorali mirati. A rivelare il furto di dati era stato l’ex dipendente Christopher Wylie. “Abbiamo sfruttato Facebook per raccogliere i profili di milioni di persone. E abbiamo costruito modelli per sfruttare ciò che sapevamo su di loro e mirare ai loro demoni interiori. È su questa base che l’intera società è stata costruita”, racconto il ‘whistleblower’.

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Le responsabilità di Facebook

Cambridge Analytica, fondata dal miliardario e specialista in hedge fund Robert Mercer, aveva raccolto i dati attraverso l’app thisisyourdigitallife, sviluppata dall’accademico dell’università di Cambridge Aleksandr Kogan che, tramite la società Global Science Research aveva pagato centinaia di migliaia di utenti Facebook per sottoporsi a quello che appariva come un test sulla personalità. Costoro firmarono una liberatoria sull’uso dei loro dati ai fini di studi scientifici. Ma non fecero altrettanto le decine milioni di loro amici i cui dati furono rastrellati da Cambridge Analytica senza il loro consenso. Il furto di dati era stato scoperto alla fine del 2015 dal social network di Menlo Park, che però non fece nulla per informare gli iscritti coinvolti, almeno 50 milioni, e si limitò a correrre ai ripari con limitate contromisure per recuperare e proteggere le informazioni sensibili.

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L’effetto fu un colossale danno di immagine per Zuckerberg (con tanto di campagne per abbandonare in massa la sua creatura), costretto a chiedere scusa di fronte a un mondo che voleva “rendere migliore” e a concedere agli utenti un maggior controllo sulla gestione dei propri dati. Se solo parte degli oltre due miliardi di abitanti del pianeta Facebook avrà acquistato, grazie a questa vicenda, una maggiore consapevolezza sui rischi ai quali espone la vita digitale, il caso Cambridge Analytica non solo sarà servito a qualcosa ma avrà contribuito a scrivere una pagina positiva della storia della rete. 
 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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