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Cambridge Analytica: le 4 domande del Financial Times a Facebook

La tempesta di accuse su Facebook per il caso della britannica Cambridge Analytica, la società che ha raccolto i dati personali di oltre 50 milioni di utenti del social media, violandone la policy ed influenzando le presidenziali americane, la Brexit e altre campagne elettorali, ha spinto il Financial Times a formulare 4 domande da rivolgere a Facebook, definito il dispositivo “più potente di tutti i tempi”, capace di mettere in ombra perfino la televisione. Tuttavia lo stesso Ft chiarisce che non è ancora chiaro l’impatto di questo potentissimo media, cioè “dobbiamo ancora capire quanto efficacemente Facebook è in grado di condizionare il modo in cui pensiamo e in cui votiamo”. Di qui la necessità di porci una serie di domande sul modello di business di questo social estremamente redditizio, sui suoi obblighi nei confronti degli utenti e sul suo ruolo nel processo democratico. Ecco le 4 domande fondamentali.

1) Perché Facebook ha agito con tanto ritardo dopo che è stata scoperta la fuga di dati?

Secondo i rapporti pervenuti, scrive il quotidiano, Cambridge Analytica ha utilizzato i dati ricavati  dai profili di 270.000 utenti, che hanno accettato di effettuare un sondaggio e di scaricare un’app in cambio di una piccola somma (quel numero è poi salito a 50 milioni di profili attraverso le reti degli amici dei rilevatori). Agli utenti è stato detto, falsamente, che le informazioni sarebbero state utilizzate solo a scopo accademico. Facebook sapeva che i dati privati ​​degli utenti erano stati utilizzati fin dal 2015. La reazione di Facebook è stata quella di chiedere che Cambridge Analytica distruggesse i dati. Tuttavia, considerate le dimensioni della perdita, è sorprendente che le autorità non siano state informate immediatamente. Cosa ancora più strana è che la consulenza non sia stata bandita dalla rete di Facebook fino all’ultimo.

2) Chi è responsabile per questo ‘buco’?

I dirigenti di Facebook hanno sostenuto che la perdita non era un’operazione di hackeraggio e che nessuna informazione sensibile come le password erano state rubate. Hanno anche detto che l’uso dei dati da parte di Cambridge Analytica rappresentava una violazione delle sue regole. Se tutto ciò è stato detto per non assumersi delle responsabilità, si tratta un fallimento completo da parte del colosso del web. Il fatto che una simile quantità di dati sia stata sottratta dalla piattaforma senza che Facebook stabilisse in modo conclusivo dove questi dati fossero finiti rappresenta una negligenza colpevole. Dire semplicemente che le regole per le applicazioni di terze parti sulla rete sono state rafforzate non basta a coprire le responsabilità. La realtà è che siamo di fronte a un grosso fallimento: di chi è la colpa?

3) Perché Facebook accetta di trasmettere messaggi pubblicitari politici?

Non sappiamo quanto successo abbia avuto Cambridge Analytica nel trasformare i dati acquisiti in pubblicità mirate che hanno cambiato il comportamento degli elettori. Ma data la quantità di informazioni che Facebook dispone sui suoi utenti, non si può negare che possieda   un potenziale di manipolazione di ampia scala sull’elettorato. Dopotutto il prodotto di Facebook non è altro che un preciso ‘targeting’ e un’influenza sui consumatori. Un modo per limitare l’abuso politico della piattaforma sarebbe che Facebook si rifiutasse di veicolare contenuti politici a pagamento di ogni tipo e limitasse (per quanto possibile) la presenza di organizzazioni apertamente politiche sulla sua piattaforma. La missione di Facebook è “avvicinare il mondo”. Vietare annunci politici sarebbe un passo in quella direzione.

4) Non dovrebbero tutti quelli che si preoccupano della società civile semplicemente lasciare Facebook?

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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