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Capaci bis. Giuffrè: “Anche la massoneria voleva Falcone morto”

capaciRedazione-“Non mi ricordo un’altra riunione di questo genere, là dentro regnava il silenzio più assordante. C’era il gelo”.Inizia così il raccorto di Manuzza, Antonino Giuffrè, chiamato a deporre durante il processo Capaci bis. 

L’ex boss di Caccamo inizia infatti descrivendo la riunione della Cupola durante la quale il Capo dei Capi Totò Riina pianificò la sua nuova strategia contro lo Stato.  “Oggi è arrivato il momento per ognuno di noi di prendersi le sue responsabilità, dobbiamo chiudere i conti con tutti coloro che ci hanno portato in questa situazione, sia per quanto riguarda Falcone e Borsellino, sia per i politici traditori”,avrebbe detto Totò u’ curtu durante la riunione, rivolgendosi ai capimandamento presenti. E Giuffré prosegue: “Si riferiva a Lima, i Salvo, Mannino e se ricordo bene anche Virzì”, tutti colpevoli di “non avere mantenuto fede alle promesse fatte” ma anche, di aver “fatto perdere la faccia a Salvatore Riina nei confronti della commissione provinciale, della commissione regionale e di tutte le persone poi condannate all’ergastolo”.

Fu un intervento che lasciò perplesso Giuffrè, che, ascoltato dalla corte di Caltanissetta in trasferta a Milano, ha ricordato di aver avuto intenzione di obiettare qualcosa: “Volevo delucidazioni… se era un bene o un male andare a fare questo…”. Non ci riuscì: “Raffaele Ganci  che era accanto a me, da sotto il tavolo mi dà un colpo di ginocchio e non ho più parlato. Non ha parlato nessuno, questo è poco ma sicuro”.

Riguardo al maxiprocesso, in particolare, il collaboratore di giustizia ha rivelato anche come Cosa Nostra facesse affidamento a “ammorbidimento presso gli ambienti politici tramite canali della Democrazia Cristiana.” “Noi avevamo Salvo Lima, che era in stretto rapporto con Roma”, ha aggiunto. “E quando dico Roma intendo Andreotti”.

Più specificatamente su Falcone, Giuffrè ha sostenuto che “anche la massoneria lo voleva fermare”. “Probabilmente anche la famosa P2 di Gelli” ha specificato, sottolineando che “contro Falcone ci fu un adoperarsi a più livelli perché con le inchieste andava a ledere rapporti professionali ed economici importanti, andava a colpire l’intrigo che c’era tra mafia ed organi esterni. Così iniziò una campagna di delegittimazione sia da parte di Cosa nostra, che dal mondo dell’imprenditoria che da quello politico. Anche la massoneria. C’erano contatti di Provenzano e Riina con la massoneria deviata. Potevano esserci anche rapporti tra Cosa nostra e la P2. Ricordo che Sindona stesso fosse legato a qualche massoneria deviata di questo genere”.

D’altra parte, ha proseguito l’ex boss, Falcone “con le sue inchieste stava scavando sui grandi affari. A quel tempo c’erano i soldi che arrivavano a fiumi dall’America”. Così, “non si colpiva solo la mafia ma anche tutto quell’entourage vicino a Cosa nostra nel discorso del riciclaggio e degli appalti”. Pertanto, “eliminare Falcone e Borsellino era necessario per disinnescare quell’ordigno esplosivo che metteva a rischio Cosa nostra e che si era acceso con le inchieste dei due giudici”.

Non fu una decisione presa all’improvviso, però: “Da tempo si parlava di fermarli”, ha precisato, riferendosi anche al fallito attentato all’Addaura. Un attentato che non ebbe esito, così che si dovette attendere la riunione della Commissione provinciale tra novembre e dicembre 1991 per riparlare dell’uccisione del giudice: “Si era già capito che il maxi sarebbe andato male quando non venne assegnato al giudice Carnevale”.

Così, Falcone venne ”isolato”. Una delegettimazione che avvenne, secondo Giuffrè “non  in tutta la magistratura, perché direi una sciocchezza, ma anche in parte di questa, a Palermo”, ricordando in particolare un “rapporto di tensione” tra Giammanco e Falcone stesso. Fino alla morte.

 Cinquantasette giorni dopo fu la volta di Paolo Borsellino. Giuffrè, però, non sa spiegare il motivo per cui si verificò un’accelerazione simile. Così come riguardo il fatto che, allo svincolo di Capaci, il giorno della strage, vi fossero uomini esterni a Cosa Nostra.
Sa, però spiegare la presenza, nella vita dell’organizzazione, dei servizi deviati: i contatti con uomini dell’intelligence, a suo dire, “Li avevano i Graviano, erano discorsi che si facevano, non mi ricordo se me lo disse Aglieri o Carlo Greco”.

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