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Carlo Flamigni: Procreazione assistita, una legge disinnescata

Diritti e Rovesci

Cosa rimane della legge 40 dopo le numerose sentenze di tribunali civili e della Consulta? Intervista al professor Flamigni, padre della fecondazione assistita in Italia.


martedì 7 ottobre 2014 09:55


In dieci anni di battaglie legali, 29 sentenze di tribunali civili e amministrativi, della Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno fatto a pezzi una delle leggi più illiberali dell’Italia repubblicana, la legge 40 del 2004 sulla Procreazione medicalmente assistita (Pma). L’ultima sentenza della Consulta dello scorso aprile, in particolare, ha cancellato il divieto di fecondazione eterologa ossia il ricorso alla donazione di gameti esterni alla coppia, abbattendo così uno dei principali motivi di turismo riproduttivo degli italiani, costretti – almeno chi poteva – a rivolgersi oltreconfine per avere un figlio.

Agli albori della legge. Fortemente incentivata – se non direttamente commissionata – dalla Conferenza episcopale italiana allora presieduta dal cardinal Ruini, la legge serviva, nelle intenzioni, a restringere l’applicazione di una pratica clinica, quella della fecondazione in vitro, che mina i principi “non negoziabili” della Chiesa sulla sacralità della vita e sul concepimento come scopo primario e naturale del vincolo matrimoniale. Da una parte la difesa della “famiglia”, che con l’utilizzo di pratiche artificiali si sottrarrebbe al disegno divino, dall’altra il “diritto alla vita” degli embrioni, anche a scapito (come d’altronde per l’aborto) della salute della donna. La fecondazione in vitro è in sostanza, per i talebani del cattolicesimo, una pratica immorale. Ma consci dell’impossibilità di vietarla in toto, chiedevano a gran voce di limitarne i “danni” attraverso la salvaguardia degli embrioni e la punizione fisica – perché di questo si tratta – delle donne che vi fanno ricorso. Ad accogliere le sue pressioni, la Cei ha trovato una platea particolarmente zelante, quella del secondo governo Berlusconi, brulicante di teocom e affamata di appoggio politico del mondo cattolico all’alba di nuove elezioni. Il risultato non si è fatto attendere: il 19 febbraio 2004 il parlamento ha approvato una legge non solo non necessaria (la materia era già regolamentata) ma fortemente restrittiva dei diritti dei cittadini, recependo quelle direttive sul “peccato” proprie della religione ma non della sfera civile. A partire dal nome: Procreazione medicalmente assistita, per chiarire sin dall’inizio la “vera” natura della vita.

I contenuti. La legge è un susseguirsi di restrizioni. L’accesso alle tecniche di fecondazione è limitato a coppie di sesso diverso, coniugate o conviventi, la cui sterilità sia documentata (artt. 4 e 5). È proibito il ricorso alla fecondazione eterologa, cioè l’utilizzo di gameti provenienti da un donatore (art. 4). Sono vietate le indagini preimpianto sull’embrione (art. 13 e successive Linee guida ministeriali). La produzione di embrioni deve essere limitata a tre, da impiantarsi contemporaneamente (art. 14). La madre, al momento del parto, non può avvalersi della facoltà di non essere nominata (art. 9). È vietata la crioconservazione e la soppressione di embrioni (art. 14). È vietato l’utilizzo di embrioni a scopo di ricerca scientifica (art. 13). Era palese, allora come oggi, quanto questa legge fosse non solo incostituzionale, ma inumana. Perché vietare la diagnosi preimpianto se comunque, in caso di malformazioni o malattie del feto, la donna avrebbe potuto poi abortire? E perché il veto sulla donazione di gameti – che nega, per inciso, la genitorialità a tutte le coppie affette da sterilità assoluta – quando di figli del tradimento è pieno il mondo? E ancora, perché escludere i single e le coppie omoaffettive se ogni cittadino può avere un figlio previo un libero atto sessuale (o, al più, con una “vacanza” in Spagna)? Ma forse la cattiveria più grande è contenuta in quel numero massimo di embrioni (tre) da produrre e impiantare contemporaneamente. Il che significa, visti i bassi tassi di successo di ogni intervento, che la donna dovrebbe sottoporsi a una invasiva stimolazione ormonale per ogni tentativo di impianto a scapito della sua stessa salute. Eppure, all’appello referendario del 2005, volto ad abbattere le parti più crudeli della legge, l’astensionismo promosso a tamburo battente dalle associazioni cattoliche, dalla Cei e dai gruppi prolife ha avuto la meglio e la legge è rimasta, almeno per il momento, invariata.

Le bocciature. A oggi, la Corte costituzionale e il Tar del Lazio hanno distrutto i punti cardine della normativa dopo le sentenze di diversi tribunali civili su casi specifici e i richiami della Corte europea dei diritti dell’uomo. In particolare, è caduto il limite di produzione massima di tre e embrioni e successivo contemporaneo impianto grazie alla sentenza 151 del 2009 della Consulta, il che ha aperto una deroga anche sulla crioconservazione, oggi nuovamente possibile. La suprema Corte ha stabilito in sostanza che il diritto del concepito è inferiore a quello della donna, distruggendo l’equazione cattolica secondo cui non c’è alcuna differenza tra embrione (una persona che ancora non è) e donna (una persona che è). Il divieto di diagnosi preimpianto invece è stato cancellato dal Tar che Lazio con la bocciatura della parte inerente alle misure di tutela dell’embrione contenute nelle Linee guida ministeriali scaturite dalla legge. La donna non è più costretta a eseguire le analisi a gravidanza avviata per poi eventualmente ricorrere a un aborto, ma può scartare ab origine gli embrioni affetti da patologia salvaguardando la sua salute fisica e psichica. Quanto alla fecondazione eterologa, ne ha parlato in modo ben chiaro la già citata sentenza dello scorso aprile della Consulta: è incostituzionale proibire a chi soffre di sterilità assoluta la possibilità di avere figli.

Cosa rimane della legge. Nonostante le clamorose bocciature, permangono alcuni residuali paletti di inciviltà. Il punto forse più controverso – e, di nuovo, punitivo nei confronti delle donne – è il divieto di accesso alle tecniche artificiali per le coppie fertili ma affette da malattie genetiche trasmissibili. Ricorrere alla fecondazione in vitro scongiurerebbe il rischio di un probabile aborto, potendo sapere prima dell’impianto se l’embrione è sano oppure no. Su questo, e sul no alla ricerca scientifica sugli embrioni non adatti a essere impiantati in utero, si attende un nuovo pronunciamento della Corte costituzionale. Per il resto, rimangono i veti per i single e le coppie omoaffettive, ancora costretti a costose “vacanze” all’estero per poter avere un figlio, e il divieto di disconoscimento del bambino da parte della madre.

E adesso? Questo il quadro attuale, che segna indubbiamente un successo del diritto all’autodeterminazione dell’individuo e del progresso scientifico. Il tutto, però, sulla pelle delle tante persone alle quali in questi dieci anni è stato vietato l’accesso a una terapia medica sulla base di principi morali propri solo di uno Stato etico. Ma ancora non è finita. L’ultima sentenza della Consulta, che riabilita le tecniche eterologhe, ha scatenato le reazioni della Cei e della parte più devota dell’attuale parlamento al punto tale che il governo ha annunciato un nuovo intervento legislativo – in realtà non necessario – sul tema. Il sospetto di ulteriori ingerenze sulla libertà personale è forte e, visti i pregressi, più che legittimo.
Per sapere come stanno davvero le cose in questo complesso reticolo di sentenze, bocciature e applicazioni della legge, abbiamo intervistato il professor Carlo Flamigni, padre della fecondazione assistita in Italia e membro del Comitato nazionale di bioetica.

Professor Flamigni, dopo l’ultima sentenza della Consulta, che ha abolito il divieto di fecondazione eterologa, il ministro Lorenzin ha annunciato la necessità di un nuovo decreto legge sulla Procreazione medicalmente assistita. Eppure, la Consulta stessa nelle motivazioni della sentenza ha specificato che non esiste alcun vuoto normativo su questo aspetto, perché si torna alla regolamentazione antecedente al 2004, anno di entrata in vigore della legge 40. Perché allora il governo vuole nuovamente legiferare su questo tema?
A mio modestissimo avviso, per capire le ragioni di queste convulsioni che la sentenza della Corte costituzionale ha determinato nella parte cattolica apostolica romana del nostro Paese bisogna accettare l’ipotesi che in gioco ci sia molto di più di una semplice decisione della Consulta ispirata al cosiddetto “laicismo”. Per spiegarlo, però, debbo partire da lontano. La sollecitazione più importante e più utile per lo sviluppo del biodiritto in Europa è arrivata, molto sommessamente, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu). In una prima sentenza, adottata il primo aprile del 2010, una Camera della Prima sezione della Cedu aveva affermato che il dispositivo della legge austriaca violava l’articolo 14 della Cedu stessa, in combinato disposto con l’articolo 8. La sentenza criticava poi in modo molto severo le spiegazioni addotte dall’Austria per motivare le proprie scelte in materia di ovodonazione. La sentenza trovò, come era naturale, una forte opposizione e fu sottoposta al giudizio della Grande Chambre della stessa Cedu per una revisione, il che risultò in un ribaltamento della pronuncia della prima sentenza. Nel giudizio definitivo, il Collegio ricordava anzitutto che la normativa europea non si schiera su questi temi e lascia agli Stati membri un ampio margine di discrezionalità. Inoltre, l’ingerenza della legge nelle libere scelte delle coppie appariva giustificata, sempre secondo la Grande Chambre, anche in una società democratica, in quanto perseguiva lo scopo legittimo di proteggere la salute, la morale, i diritti e la libertà di tutti i cittadini. Nella sentenza, questo maggior margine di ingerenza si poteva considerare lecito a causa della mancanza di un consenso tra gli Stati del Consiglio d’Europa a proposito dell’importanza relativa degli interessi in gioco o del mezzo migliore per salvaguardarli. D’altra parte – sto sempre citando la sentenza – un anno prima che la Corte costituzionale austriaca si pronunciasse sul caso dei ricorrenti, la donazione di ovociti era vietata in otto Paesi europei, un numero ancora immodificato nel 2011, al momento della decisione della Grande Chambre. In definitiva, il parere della Corte era che il margine di discrezionalità del quale doveva disporre ogni singolo Paese dovesse essere ampio, ferma restando la necessità di un armonioso equilibrio tra gli interessi dello Stato e quelli dei cittadini e in particolare di quei cittadini che sono particolarmente toccati dalle scelte che lo Stato decide di compiere. La sentenza si conclude con una affermazione che molti commentatori hanno ritenuto un po’ qualunquista, ma che in realtà ha un contenuto fortemente innovatore : in materia di Pma il diritto è in costante evoluzione (ma il riferimento è chiaramente fatto a tutte le innovazioni che conseguono al progresso della scienza), anche perché la ricerca scientifica in questo campo è in rapido sviluppo e ciò richiede una attenzione permanente da parte degli Stati contraenti. Queste conclusioni rappresentano un chiaro invito ai governi a considerare in modo sistematico le modificazioni della morale di senso comune relativamente ai temi della vita riproduttiva, per potere adeguare le normative vigenti a questi mutamenti, considerati molto probabili e costanti, oltre che in chiaro rapporto con i progressi delle scienze mediche e con l’efficacia della divulgazione operata in questi settori. Solo per confermare la rapidità con la quale si modificano morale e normative in questo campo, ricordo che nel gennaio del 2014 la Corte costituzionale austriaca ha giudicato illegittima la proibizione della ovodonazione, dando in effetti ragione alle decisioni prese dalla sezione della Cedu, quelle successivamente contraddette dalla Grande Chambre. Questa sentenza della Cedu propone, almeno a mio avviso, un quesito di grande rilievo, che ci riguarda tutti, cattolici e laici, su come si forma la regola morale. La risposta non potrà non influenzare da ora in avanti i legislatori europei: la regola etica si forma sulla base delle modificazioni della morale di senso comune. E’ evidente che questa morale è influenzata in modo significativo e continuo dalle religioni, ma risente anche di quella che viene definita l’intuizione delle conoscenze possibili e dei vantaggi che ne derivano per la società. A questo rischio i cattolici integralisti che consigliano il ministro della Salute (sono tre , due signore e un parlamentare, nomi che tutti conoscono ma che è opportuno non fare) reagiscono in modo un po’ isterico ma comprensibile: cercano di ridurre il più possibile il danno e sanno che portare la legge in parlamento, sottoponendola così al giudizio di una maggioranza che si batte sotto l’egida di “cilicio e martello”, potrebbe portare i suoi frutti.

Secondo lei, quali potrebbero essere i rischi e quali i vantaggi di un nuovo intervento legislativo?
Forse non è superfluo spiegare come si può rendere meno efficace questa sentenza: per esempio è sufficiente stabilire l’obbligo dell’assoluta trasparenza (i figli debbono incontrare i padri biologici appena raggiunta la maggiore età) o stabilire che non è dato fare scelte di sorta: ad esempio una ragazza romagnola potrebbe trovarsi in grembo il figlio di un donatore sudanese, lo scoprirebbe solo alla nascita. Esiste, come sempre, un piano B, analogo a quello già tentato per l’interruzione volontaria di gravidanza e la legge 194: tener fuori lo Stato da questo ingrato compito e affidarlo ai privati, (a questo Stato piace molto affidare le cose che gli piacciono alle persone a cui piacciono ancora di meno) tanto per poter far capire che si tratta di cosa non perseguibile per legge ma disordinata e moralmente illecita. Personalmente, sono terrorizzato dall’idea che i temi etici che il Paese deve affrontare e risolvere vengano discussi in questo parlamento e ritengo che se le cose non cambiano si debba cercare di risolvere la maggior parte dei problemi ricorrendo alla stesura di Linee guida temporanee. Non credo di esagerare, questo parlamento ha dimostrato di legiferare tenendo conto delle sollecitazioni dei cattolici (una cosa che Abbagnano giudicava semplicemente «disonesta»). Il problema non riguarda solo la Pma, abbiamo problemi praticamente identici per le questioni del fine vita. D’altra parte, è cosa nota, questo non è un paese per laici.

Tra i punti inerenti alla fecondazione eterologa sui quali il governo vorrebbe intervenire, si parla del registro dei donatori e del loro eventuale anonimato, del limite di età e del numero massimo di figli per donatore. Questi aspetti non erano già normati prima dell’entrata in vigore della legge?
Alcune settimane or sono stato invitato a un convegno organizzato dalle associazioni di pazienti a Roma e in quella occasione ho potuto ascoltare una bella e completa relazione del professor Tesauro, il magistrato che è stato relatore della sentenza della Consulta. Il professor Tesauro ha dichiarato che non esiste alcun vuoto legislativo a seguito della sentenza della Corte e che l’unica cosa che va precisata riguarda il numero di figli che un donatore può generare prima di essere escluso dal registro. E’ bene capire subito che nel nostro Paese le donazioni saranno assolutamente oblative, il che significa che molto difficilmente una donatrice si sottoporrà ai protocolli medici necessari per il prelievo degli ovociti più di una volta e che quindi il numero di figli non potrà in alcun caso essere elevato. Circa le donazioni di seme ci si può ispirare alle scelte delle altre Nazioni europee, o addirittura alle Linee guida stilate vent’anni or sono dalla Sifes o dal Cecos, cosa che può fare in due minuti una commissione di due sole persone, per affidarla poi alle Linee guida che il ministero deve approvare ogni tre anni.

A oggi, i punti della legge che rimangono validi sono ben pochi. Tra questi, l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita solo per coppie coniugate o conviventi, di diverso sesso, con infertilità o sterilità accertate. Ciò significa che una parte di turismo riproduttivo – per single, coppie omoaffettive, coppie fertili con rischio di trasmissione di malattie genetiche che vogliono evitare un aborto ricorrendo alla fecondazione in vitro – continua a sussistere. Lei cosa ne pensa?
Nella legge 40, in pratica, sono rimaste solo alcune cattiverie, che per fortuna non possono fare grandi danni. Per esempio esiste ancora una norma che vieta a una donna che ha avuto un figlio con la Pma di chiedere di non essere nominata al momento del parto (cioè di decidere di lasciare il figlio perché venga adottato). Chiaramente questa scelta può rappresentare solo il risultato di un dramma familiare (il coniuge è morto e la donna non ha la possibilità economica di mantenere il figlio), ma la punizione ha un ben preciso significato: il messaggio inviato alla donna vuol farle capire che deve sopportare le conseguenze della scelta immorale e innaturale che deciso di fare. Quanto alle donazioni di gameti alle donne sole e alle coppie omosessuali, posso riportare un’ampia bibliografia che ne parla favorevolmente e porta dati che dimostrano che i bambini affidati a quelle cure crescono benissimo, ragione per cui sono assolutamente favorevole a una soluzione liberale del problema. Ho però qualche perplessità sull’accettazione sociale di questo concetto di genitorialità, le indagini di cui sono al corrente parlano di una residuale resistenza di un gran numero di cittadini. Si tratta solo di avere pazienza, la morale di senso comune cambia lentamente ma continuamente.

In particolare, per le coppie fertili con rischio di trasmissione di malattie genetiche è stato sollevato un dubbio di costituzionalità da parte del Tribunale di Roma nel gennaio di quest’anno. Ma già esistono a riguardo sentenze di tribunali civili che hanno autorizzato la fecondazione in vitro in simili casi. In attesa del pronunciamento della Consulta, qual è l’iter che una coppia affetta da queste patologie deve seguire per poter ottenere la fecondazione assistita e, tramite diagnosi preimpianto, scongiurare un successivo aborto in caso di embrione non sano?
Le indagini genetiche pre-impianto eseguite sulle blastocisti vengono eseguite in un gran numero di centri italiani e i medici si sentono al sicuro perché sino ad oggi i magistrati hanno sempre dato ragione alle coppie che ne hanno fatto richiesta e oltre a ciò l’Italia è stata condannata (e severamente redarguita) da una Corte europea pe il divieto (forse) contenuto nella legge 40. Se fosse possibile ragionare con serietà (e senza timore di dare spazio all’intervento dei cattolici integralisti) su questi temi, consiglierei il ministero di chiedere a una commissione di genetisti di stilare un elenco delle malattie genetiche che dovrebbero essere ricercate e delle tecniche che è oggi conveniente utilizzare. Il problema della Pma è ancora (soprattutto) un problema tecnico, ma siamo così coinvolti nella discussione etico-giuridica che ce ne dimentichiamo.

Cecilia M. Calamani
(articolo pubblicato sul numero di ottobre 2014 del mensile Confronti)

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