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Carte false

Carta, canta si dice. Ma qualche volta la canzone è stonata. Fra mappe, trattati e diari sono molti i documenti a lungo sbandierati come veri, rivelatisi- magari dopo secoli – autentici … falsi. E altrettanti quelli che ancora oggi lasciano gli esperti senza risposte cene.

PRIMATO RUBATO. 

Il vizietto di ricorrere a “pezze d’appoggio” create ad arte è antico e il caso più longevo è anche il più clamoroso. Era il 1440 quando l’umanista Lorenzo Valla smascherò la cosiddetta ‘Donazione di Costantino’. “Il vescovo di Roma deve regnare sopra [… ] tutte le Chiese del mondo”: per oltre 5 secoli queste e simili inequivocabili parole, contenute nella presunta trascrizione di un editto promulgato nel 324 dall’imperatore romano Costantino I, servirono ai papi per vantare il loro primato sulle altre Chiese e giustificare il dominio temporale sull ‘Occidente.

Costantino in effetti aveva ammesso il cristianesimo fra i culti dell’impero, ma non aveva regalato un bel niente al papa. Valla provò che il testo della ‘Donazione’, tramandato dai manoscritti medioevali, non poteva essere del IV secolo. Come? Usando gli strumenti di una scienza appena nata, la filologia, cioè lo studio critico degli scritti antichi e del contesto in cui furono elaborati. Confrontando testi (autentici) del IV secolo con le parole contenute nella ‘Donazione’, l’umanista scovò “intrusi” che nel 324 non esistevano ancora e svarioni sui quali per secoli si preferì sorvolare: come la citazione di Costantinopoli, fondata (e chiamata cosi) ufficialmente solo nel 330.

Anche dopo Valla la falsa donazione continuò a servire al suo scopo: nel 1493, subito dopo la scopena dell’America, papa Alessandro VI la sventolò sotto il naso dei re di Spagna e Portogallo per garantirsi la sua fetta di Nuovo Mondo. Lo studio che smascherava il “padre di tutti i falsi storici”, infatti, fu pubblicato solo nel 1517, per di più dai protestanti. Ma ormai il danno era fatto. Lo storico Lucio Villari dell’Università di Roma, in proposito, non usa mezzi termini: «Il potere economico e sociale della Chiesa si basa su un falso».

PAPIRO MILIONARIO. 

Il metodo Valla, 500 anni dopo, fa ancora scuola. Lo dimostra il caso più controverso degli ultimi tempi: un papiro emerso da una collezione privata una decina di anni fa e attribuito al grande geografo greco Artemidoro di Efeso (II-I secolo a. C. ). Secondo Claudio Callazzi dell’Università di Milano, Barbel Kramer dell’Università di Treviri (Germania) e Salvatore Settis, archeologo della Normale di Pisa, il rotolo (2 metri e mezzo di lunghezza per 32,5 centimetri di altezza) contiene ampi frammenti dei ‘Geographoumena’, il più imponante trattato di Artemidoro, ritenuto perduto. Non solo: era destinato a un’edizione di lusso commissionata nel I secolo a. C. nientemeno che dalla biblioteca di Alessandria, la più celebrata del mondo antico.

Strani disegni (animali fantastici, mani, volti) sono inframmezzati al testo greco. Sono un enigma che gli scopritori hanno risolto immaginando che il papiro sia stato scartato dal copista e poi riutilizzato in una bottega artistica. Altrettanto misteriosa è l’insolita presenza di una mappa della Spagna (il testo descrive il periplo della penisola iberica). Anticamente, infatti, le mappe venivano sempre pubblicate a parte. Ma è soprattutto il testo a rivelare, secondo Luciano Canfora, docente di Filologia Classica all’Università di Bari, che il papiro è un falso. Secondo Canfora, il maggiore indiziato è un noto falsario greco dell’Ottocento dalla vita rocambolesca: Costantino Simonidis. Simonidis avrebbe copiato da varie fonti bizantine passi diantiche opere geografiche, realizzando lui stesso mappa e disegni. Ma lasciò tracce inequivocabili agli occhi di un filologo: numerosi espressioni del greco ottocentesco ed errori da liceale nel greco antico.

Attenzione, non è solo una disputa accademica. Nel 2004, infatti, il papiro è stato acquistato dalla Fondazione per l’arte della Compagnia di San Paolo di Torino per la ragguardevole somma di 2 milioni e 750 mila euro. Anche per questo la polemica si è fatta rovente. I difensori del rotolo confermano che il papiro, in base alle analisi chimiche, è sicuramente del I secolo a. c. e che anche l’inchiostro è antico. Canfora ribatte: Simonidis non era uno sprovveduto e non avrebbe avuto difficoltà a procurarsi il papiro necessario nelle sue visite ai monasteri bizantini, utilizzando poi inchiostri naturali. La prima regola, per i falsari della Storia, è infatti lavorare con materia prima autentica.

FUORI ROTTA

Proprio ciò che avrebbe fatto il gesuita austriaco Joseph Fischer, negli Anni ’30, per realizzare la “mappa di Vinland”. “Scoperta” alla fine degli Anni ’50, la carta raffigurerebbe tutte le terre conosciute dai norvegesi nel 1440 e fu presentata come la prova che i Vichinghi giunsero in Nord America prima di Colombo. Oggi sappiamo che effettivamente, già nel X secolo, approdarono all’isola di Terranova (chiamata Vinland nelle loro saghe) partendo dal la Groenlandia. Ma a dimostrarlo non è quella mappa, bensì un piccolo avamposto commerciale di cui si scoprirono i resti fra gli Anni ’60 e ’70.

Anche se nel 1965 l’Università di Yale ne decretò l’autenticità, a partire dal 1974 la mappa fu sottoposta a nuove analisi. Risultato: la pergamena è antica (forse strappata da un manoscritto) ma chi la disegnò, con troppi dettagli, fece l’errore di usare un pigmento bianco a base di ossido di titanio, inventato solo negli Anni ’20.

Per la storica Kirsten Seaver, dell’Università di Palo Alto (USA), padre Fischer aveva voluto sfidare i nazisti, nemici dei gesuiti. «Se avessero usato la sua mappa per vantare i diritti ariani sull’America, i nazisti avrebbero dovuto ammettere che il cattolicesimo era arrivato laggiù prima di loro» spiega l’esperta. Nella cartina, una provvidenziale nota spiega infatti che la spedizione fu benedetta dal vescovo della Groenlandia.

COPIA SOSPETTA. 

C’è un’altra mappa che, se fosse autentica, riscriverebbe la Storia. Viene dalla Cina e raffigura tutto il mondo, Americhe comprese. Solo che sarebbe del 1418, 74 anni prima del viaggio di Colombo. I cinesi (che probabilmente arrivarono fino al Sudafrica) avrebbero dunque attraversato l’Atlantico? No, perché secondo gli esperti di Pechino (che pure hanno a volte “corretto” il passato a loro favore) quella carta, presentata come copia settecentesca di un originale di 3 secoli prima, mente. Non rispetta le convenzioni cartografiche cinesi, ma raffigura il mondo su un doppio globo, all’occidentale; inoltre, contiene nomi di luoghi non plausibili, come la parola Mediterraneo, sconosciuta nella Cina del ‘400, e la dicitura “America”. Secondo Gavin Menzies, scopritore della mappa, quest’ultima sarebbe stata aggiunta nel ‘700. Ma allora, commentano gli scettici, cosa impedisce di pensare che la carta sia solo la copia di un originale occidentale?

MALAFEDE. 

Se mappe taroccate e papiri dubbi non fanno male a nessuno, ci sono falsi storici che possono trasformarsi in armi improprie. Nel 1903, in Russia, furono pubblicati I protocolli dei ‘Savi di Sion’, spacciati come “documento segreto” contenente i piani di un presunto complotto giudaico-massonico per la conquista del mondo. Neanche vent’anni dopo il Times di Londra dimostrò che il testo era stato messo insieme, a fine ‘800, da una cricca di antisemiti russi rimaneggiando scritti satirici altrui. Ciò non impedì a Henry Ford di finanziarne la stampa di 500 mila copie negli Stati Uniti e ad Adolf Hitler di farne benzina da gettare sul fuoco dell’antisemitismo. E benché nel 1935 un processo a Bema ne abbia decretato ufficialmente la falsità, condannandoli come plagi e bollando come “ridicole assurdità” le teorie che propagandavano, ancora oggi in Iran i ‘Protocolli’ si vendono come autentici nelle librerie.

CARO DIARIO. 

Molto meno durò la credibilità dei diari segreti di Hitler pubblicati dal settimanale tedesco ‘Stern’: 10 giorni, dal 25 aprile (data della conferenza stampa) al 5 maggio 1983, quando due istituti di ricerca certificarono che carta e inchiostro risalivano al dopoguerra. I falsi diari erano stati venduti peno milioni di marchi dal pittore falsario Konrad Kujau, che confessò poi di averli scritti imitando quasi alla perfezione la calligrafia del fùhrer. Ma alla rivista e allo storico inglese Hugh Trevor-Roper (che dichiarò “sono sufficientemente certo che i documenti sono autentici”) costarono molto di più: la loro credibilità.

E se fossero stati veri? Secondo Trevor-Roper avrebbero potuto cambiare l’interpretazione di alcuni episodi. Cosa che invece non farebbero i presunti diari di Mussolini, cinque agende della Croce rossa che sarebbero state sottratte al duce al momento del suo arresto a Dongo, il 27 aprile 1947.

MANO DUBBIA. 

Acquistati in Svizzera nel 2007 dal senatore e bibliofilo Marcello Dell’Utri, secondo lo storico inglese Denis Mack Smith potrebbero essere autentici. Ma quegli stessi diari, nel 2004, erano stati offerti anche al settimanale ‘L’Espresso’ che, forse temendo di replicare la figuraccia dei colleghi tedeschi, li sottopose a perizia. Lo storico del fascismo Emilio Gentile dichiarò di avere “fondati motivi per dubitare che l’autore delle cinque agende sia stato Benito Mussolini”.

Il grafologo Robeno Travaglini stabili che le pagine erano state scritte da una mano sola, precisando però che restava “piuttosto controverso” che si trattasse di quella del duce. Nella perizia di Gentile si legge comunque che le annotazioni sono “di minimo interesse e di scarso significato”. Almeno in questo caso le cane, vere o false che siano, non cambieranno la Storia.

Testo di Aldo Carioli pubblicato in “Focus Storia Italia”, Milano, Italia, settembre, 2008, n.23, estratti pp.72-76. Digitalizzati, adattato e illustrato per Leopoldo Costa

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