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Caso Bellomo, non la mela marcia ma un anello del sistema italico

Articolo di Bia Sarasini (Manifesto 30.12.17) “Caso Bellomo. Violenza, la sordità della sinistra è la spiegazione migliore della sua crisi”

Bisognerà parlarne, della via italiana alle molestie sessuali. O meglio, alle reazioni nei confronti della marea di denunce. Un misto di rabbia e furore femminile, che si unisce e si alimenta dell’incredulità, fastidio, sostanziale rifiuto. Di uomini, e anche di donne. È sotto gli occhi di tutti che non c’è traccia delle pronte misure prese in Usa, ma anche in Inghilterra. Quelle sospensioni, licenziamenti che in Italia vengono subito tacciati di gogna mediatica. Qui le parole delle donne fanno fatica a essere prese sul serio, ad avere conseguenze. Basti pensare all’incredibile e per questo esemplare vicenda del consigliere di Stato Francesco Bellomo e del suo sodale, il pm di Rovigo Davide Nalin.
Incredibile che una scuola per preparare giovani di entrambi i sessi al concorso per entrare nella magistratura, diventi un luogo di selezione di belle ragazze a cui imporre comportamenti, modo di vestire, relazioni sessuali. Ragazze ricattate con la minaccia di rovinare loro la carriera. Incredibile che, nonostante la denuncia del padre di una delle ragazze, Bellomo sia ancora al suo posto nel Consiglio di Stato. In effetti a seguito della denuncia il 27 ottobre scorso il consiglio disciplinare aveva votato, ci furono sette voti a favore della destituzione di Bellomo, ma sei contro. Un precedente inquietante, per la votazione del Consiglio di Stato del 10 gennaio 2018, che dovrebbe dare il giudizio definitivo per una storia che va avanti da quasi quattro anni. Nel frattempo il Consiglio superiore della magistratura ha sospeso il procuratore di Rovigo.
È sperabile che il muro della complicità maschile si sia spezzato, una volta per tutte. Una delle tentazioni più insidiose è considerare il tutto una deriva perversa, il caso di una classica mela marcia. Si tratta invece di una storia esemplare dell’uso maschile del potere di intimidazione sessuale nei confronti delle donne. Che Francesco Bellomo abbia una psicologia particolare, con evidenti venature di sadismo, a chi ne ha subito l’intimidazione, il rifiuto, le minacce importa pochissimo. Come per la psicologia di ogni altro predatore. E sarebbe una minimizzazione relegare il tutto alla categoria del morboso.
Che tutto questo succeda nel mondo di una professione ad alto livello di responsabilità come quella di magistrato, chiarisce una volta per tutte che le molestie sessuali, le aggressioni alle donne non hanno confini. Che il mondo dello spettacolo, il caso Weinstein, le attrici che per prime negli Usa hanno preso parola, hanno aperto la porta che ha spinto tantissime a rompere il silenzio nel mondo del lavoro. È molto significativo che Time magazine abbia scelto le Silence breakers come persona dell’anno.
O che il Merriam-Webster, il più importante dizionario statunitense, abbia indicato come parola dell’anno “femminismo”. Sono indicazioni dal fatto che è stato colto un nesso, un segno forte di cambiamento. Che la manifestazione del 21 gennaio 2017, con i grandi cortei nelle diverse città che avevano in testa pussy hat rosa contro Trump, lo sciopero dell’otto marzo, le manifestazioni contro la violenza in tutto il mondo, nel 2016 come nel 2017, gli scioperi delle donne polacche che sono le uniche ad avere la forza di opporsi a un regime reazionario e autoritario, nell’insieme sono un unico, grande movimento. Che non è costume, è politica.
Bisognerebbe spiegarlo. Non solo a Luca Barbareschi, che mette in campo la quintessenza della classica solidarietà maschile, per sostenere Fausto Brizzi, accusato di molestie da almeno dieci attrici, come se fosse vittima di attacchi ingiustificati, e per questo non firma il suo film ora nelle sale, pure campione di incassi. Anche a tutti coloro che continuano ad attaccare Asia Argento, che perfino quando viene inserita – dal Corriere della Sera – tra le cinquanta donne importanti dell’anno, viene definita “antipatica”.
Certo c’è il caso del sindaco di Mantova, vittima di una donna che ha consapevolmente manipolato dei messaggi personali per potersi dipingere come vittima di un ricatto. I singoli casi vanno sempre esaminati con attenzione, e nessuno è colpevole a priori. Ma è evidente che le voci del racconto corale tuttora in corso sono autentiche. Parlano di sé, si assumono la responsabilità personale di quello che dicono, e lo dicono insieme, costruendo un noi che non annulla le individualità. Ogni donna che ha letto o ascoltato ne ha riconosciuto la dinamica.
Purtroppo in Italia non si esce dalla replica infinita del confronto aperto già ai tempi di Berlusconi. Un’incapacità di capire quanto succede. La difficoltà di comprendere che la denuncia delle donne affronta direttamente un pilastro del potere neocapitalistico nelle sue forme contemporanee, quel pilastro patriarcale che entra nella vita di tutti. Che la destra reazionaria rimanga impermeabile a questi ragionamenti non sorprende. Che a sinistra ci sia una sordità quasi totale è forse la spiegazione migliore dello stato di frantumazione in cui si trova.“”

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