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Catastrofi ambientali annunciate

Articolo di Lidia Catalano e intervista di Niccolò Zancan a Carlo Petrini sulla cessione dell’Amazzonia ai mercanti globali dell’oro (Stampa 25.8.17) LEGGI DI SEGUITO

Il Brasile cede l’Amazzonia ai mercanti globali dell’oro di Lidia Catalano (Stampa 25.8.17) “Via libera del governo Temer alle trivelle nell’area protetta di Renca: “Faremo ripartire il Paese”. Gli ambientalisti: “Sarà una catastrofe” “

Un’immensa riserva naturale dell’Amazzonia si prepara a diventare nuova terra di conquista dei cercatori d’oro. Il via libera porta la firma del presidente brasiliano Michel Temer, che mercoledì ha abolito la National Reserve of Copper and Associates (Renca), aprendo la strada alle trivellazioni in un’area ricca di minerali e metalli preziosi che si estende per oltre 46mila chilometri quadrati, a cavallo degli Stati settentrionali di Amapa e Para.
«La misura punta ad attrarre investimenti nel Paese e a creare nuovi posti di lavoro, nel rispetto della sostenibilità ambientale», ha dichiarato in un comunicato il ministero per l’Estrazione e l’Energia, precisando che nove aree della riserva, incluse quelle abitate dalle popolazioni indigene, «continueranno ad essere tutelate».
L’ira degli ambientalisti
Ma le rassicurazioni non sono bastate ad alleviare i timori degli ambientalisti, secondo cui l’attività di estrazione mineraria nella zona porterebbe a «esplosioni demografiche, deforestazioni, distruzione delle risorse idriche, perdita di biodiversità e creazione di conflitti territoriali».
Secondo un recente rapporto del Wwf, la principale area di interesse per l’estrazione di rame e di oro si trova proprio in una delle aree protette, la Riserva Biologica di Maicuru, «popolata da comunità indigene di varie etnie che vivono in isolamento» e una corsa all’oro nella regione potrebbe «creare danni irreversibili a queste culture». «È più grande attacco all’Amazzonia degli ultimi 50 anni – ha denunciato il senatore dell’opposizione Randolfe Rodrigues – neppure la dittatura militare o la costruzione dell’autostrada trans-Amazzonica riuscirono a produrre una tale devastazione».
Secondo i dati dell’Inpe, l’Istituto di ricerca sull’Ambiente brasiliano, tra agosto 2015 e luglio 2016 sono andati perduti circa 8000 chilometri quadri di foresta Amazzonica, pari a oltre cinque volte l’area di Londra. Nell’arco di appena dodici mesi il tasso di deforestazione è cresciuto del 29 per cento: per ritrovare cifre simili bisogna tornare al 2008. Il governo Temer assicura che le trivelle saranno autorizzate ad operare soltanto in un’area pari al 30 per cento del’ex riserva naturale, la cui superficie totale supera per estensione la Danimarca. Fondata nel 1984 sotto l’allora dittatura militare, la riserva di Renca fu nominata area protetta per consentire le estrazioni minerarie solo alle compagnie di Stato. Il governo brasiliano ha accompagnato il cambio di passo con la promessa che l’apertura ai privati dopo 33 anni di interdizione «porterà enorme ricchezza nel Paese e contribuirà ad estirpare le attività di estrazione illegale in Amazzonia».
Ma secondo gli ambientalisti e l’opposizione la mossa rientra nell’aggressiva strategia di sfruttamento delle risorse minerarie messa in campo da Temer. Il presidente – su cui pende una pesante accusa di corruzione nell’ambito di un’inchiesta che ha già portato in carcere dirigenti statali e delle principali multinazionali brasiliane del settore petrolifero – ha infatti in programma di dare il via libera alle trivellazioni di compagnie nazionali e straniere in 20.000 siti minerari distribuiti in 400 parchi nazionali.
«Lula da Silva and Dilma Rousseff erano molto più attenti a salvaguardare il nostro patrimonio naturale», lamentano gli attivisti, mentre il governo insiste sull’importanza di questa spinta per trascinare il Brasile fuori dalla più grave crisi economica dell’ultimo secolo. «Nessuno ignora l’importanza dell’attività mineraria per risollevare il Paese», è la replica di Michel de Souza, coordinatore di Wwf Brasile. «Ma se il governo tirerà dritto senza valutare le conseguenze sull’ambiente e sulle comunità locali andremo incontro a una catastrofe annunciata».

Il danno è irreparabile vanno fermati adesso” di Carlo Petrini (Stampa 25.8.17) ““Distruggeranno un patrimonio e creeranno servi della gleba”

Carlo Petrini, come cambierà il mondo con questo decreto per lo sfruttamento minerario dell’Amazzonia?
«È un punto di non ritorno. Quando si creano ferite così profonde nel territorio, a livello dei suoli, le conseguenze diventano irreversibili. Dobbiamo fermarci finché siamo in tempo».
Il governo brasiliano sostiene che le foreste e le riserve delle popolazioni indigene saranno salvaguardate. Lei ci crede?
«No, sono le solite parole abusate, che hanno perso ogni significato. C’è questo termine: sostenibilità. Ritorna sempre. Quando lo senti in bocca a un governo o alle multinazionali bisogna fare molta attenzione. Sostenibilità viene dal sustain, il pedale del pianoforte che fa durare una nota più a lungo. È questo che chiediamo: di far durare il più a lungo possibile le riserve naturali. Non sono infinite. Dove c’è distruzione e deprivazione del territorio non c’è sostenibilità possibile».
Lei conosce quella regione. Da lì arrivano molti contadini di Terra Madre. Può raccontarla?
«Sono stato diverse volte in Amazzonia. È grande come metà dell’Europa. È il più immenso tesoro che l’umanità abbia a disposizione: un tesoro per la maggior parte ancora sconosciuto. Questa nuova industria estrattiva occuperà una zona vasta come la Danimarca. Ed ha un limite naturale: quando avrà finito, intorno resterà il deserto. Pezzo dopo pezzo, perderemo il tesoro».
Il senatore all’opposizione brasiliana Randolfe Rodrigues dice che si tratta del più grande attacco all’Amazzonia degli ultimi cinquant’anni. Esagera?
«Forse ha calcato un po’ la mano, ma sicuramente è un altro passo verso l’autodistruzione. Da un’attività estrattiva di quel genere consegue l’insediamento di villaggi minerari con popolazioni disperate. Tutto torna indietro, a quanto pare. Siamo di nuovo a Marcinelle. Il lavoro del minatore è il più faticoso ed umiliante in assoluto. A queste concentrazioni di poveri minatori dovranno portare l’acqua. Costruiranno case scadenti, creeranno delle vie. Taglieranno foreste».
È finita l’epoca di Chico Mendes, il sindacalista che lottò tutta la vita contro il disboscamento dell’Amazzonia. Lei cercherà di fare qualcosa di concreto?
«Certamente. Tutte le associazioni si stanno muovendo. Anche Slow Food Brasile e Terra Madre. Il movimento Sem Terra, il Wwf e Via Campensina, la più grande associazione contadina del mondo. Anche le organizzazione indigene sono sul piede di guerra, tutte. Partiamo da questo dato, che sembra quasi incredibile: in Brasile il 2,8% dei proprietari terrieri possiede il 56% dei terreni agricoli. E ancora: l’1% delle aziende agricole occupa il 45% della superficie totale. Siamo ai servi della gleba. Non si è ancora risolto il problema delle masse dei contadini poveri. Non solo non vogliono dividere la terra. Intendono andare a estrarre risorse, vogliono impoverirla. E la decisione arriva da un presidente completamente squalificato e plurinquisito come Temer».
Proprio lui sostiene che questa decisione, attraendo nuovi investimenti, porterà soldi e sviluppo.
«È una favola che va decodificata. Di quale sviluppo stiamo parlando? I depauperamenti dei territori, dell’agricoltura e della biodiversità sono sempre forme distruttive. Non di sviluppo. Lì sta il paradigma. Non ci sarà una distribuzione delle ricchezze. Non ci saranno bene comuni. Centinaia di migliaia di persone non avranno alcun ricavo. L’industria estrattiva distruggerà territori, creando nuovi schiavi. Come già succede in Africa per i minerali che servono ai nostri telefonini».
Perché quello che succede in Amazzonia è importante anche qui?
«Perché quell’immenso polmone verde mantiene l’equilibrio del pianeta. Pulisce l’aria del mondo. Ne usufruiamo anche noi. E forse, un giorno, sarà giusto pagare un dazio. Siamo in una situazione in cui il rispetto dell’ambiente è ormai una questione sovrannazionale. Riguarda tutti. L’Italia, la Cina, gli Stati Uniti. Non è possibile continuare a danneggiare l’ambiente, non è possibile non ragionare in termini globali».
Quale sarebbe, secondo lei, la priorità?
«Riuscire a capire una volta per tutte che sviluppo e ricchezza, specialmente nei Paesi poveri, devono sempre essere in accordo con la produzione alimentare, la produzione primaria di cui tutti abbiamo bisogno. L’estrazione dell’oro va nelle mani di pochi, questo dice la storia della umanità. L’agricoltura è un bene universale. Per questo va difesa la terra, la dignità dei contadini e il tesoro della foresta amazzonica, il grande polmone verde del pianeta».””

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