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Cattolici ma non troppo, l’Italia dei giovani non crede più

Una ricerca di Franco Garelli sulla religiosità tra i 18 e i 29 anni. Il fenomeno è più diffuso al Nord e tra quanti hanno frequentato l’università

Secondo la ricerca Eurisko su un campione di 1500 giovani, nel 2015 gli atei dichiarati erano il 28% (il 23% nel 2007); quelli che credono solo per tradizione famigliare il 36,3%, ma di questi il 22% afferma di non credere davvero in Dio.
andrea tornielli –

Nel nostro paese Piccoli atei crescono. S’intitola così la ricerca curata dal sociologo Franco Garelli sulla religiosità degli italiani con età compresa tra i 18 e i 29 anni (Il Mulino, pp. 231, € 16). I risultati attestano che, in effetti, la secolarizzazione avanza tra i giovani del Belpaese, pur avendo ricevuto questi ultimi, per oltre il 90%, battesimo e prima comunione, e per il 77%, la cresima. L’Italia, un tempo «cattolicissima», è dunque ancora densamente popolata di battezzati sempre meno evangelizzati.

La ricerca, realizzata da Eurisko su un campione di circa 1500 giovani, è interessante sotto vari aspetti. Il 72% degli intervistati dichiara di credere in Dio (anche se ormai la fede intermittente prevale su quella certa); oltre il 70% si definisce in qualche modo «cattolico»; circa un giovane su quattro (27%) afferma di pregare alcune volte la settimana o più. Il dato sulla frequenza settimanale ai riti è decisamente più basso, coinvolgendo il 13% dei giovani (a cui segue un 12% che vi partecipa almeno una volta al mese),pur risultando il migliore nel panorama europeo. Siamo di fronte a una generazione ancora complessivamente «cattolica», osserva Garelli. Non si può pertanto parlare di un tracollo religioso, quanto piuttosto di una prosecuzione della «secolarizzazione dolce».

Perché allora quel titolo? Lo spiega il dato dei giovani non credenti, cresciuto di ben cinque punti percentuali in pochi anni: sono passati dal 23% del 2007 al 28% del 2015. I non credenti sono ormai uno dei gruppi più numerosi che si ottengono distinguendo i giovani a seconda del loro rapporto con la religione. Sono più dei «credenti convinti e attivi», ormai ridotti a una piccola minoranza del 10,5%. E sono più numerosi anche dei «credenti non sempre o poco praticanti», che rappresentano uno degli stili religiosi più diffusi nella nazione. I «piccoli atei» risultano secondi soltanto a un altro stile religioso in voga tra gli adulti ma anche tra i giovani: quello dei «credenti per tradizione e educazione» (36,3%),quanti cioè credono più per ragioni ambientali o anagrafiche o familiari che per motivi religiosi o spirituali. Vale inoltre la pena sottolineare che ben il 22% di questi «cattolici per tradizione e educazione» afferma in realtà di non credere in Dio, rientrando quindi in quella singolare forma religiosa che va sotto il nome di «appartenenza senza credenza». Se si sommano i non credenti dichiarati ai credenti per tradizione che però ammettono di non credere in Dio, si può concludere che i non credenti a livello giovanile siano oltre un terzo del totale.

Questi giovani non credenti sembrano rappresentare, osserva Garelli, «l’avanguardia moderna dell’Italia giovane, essendo maggiormente presenti nelle zone geografiche più dinamiche e produttive, tra quanti hanno un’istruzione elevata e nelle famiglie di medio-buona condizione socioculturale». Ad esempio, l’ateismo o l’indifferenza religiosa coinvolgono il 37% dei giovani del Nord, rispetto al 21% dei giovani del Mezzogiorno; e il 37% dei giovani che ancora studiano o hanno frequentato l’università, rispetto al 27% di quanti già lavorano e al 20% di chi non lavora.

La ricerca fa anche emergere una significativa difficoltà nel trasmettere ai figli la propria fede, specialmente quando è convinta e praticata. Al contrario, ateismo o religiosità soft si trasmettono più facilmente. Più della metà delle famiglie i cui genitori sono non credenti, infatti, hanno figli non credenti. E più della metà delle famiglie caratterizzate da un cattolicesimo culturale e poco religioso hanno figli che si riconoscono in questa stessa matrice religiosa.

Diversa è invece la situazione delle famiglie che si identificano in un cattolicesimo convinto e attivo. Solo il 22% di queste ha figli che si dichiarano «cattolici convinti e attivi». Tendenze, spiega Garelli, dalle quali si potrebbe concludere che le famiglie distanti da una prospettiva di fede hanno più probabilità delle famiglie religiosamente impegnate di trasmettere ai figli il proprio orientamento culturale. Sembra dunque più facile trasmettere da una generazione all’altra la «non credenza» o una «credenza debole» che un orientamento religioso più impegnato.

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