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C’è un clandestino in volo col papa: il “divorzio cattolico”

papa

L’intemerata al sindaco di Roma Ignazio Marino ha soverchiato, nei media italiani, le altre risposte date da papa Francesco alle domande dei giornalisti, sul volo di ritorno da Philadelphia a Roma.

Tra queste la più ragionata ha riguardato il doppio motu proprio con il quale Francesco ha riformato i processi di nullità.

Jean-Marie Guénois, di “Le Figaro”, ha chiesto al papa “cosa risponde a quelli che temono, con questa riforma, la creazione di fatto di un ‘divorzio cattolico’”.

E questo è stato l’inizio della risposta:

“Nella riforma dei processi, della modalità, ho chiuso la porta alla via amministrativa che era la via attraverso la quale poteva entrare il divorzio. E si può dire che quelli che pensano al ‘divorzio cattolico’ sbagliano perché questo ultimo documento ha chiuso la porta al divorzio che poteva entrare – sarebbe stato più facile – per la via amministrativa. Sempre ci sarà la via giudiziale”.

Dopo di che Francesco ha così proseguito:

“Questo è stato chiesto dalla maggioranza dei padri sinodali al sinodo dell’anno scorso: snellire i processi, perché c’erano processi che duravano 10-15 anni. Una sentenza, e un’altra sentenza; e dopo, se c’è appello, l’appello, e poi c’è l’altro appello… E non finisce mai. La doppia sentenza, quando era valida [la prima] e non c’era appello, è stata introdotta da Papa Lambertini, Benedetto XIV, perché in Centroeuropa – non dico il Paese – c’erano alcuni abusi, e per fermarli lui ha introdotto questo. Ma non è una cosa essenziale al processo. I processi cambiano; la giurisprudenza cambia in meglio, si migliora sempre. In quel momento era urgente fare quello. Poi, Pio X ha voluto snellire e ha fatto qualcosa, ma non ha avuto tempo o possibilità di farlo. I padri sinodali hanno chiesto questo: lo snellimento dei processi di nullità matrimoniale. E mi fermo su questo. Questo documento, questo Motu proprio facilita i processi nei tempi, ma non è un divorzio, perché il matrimonio è indissolubile quando è sacramento, e questo la Chiesa no, non lo può cambiare. È dottrina. È un sacramento indissolubile. Il procedimento legale è per provare che quello che sembrava sacramento non era stato un sacramento: per mancanza di libertà, per esempio, o per mancanza di maturità o per malattia mentale… Tanti sono i motivi che portano, dopo uno studio, un’indagine, a dire: ‘No, lì non c’è stato sacramento. Per esempio, perché quella persona non era libera’. Un esempio, adesso non è tanto comune, ma in certi settori della società è comune – almeno a Buenos Aires lo era –: i  matrimoni quando la fidanzata rimaneva incinta. ‘Dovete sposarvi’. Io, a Buenos Aires, ai sacerdoti consigliavo – ma con forza –, quasi proibivo di fare il matrimonio in queste condizioni. Noi li chiamiamo ‘matrimoni di fretta’, per salvare tutte le apparenze. E il bambino nasce, e alcuni matrimoni vanno bene, ma non c’è la libertà! E poi vanno male, si separano… ‘Io sono stato costretto a fare il matrimonio perché dovevo coprire questa situazione’. Questa è una causa di nullità. Sono tante le cause di nullità; voi potete cercarle nell’internet, lì ci sono tutte”.

Come si vede, all’inizio della sua risposta, il papa individua nella “via amministrativa” delle procedure di nullità “la via attraverso la quale può entrare il divorzio”. E rivendica a proprio merito, per sventare tale pericolo, l’aver mantenuto i processi di nullità nel solo ambito giudiziale.

In realtà, però, tra la via amministrativa e quella giudiziale la differenza può essere molto evanescente.

Basta vedere l’impressionante somiglianza tra la via giudiziale del processo “più breve” – chiave di volta della riforma decretata da Francesco – e la via amministrativa proposta dal cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, alla vigilia del sinodo del 2014.

Ecco qui di seguito, testuale, la proposta del cardinale Scola:

“È da augurarsi che una qualche via possa essere trovata per accelerare i processi di nullità – nel pieno rispetto di tutte le procedure necessarie – e per rendere più evidente la natura intimamente pastorale di questi processi.

“Su questa falsariga, la prossima assemblea straordinaria potrebbe suggerire che il papa valorizzi di più il ministero del vescovo. In particolare, essa potrebbe suggerire che egli esamini la fattibilità della proposta, che è senza dubbio complessa, di dar vita a una procedura canonica non giudiziale che avrebbe come suo arbitro finale non un giudice o un collegio di giudici, ma piuttosto il vescovo o un suo delegato.

“Intendo con ciò una procedura regolata da una legge della Chiesa, con metodi stabiliti di raccolta e valutazione della prove. Esempi di procedure amministrative già attualmente previste dalla legge canonica sono le procedure per lo scioglimento di un matrimonio perché non consumato (canoni 1697-1706) o per motivi di fede (canoni 1143-50), o anche le procedure amministrative penali (canone 1720).

“In ipotesi, si potrebbe esplorare il ricorso alle seguenti opzioni: la presenza in ogni diocesi o in un insieme di piccole diocesi di un servizio di consulenza per i cattolici che avessero dei dubbi sulla validità del loro matrimonio. Da lì potrebbe prendere avvio un procedimento canonico per valutare la validità del vincolo, condotto da un apposito incaricato (con l’aiuto di personale qualificato come i notai richiesti dal diritto canonico); Questo procedimento sarebbe rigoroso nella raccolta delle prove, che sarebbero inoltrate al vescovo assieme ai pareri dell’incaricato stesso, del difensore del vincolo e di una persona che assiste il richiedente. Il vescovo (che potrebbe anche affidare questa responsabilità a un’altra persona con facoltà delegate) sarebbe chiamato a decidere se il matrimonio è o no nullo (e potrebbe consultare vari esperti prima di dare il proprio parere). Sarebbe sempre possibile per uno dei coniugi fare appello alla Santa Sede contro tale decisione”.

Che cos’è il processo giudiziale “più breve” introdotto da papa Francesco se non il ricalco della procedura amministrativa proposta dal cardinale Scola?

Ne consegue che, se c’è una “via attraverso la quale può entrare il divorzio”, questa non lo è perché “amministrativa” invece che “giudiziale”, ma perché congegnata in un modo che favorisce di fatto il cosiddetto “divorzio cattolico”.

E a giudizio di molti, i due motu proprio di papa Francesco – letti per intero, nelle loro molteplici incongruenze – paiono inclinare proprio in questa direzione:

Vietato chiamarlo divorzio. Ma quanto gli somiglia

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/09/29/ce-un-clandestino-in-volo-col-papa-il-divorzio-cattolico/

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