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Charles Scicluna, inviato del Papa in Cile contro gli abusi sui minori, ricoverato d’urgenza in ospedale

L’uomo di punta del Vaticano nelle indagini contro gli abusi su minori è stato inviato da papa Francesco per fare luce sul caso del vescovo Juan Barros.

di Gian Guido Vecchi –
CITTÀ DEL VATICANO — Forti dolori addominali causati da calcoli, il ricovero alla clinica San Carlos di Apoquindo, a Santiago, l’operazione alla cistifellea. La missione in Cile dell’arcivescovo Charles Scicluna (sopra, foto Ap), uomo di punta del Vaticano nelle indagini contro gli abusi su minori, inviato da Papa Francesco per fare luce sul caso del vescovo Juan Barros, si è interrotta al termine della prima giornata, nella notte di martedì. Ma l’inchiesta non finisce ed anzi si è già allargata ai vertici della Chiesa cilena, a cominciare dai cardinali Ricardo Ezzati e Francisco Javier Errázuriz: l’arcivescovo di Santiago e l’emerito che fa parte del «C9», il gruppo di consiglio del pontefice. Dalla clinica della capitale si informa che l’operazione è andata bene e Scicluna dovrebbe essere dimesso venerdì, è probabile che il rientro a Roma previsto sabato sia posticipato di qualche giorno; in ogni caso gli incontri continuano ad essere seguiti dal suo «vice», padre Jordi Bertomeu, anch’egli dell’ex Sant’Uffizio. Già la prima giornata, del resto, ha confermato ciò che era emerso durante il prologo della missione, in una parrocchia di Manhattan, dove Scicluna e Bertomeu avevano ascoltato la testimonianza di Juan Carlos Cruz, una delle vittime del prete pedofilo Fernando Karadima, al centro dello scandalo che ha ridotto ai minimi storici la popolarità della chiesa in Cile. Le vittime di Karadima accusano da anni il vescovo Juan Barros, antico discepolo di Karadima, di aver saputo e assistito alle violenze e poi insabbiato ogni cosa. Cruz aveva parlato di una «macchina per insabbiare» nella chiesa cilena.
Le accuse ai cardinali

Arrivato a Santiago lunedì, Scicluna ha incontrato martedì altre due vittime di Karadima, James Hamilton e José Andrés Murillo. All’uscita è stato Hamilton, oggi chirurgo, a parlare ai giornalisti cileni e scandire accuse pesantissime contro i due cardinali: «Ezzati è un bugiardo, perché con le prime informazioni non è iniziato niente. Al Vaticano arrivò zero. Il processo cominciò quando noi facemmo una nuova denuncia. Sono loro due i grandi manovratori che fin dall’inizio hanno cercato con ogni mezzo di nascondere le malefatte di Karadima. Hanno fatto disinformazione e non hanno ascoltato ciò che invece dovevano ascoltare. Errázuriz è un criminale e Ezzati un complice. Dicano ciò che vogliono, sono due vili delinquenti capaci di ingannare il Papa. La loro copertura e quella di altri vescovi è evidente».

Altri vescovi

Il programma prevede che siano sentite anche le testimonianze dell’associazione di fedeli di Osorno che chiedono da tempo la rimozione del vescovo. Gli incontri avvengono nella Casa delle Pontificie Opere Missionarie e non nella sede della Nunziatura. La Chiesa cilena è sotto pressione, il portavoce Jaime Coiro ha continuato ad insistere che «l’incarico riguarda la situazione di monsignor Barros» e non «tutti i casi di abuso sessuale nella Chiesa in Cile», come a voler circoscrivere la questione. Le vittime accusano altri tre monsignori, Andrés Arteaga Horacio Valenzuela Tomislav Koljatic, pure loro nella «fraternità» di Karadima e divenuti vescovi, come Barros, ai tempi di Wojtyla. I crimini di Karadima, «guida spirituale» della «Pia unione» fondata nella parrocchia del Sacro Cuore di El Bosque, iniziarono negli anni Ottanta, ancora nel pieno della dittatura di Pinochet. Dopo aver parlato con Scicluna, a Manhattan, Cruz ha detto: «Per la prima volta dal 2009 ho avuto la sensazione di essere ascoltato». Tre anni i giornali cileni pubblicarono alcune mail tra i due cardinali, preoccupati dalla possibilità che Juan Cruz fosse nominato nella commissione vaticana antipedofilia: «Sarebbe molto grave per la chiesa in Cile. Significherebbe dare credito ad una elaborazione che il signor Cruz ha costruito astutamente»

La nuova indagine

Il «caso Barros» ha scandito di contestazioni il viaggio recente del Papa in Cile. Era stato Francesco, il 16 gennaio, a chiedere perdono ed esprimere «dolore e vergogna» appena arrivato nel Paese. Su Barros però aveva esclamato: «Non c’è l’ombra di una prova, sono calunnie». Nel volo di ritorno si era scusato («so che molta gente abusata non può portare prove») ma aveva spiegato di aver respinto per due volte le dimissioni di Barros dopo avergli parlato, di essere «convinto sia innocente» e di non poter condannare senza «evidenze»: «Io non ho sentito nessuna vittima di Barros, non si sono presentate. Se una mi dà evidenze, ho il cuore aperto». Pochi giorni dopo, il Vaticano informava che «a seguito di alcune informazioni recentemente pervenute» Francesco avrebbe inviato Scicluna in Cile.

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