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Charlottesville, nel 2014, è stata eletta la città più felice d’America. Il National Bureau of Economic Research la premiò anche per via del suo spirito liberal e della sua mentalità aperta. Nelle ultime elezioni, per dare qualche numero, 8 abitanti su 10 si sono schierati con Hillary Clinton e in un lungo articolo sul Guardian i suoi abitanti confessavano che “una cosa è certa. Nessuno abbandona Charlottesville senza averci riflettuto a fondo”. 

Una città sempre in classifica  

Del resto non si diventa la città più felice d’America senza conquistare l’attenzione di blog e siti americani dedicati al turismo, al cibo e al benessere. Charlottesville, negli ultimi tre anni, è sempre stata presente in molte classifiche, anche diverse tra loro. Sia a livello statale che nazionale. Travelers Today l’ha nominata miglior città universitaria; Food & Wine magazine l’ha segnalata come “best town” per gli amanti del buon vino; è stata seconda “friendly city” del Paese per Movoto, dietro San Lis Obispo, in California; Per Travel & Leisure è tra le 10 città montane da visitare negli States. Una lunga lista che vanta anche primati molto meno lusinghieri. Basti guardare il numero, abbastanza alto, di crimini commessi, su siti come AreaVibes o City-Data

La statua della discordia (fatta da un italiano)

Migliaia di “suprematisti bianchi” l’hanno scelta, come luogo della loro marcia violenta, per un motivo molto semplice: l’apparente difesa di quelli che per i sostenitori del “White Power” sono simboli di un passato glorioso. Charlottesville, infatti, ha deciso di rimuovere una statua dedicata al generale della Confederazione, Robert E. Lee, dando un nuovo nome anche al parco che la ospita. Una statua, come ricorda il New York Times, iniziata dallo scultore americano, Henry Merwin Shrady, e terminata nel 1924, dopo la sua morte, da un italiano immigrato negli USA, Leo Lentelli. Quella della rimozione dei simboli confederati non è una scelta isolata di Charlottesville ma un lungo processo che sta coinvolgendo, negli ultimi anni, città e stati della costa sud-orientale. Da New Orleans a Richmond, dalla Virginia alla Carolina del Sud. Una decisione che, oltre alla follia nazionalista, ha sollevato numerosi dibattiti sul ruolo della Storia e sui vari emblemi da difendere e tutelare, nonostante il messaggio di cui sono portatori. La statua in questione, ad esempio, è diventata una pagina su facebook (dai toni molto meno accesi), con circa 17mila associati che si battono per salvarla. 

Jefferson e la natura storica di Charlottesville

Eppure la Storia è sempre stata parte caratteristica fondamentale della cittadina della Virginia. Fin dalle sue origini. Fondata intorno alle metà del 1700 deve il suo nome alla regina Sofia Carlotta di Meclemburgo-Strelitz, moglie di Giorgio III d’Inghilterra. La sua posizione, a due ore di macchina da Washington, ha fatto sì che diventasse meta di molti personaggi famosi (come Sissy Spacek, Dwayne “The Rock” Johnson, Tim Reid), attratti dal suo clima assai mite e dal suo stile di vita. Nel 2002 John Grisham, che la conosce piuttosto bene, vi ha ambientato il libro La Convocazione. 

Charlottesville è inoltre famosa per il “Monticello”, la residenza privata di Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti d’America. Ma è stata la casa anche di un altro presidente, James Monroe, quello della famosa “dottrina”. Fu teatro di battaglia durante la Guerra Civile ed è attualmente gemellate con Poggio a Caiano, vicino Prato, grazie alle imprese di cui fu capace, in Virginia, l’italiano Filippo Mazzei, che si dice si trasferì a Charlottesville su invito di Benjamin Franklin e che ebbe un ruolo di primo piano nella lotta americana per l’Indipendenza. Un patto rinnovato proprio nel 2017. Oggi è abitata da poco meno di 50mila abitanti ed è sede dell’Università della Virginia, fondata nel 1819 dallo stesso Jefferson, con una biblioteca di oltre 100.000 volumi. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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