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Che cosa è il referendum consultivo che Di Maio vuole introdurre

Luigi Di Maio gioca la carta del referendum e in una delle prime ucsite da quando è vicepremier e ministro del governo Conte annuncia di voler introdurre il referendum proposito e di voler abrogare il quorum che altro non è che quella soglia del 50% più uno degli elettori per la validità della consultazione popolare.

“Toglieremo il quorum al referendum, perché i cittadini devono avere la possibilità di decidere. Poi istituiremo il referendum propositivo. In questo modo rafforziamo la democrazia diretta e diamo la possibilità a voi di decidere”, ha detto Di Maio parlando a Ragusa.

Ma come funzionano in Italia i referendum e perché non c’è quello propositivo?

La Costituzione prevede tre tipologie di referendum: abrogativo, territoriale e costituzionale

Abrogativo – E’ previsto dal’articolo 75 della Costituzione e può essere convocato su inziaitiva di 500.000 elettori o di 5 Consigli regionali. In sostanza serve ad abrogare, del tutto o in parte, una legge o “un atto avente valore di legge”. Per legge si intende una norma approvata dal Parlamento, mentre invece gli “atti aventi valore di legge” sono i decreti legge e i decreti legislativi. Non possono essere abrogate con referendum “le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali” nè quelle che porterebbero alla paralisi dell’attività di un organo costituzionale. Non è quindi possibile, ad esempio, abrogare con un referendum l’adesione dell’Italia all’Euro o l’appartenenza alla Nato.

Costituzionale –  E’ previsto dall’articolo 138 della Costituzione ed è stato pensato per rivedere la Costituzione stessa o una legge costituzionale. La convocazione è decisamente più complicata di quella del referendum abrogativo: servono i due delle Camere, la seconda delle quali con maggioranza assoluta.

Territoriali – Servono per arrivare alla fusione di più regioni o alla costituzione di una nuova regione) o a una provincia o a un comune di staccarsi da una regione e aggregarsi a un’altra.

Un’idea già bocciata

In realtà il referendum propositivo esiste già, ma solo per la Valle d’Aosta e il Trentino. La sua adozione era prevista dalla riforma costituzionale bocciata nel referendum del novembre 2016 che segnò l’inizio della fine del governo di Matteo Renzi. L’articolo 97 della riforma prevedeva che, “in caso di inerzia da parte delle Camere”, i cittadini potessero chiedere al legislatore di disciplinare una materia esprimendosi su di una proposta di legge, per approvarla o respingerla. 

Lo svolgimento del referendum sarebbe stato comunque sottoposto a determinate condizioni: sarebbe stato consentito soltanto su proposte di legge ordinaria (escluse quindi le proposte di legge costituzionale o di revisione della Costituzione);  avrebbe potuto aver luogo esclusivamente su proposte di iniziativa popolare (niente proposte di iniziativa governativa, regionale o parlamentare);
e le proposte di legge avrebbero dovuto essere presentate da almeno ottocentomila elettori. 

Perché abolire il quorum

Ma come sono andati in pratica i 70 referendum che si sono tenuti in Italia dal 1946 ad oggi? Fra i 66 referendum abrogativi, i 3 costituzionali, quello consultivo sul parlamento europeo e quello del 1946 sulla forma istituzionale dello stato, i cittadini italiani sono stati chiamati a dire la loro in 71 diverse occasioni.

Con una media di 1 referendum all’anno (dal 1946 ad oggi), diventa importante capire quali siano stati i risultati, in termini di affluenza, di queste votazioni. Openpolis ci sà una mano nell’analisi particolarmente utile per i referendum abrogativi, sia perché sono stati i più ricorrenti, sia perché, a differenze delle altre tipologie, richiedono il raggiungimento di un quorum di validità.

Il primo referendum abrogativo risale al 1974, quando il mondo cattolico chiedeva di abrogare la legge Fortuna-Baslini, con la quale era stato introdotto il divorzio. Con un’affluenza superiore all’87%, vinse il fronte del no con il 59,30% dei voti. Nello stesso decennio ci furono altri due quesiti (uno su ordine pubblico e l’altro sul finanziamento pubblico ai partiti), entrambi con quorum raggiunto e vittoria del no.

Il vero boom del fenomeno è avvenuto negli anni ’90, quando si sono tenuti 32 referendum abrogativi, di cui 24 promossi dal partito radicale. Di questi 32, il 34% non ha superato la soglia di validità richiesta. Anche gli anni 2000 sono stati caratterizzati da un numero elevato di quesiti (16), ma nessuno ha raggiunto il quorum.

Guardando i numeri in totale, scopriamo che il 40,91% dei 66 quesiti abrogativi non ha raggiunto il quorum necessario. Di quelli risultati validi, il 58,97% ha avuto esito positivo (vittoria del sì), e il restante 41,03% esito negativo (vittoria del no).

Per la redazione di questo articolo sono stati utilizzate anche informazioni reperibili su Wikipedia

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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