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Che fine farà l'esercito che ha sconfitto l'Isis in Iraq? 

Si sono attivati prima su stimolo della principale autorità sciita in Iraq – l’ayatollah al Sistani – e poi su invito della Guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran, dalla quale ricevono gran parte dei finanziamenti, per sostenere l’Esercito iracheno nella guerra all’Isis.

Sono state addestrate dalle Forze di elite dei Guardiani della Rivoluzione (pasdaran), e hanno finito per essere una delle forze militari più rilevanti nel conflitto contro lo Stato islamico; ora che l’Isis è quasi definitivamente sconfitto sul campo di battaglia, le Unità di mobilitazione popolare (PMU, o Hashd al Shaabi), composte perlopiù da milizie sciite, sono al centro delle discussioni sul futuro dell’Iraq.

In questi giorni, infatti, monta il dibattito sullo status delle PMU in un Iraq “pacificato”, nel quale l’Occidente e alcune personalità irachene – compreso il leader sciita Moqtada al Sadr, fondatore di una delle milizie che combatterono gli americani dopo la caduta di Saddam Hussein – chiedono che queste ultime consegnino le armi allo Stato. I leader delle PMU, però, non sono dello stesso avviso, e la frattura che si sta creando all’interno dell’estabilishment iracheno rischia di allargarsi nel tempo.

“Abbiamo bisogno di queste forze militari, e insistiamo per mantenerle affinché sia possibile sradicare e distruggere il terrorismo in Iraq”, commenta Abu Mahdi Muhandis, vice comandante delle PMU. “Il futuro delle PMU è quello di difendere l’Iraq. Abbiamo bisogno di soldati che abbiano esperienza nel combattere i terroristi e ogni minaccia internazionale, l’Iraq deve avere una forza militare sufficiente a far fronte a queste sfide”.

Le milizie sciite hanno assunto un ruolo da assolute protagoniste del conflitto in Iraq a partire dalla metà del 2014, poco dopo la proclamazione del Califfato a Mosul, quando erano accorse sul fronte dopo il sorprendente ritiro dell’Esercito regolare iracheno di fronte all’avanzata dei miliziani di Al Baghdadi.

Il ruolo delle PMU nella sconfitta dell’Isis

​Tre giorni dopo la caduta di Mosul, l’Ayatollah Ali al Sistani aveva emesso una fatwa in cui chiamava alle armi “ogni cittadino iracheno” (senza riferimenti all’appartenenza religiosa), per difendere il Paese dal’Isis.

Le PMU hanno risposto prima di tutti e in maniera più compatta a questa chiamata, affrontando le battaglie principali contro gli uomini di Al Baghdadi, servendosi di migliaia di volontari, in buona parte cittadini comuni a cui sono state messe a disposizione delle armi. Col tempo, hanno finito per essere la forza militare più temuta da questi ultimi, accreditandosi presso alcuni come i “salvatori dell’Iraq”.

Pensiamo che il nostro sia un ruolo complementare a quello dell’Esercito iracheno: non può combattere senza di noi, e noi non possiamo combattere senza di loro”, aggiunge al Muhandis, intervistato da Middle east eye. Il crescente potere – a cui si accompagna la crescente influenza iraniana – delle PMU in Iraq sta iniziando ad allarmare le cancellerie occidentali, specialmente quella americana. Perché nonostante le milizie siano ufficialmente inquadrate all’interno delle Forze armate irachene dal novembre 2016, Washington sta cercando di fare pressioni affinchè vengano smantellate. 

Un mese fa un senatore americano aveva introdotto un disegno di legge per designare due brigate inquadrate nelle PMU – l’Asaib Ahl al Haq e la Harakat al Nujaba – come organizzazioni terroristiche. Il leader della Harakat al Nujaba, Akram al Kaabi, figura nella lista dei terroristi del Dipartimento di Stato già dal 2008. “Gli Stati Uniti sostengono che è essenziale che le Forze americane rimangano in Iraq, mentre non ritengono necessaria la presenza delle PMU. Questi doppi standard devono finire”, aveva commentato in merito a questa notizia il capo della Brigata Badr – inquadrata nelle PMU – Hadi al Amri.

Il sostegno economico e militare dell’Iran 

Da quando esistono, le milizie contano sul sostegno economico, logistico e militare di Teheran, che è stato anche il primo paese a fornire aiuti militari al Governo regionale del Kurdistan, all’indomani della caduta di Mosul nelle mani dell’Isis.

Secondo Muhandis, anche lui considerato un terrorista a Washington per via del suo attivismo durante l’invasione americana dell’Iraq nella seconda metà del primo decennio del ventunesimo secolo, “non un singolo proiettile” è stato sparato dagli americani nei primi sei mesi di vita del Califfato, lasciando spazio appunto al protagonismo delle PMU. 

Non solo sciiti: i battaglioni delle PMU

E è vero che le milizie sono a larga maggioranza sciita, va anche considerato che al loro interno esistono anche battaglioni composti da musulmani sunniti, da turkmeni e da cristiani. Secondo quanto afferma il capo della comunicazione delle PMU, Muhannad Najam Al Aqabi, tra i circa 140000 uomini totali nelle milizie, circa 34000 sono musulmani sunniti e 10000 appartengono a diverse confessioni minoritarie irachene, che comprendono cristiani, shabak e yazidi.

Un esercito di volontari? 

Nonostante le frequenti accuse di settarismo nei confronti delle milizie, secondo il capo della Brigata sunnita Salahadin – inquadrata nelle PMU – Yazan al Jibouri, queste ultime sono state “l’unica organizzazione che ha realmente fornito ai sunniti iracheni l’opportunità di combattere in prima persona l’Isis”.

Sul fatto che oggi le PMU siano composte da volontari esistono molti dubbi. I combattenti ricevono infatti circa 500 dollari al mese, a fronte dei circa 1000-2000 dollari che riceve un soldato iracheno. Gran parte dei combattenti delle milizie considera la propria partecipazione al conflitto in maniera ambivalente: da una parte la difesa del Paese e dall’altra il dovere del Jihad contro un gruppo terroristico nemico di qualunque confessione diversa da quella letteralista sunnita.

Un’altra idea di jihad

“L’Isis si è appropriato del concetto sacro di jihad, dandogli una immagine terribile. Il nostro jihad è quello di proteggere il Paese e la nostra gente. Se l’Isis non fosse stato respinto dai nostri sforzi sacri, oggi controllerebbero gran parte del territorio e avrebbero ucciso migliaia di persone in più”, spiega Sheikh Alaa al Shabaki al Mosuli. Gran parte dei punti oscuri che riguardano le milizie in Iraq sono legate alle accuse di pesanti violazioni dei diritti umani e settarismo. Ciò riguarda sopratutto alcune milizie “locali” che, sebbene affiliate all’ombrello di Hashd al Shabbi, hanno spesso agito in modo indipendente quando si trattava di “liberare” cittadine controllate dall’Isis. “Non siamo angeli, non ci sono angeli sul campo di battaglia, e abbiamo commesso alcuni errori”, ammette Al Aqabi.

“Alcuni dei nostri combattenti ne hanno commessi. Ma il 95% dei report sulle violazioni commesse dalle PMU non sono veritieri. I nostri errori li avrebbe potuti commettere chiunque: l’Esercito americano è considerato il migliore al mondo, ma nonostante questo, in seguito all’invasione del Paese nel 2003, sono usciti centinaia di rapporti, o anche prove, sulle violazioni da loro commesse contro i civili iracheni”, conclude al Aqabi. Va detto che nessuna delle forze militari presenti in Iraq può vantare una “fedina pulita” rispetto al tema della violazione dei diritti umani durante il conflitto, sopratutto durante la battaglia di nove mesi condotta su Mosul.

Anche i pashmerga sono stati accusati di abusi, tra i quali la distruzione di abitazioni di arabi, yazidi e turkmeni in aree controllate precedentemente dall’Isis. Mentre le PMU rimangono formalmente sotto il controllo del governo centrale di Baghdad, guidato da Haider al Abadi, e dopo che il loro tributo di sangue alla sconfitta dell’Isis si è rivelato importante (si parla di circa 8000 combattenti morti in battaglia), sembra improbabile, allo stato attuale, che la loro posizione possa essere messa in discussione dall’esterno.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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