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Che fine ha fatto il Muslim Ban e perché Trump non vuole sentirne di eliminarlo

Il prossimo capitolo della lunga e complicata battaglia legale sul decreto presidenziale anti terrorismo del presidente americano Donald Trump che regola gli ingressi degli stranieri nel Paese, si aprirà ad ottobre. Il giorno 10 la Corte Suprema degli Stati Uniti terrà un’udienza formale sulla costituzionalità del cosiddetto ‘travel ban’ – come è stato rinominato dalla stampa – ma non è ancora chiaro quando arriverà la sentenza. Potrebbero bastare pochi giorni, oppure potrebbero passare mesi. Due i bersagli del provvedimento straordinario: i cittadini di sei nazioni a maggioranza musulmana e i rifugiati. Ecco perché i media americani suddividono il ‘travel ban’ complessivo in ‘muslim ban’ e ‘refugee ban’.

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Il primo Travel Ban a gennaio

Il 27 gennaio 2017 il presidente americano Donald Trump firma l’ordine esecutivo 13769 che mira a “Proteggere la nazione dall’ingresso negli Stati Uniti dei terroristi stranieri”. Si tratta di un decreto presidenziale fortemente voluto e sostenuto dall’imprenditore che limita temporaneamente (90 giorni) l’ingresso nel Paese ai cittadini di Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Il fatto che si tratti di sette Paesi a maggioranza musulmana fa presto identificare questa misura come un ‘Muslim ban’. L’ordine, però, sospende anche (per 120 giorni) il Refugee Admissions Program (USRAP), il programma che coordina l’ingresso dei rifugiati negli Stati Uniti, e limita il numero dei rifugiati ammessi nel Paese. Unica eccezione, coloro che possono essere inclusi nella categoria di “minoranze religiose perseguitate”. Fissato a 50mila unità il tetto massimo. L’ingresso dei rifugiati siriani è congelato indefinitamente. I media indicano questa misura come ‘Refugee ban’. La società civile è sdegnata: il bando è considerato anticostituzionale, discriminatorio ai danni dei musulmani. Con l’entrata in vigore della misura, proteste e confusione si succedono in tutto il Paese. A complicare la situazione, il caos che si crea agli aeroporti. Oltretutto gli agenti delle dogane non hanno avuto il tempo di prepararsi alle nuove disposizioni. Inizia la lunga e complessa battaglia legale. Giudici statali e corti d’appello federali bloccano l’ordine. Il Travel Ban è sospeso fino a quando i giudici della Corte Suprema si pronunceranno.

A marzo il presidente rilancia

Il 6 marzo 2017 Trump rilancia. Il travel ban è aggiornato con l’ordine esecutivo 13780. Le nazioni della lista nera diventano sei dopo l’esclusione dell’Iraq. Nel testo resta la sospensione per 120 giorni del programma nazionale di accoglienza ai rifugiati (resta il limite massimo di 50mila ammessi). Ancora una volta montano le proteste. Derrick Watson, giudice della Corte distrettuale federale delle Hawaii, blocca il travel ban poche ore prima che possa andare in vigore. La battaglia legale continua. In prima linea le associazioni che difendono i diritti civili. Alcuni Stati si ribellano, i pronunciamenti di vari giudici federali e corti d’appello portano al congelamento del bando.

Il bando diventa light

Il 26 giugno la Corte Suprema rimuove la sospensione in attesa della sentenza definitiva che arriverà dopo l’udienza di ottobre. La Corte dà il suo avallo all’applicazione temporanea e parziale del decreto. Sono esclusi dal bando tutti coloro che siano in grado di dimostrare un legame comprovato, con una persona o entità negli Usa. I familiari di persone già residenti in America, il personale assunto da compagnie ed enti statunitensi e gli studenti iscritti a programmi universitari americani possono ottenere un visto.

Nonni sì, rifugiati no

La lotta legale non conosce tregua. Con un’altra decisione temporanea la Corte Suprema torna in campo e conferma parte della sentenza di un giudice delle Hawaii, estendendo le categorie di familiari. È la vittoria dei nonni. A poter ottenere un visto, infatti, non saranno solo genitori, figli, mariti, mogli, compagni, fratelli e sorelle, ma anche nipoti, cugini e nonni. Invece accetta la versione più restrittiva del bando nell’ambito della regolamentazione dell’ingresso dei rifugiati.

Lo scorso 11 settembre la Corte Suprema degli Stati Uniti ribalta un altro pronunciamento della Corte d’appello federale del nono distretto che permetteva l’ingresso ai rifugiati con relazioni formali con agenzie umanitarie americane. Il bando è così confermato per i rifugiati che avevano già superato i controlli e aspettavano di essere ricollocati nel Usa. Sono esclusi coloro che abbiano legami familiari nel Paese. I profughi in attesa di entrare nel Paese erano 24mila.

Il 24 settembre decade, ma Trump non ha ancora deciso se prorogarlo 

Il prossimo 10 ottobre con il caso “Trump contro International Refugee Assistance Project”, la Corte ascolterà il ricorso delle associazioni umanitarie che invece sostengono l’anticostituzionalità e la illegalità dell’ordine esecutivo. Intanto, in assenza di un rinnovo, il Travel Ban di novanta giorni decadrà il 24 settembre, mentre il refugee ban il 24 ottobre. Al momento la Casa Bianca non ha ancora comunicato se intenda prolungare il bando, renderlo permanente oppure modificare la lista delle nazioni coinvolte nel divieto.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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