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Che Roma sia italiana!

Quella scomoda e sconosciuta mozione del 27 marzo 1861.

Il 27 marzo 1861 la neonata Camera dei Deputati del Regno d’Italia approvava una mozione storica proposta dal parlamentare Carlo Bon Compagni di Mombello (1804-1880). I libri di testo, a scuola, spesso non ne parlano. E i pochi che lo fanno liquidano l’evento come un “discorso di Cavour” di un certo valore “culturale”.

Quella mozione, in realtà, fu qualcosa di più. Recitava: “La Camera, udite le dichiarazioni del Ministero, confida che, assicurata la dignità, il decoro e l’indipendenza del pontefice e la piena libertà della Chiesa, abbia luogo di concerto con la Francia l’applicazione del non intervento, e che Roma, capitale acclamata dall’opinione nazionale, sia congiunta all’Italia.” Un’Italia appena nata ma con le idee già molto chiare, insomma. Un’Italia che voleva Roma.

Non un semplice discorso di Cavour, quindi, ma una mozione di un ex Guardasigilli, ex Ministro dell’Istruzione e più volte Presidente della Camera a lui molto vicino. Una mozione appoggiata dalle infiammate parole dello stesso Camillo Benso e “approvata alla quasi unanimità”, così come si legge nel verbale della Camera relativo a quella seduta, la numero 24 dell’anno 1861. Esattamente dieci giorni dopo la nascita del Regno d’Italia.

Roma era ancora capitale dello Stato Pontificio. Una decisione di questo tipo, presa dal Parlamento italiano, costituiva un’autentica, gravissima provocazione. Certo, da molti anni ormai un certo ambiente politico anticlericale piemontese riteneva “sorpassata” la concezione di un “potere temporale” da parte di un Papa, ma mai ci si era spinti fino a quel punto.

Non si conoscono le reazioni immediate di Pio IX. Sta di fatto che il successivo 15 aprile, tramite il suo Segretario di Stato Giacomo Antonelli, il Papa si pronunciò in modo molto deciso contro l’auto-proclamazione di Vittorio Emanuele II a Re d’Italia. “Un Re cattolico, ponendo in oblio ogni principio religioso, sprezzando ogni diritto, calpestando ogni legge, dopo avere spogliato a poco a poco il Capo augusto della Chiesa Cattolica della più grande e florida parte dei suoi legittimi possedimenti, oggi assume il titolo di Re d‘Italia. Con ciò egli vuol porre il suggello alle usurpazioni sacrileghe da lui già compiute, e che il suo governo ha già manifestato di completare a spese del patrimonio della Santa Sede.

Quantunque il Santo Pontefice abbia solennemente protestato ad ogni nuova impresa con cui si recava offesa alla sua sovranità, e viene oggi meno l’obbligo di fare una nuova proposta contro l’atto col quale si prende un titolo, lo scopo del quale è quello di legittimare l’ iniquità di tanti atti anteriori. Sarebbe superfluo ricordare la santità del possesso del Patrimonio della Chiesa ed il diritto del Sovrano Pontefice su questo Patrimonio, diritto incontestabile riconosciuto in ogni tempo e da tutti i governi , e da cui ne deriva che il Santo Padre non potrà mai riconoscere il titolo di Re d’ Italia, cui si arroga il Re di Sardegna, giacché tale titolo lede la giustizia e la sacra proprietà della Chiesa. Non solo non può riconoscerlo, ma ancora protesta nel modo più assoluto e più formale contro una simile usurpazione”.

 

In questo quadro, quindi, va considerato ad esempio il successivo tentativo di Garibaldi di prendere Roma. L’Eroe dei due Mondi non agì a titolo personale, contro il parere di Torino, comportandosi come una specie di scheggia impazzita, come spesso i testi scolastici ci raccontano. Garibaldi si industriò a mettere in atto quanto stabilito dal Parlamento stesso, per quanto quei politici avessero preso la cosa molto alla leggera, rimandando a data da destinarsi l’effettiva concretizzazione del loro complicato – e forse un po’ demagogico – progetto.

Soltanto così, soltanto tenendo conto di ciò, si capiscono le manifestazioni di protesta che si verificarono nelle piazze di Torino dal 21 al 23 settembre 1864, all’indomani dell’annuncio pubblico della Convenzione di Settembre. Un accordo, quest’ultimo, che l’allora Capo del Governo Marco Minghetti aveva intessuto nell’estate di quell’anno con Napoleone III lasciandone all’oscuro sia il Parlamento che il Re. Il Presidente del Consiglio, infatti, con quell’accordo stipulato definitivamente il 15 settembre 1864, aveva incassato il consenso dell’Imperatore di Francia a ritirare le sue truppe dai territori papali a patto che, in cambio, l’esercito italiano si prendesse l’impegno di proteggere lo Stato Pontificio da qualsiasi incursione straniera. In pratica, l’Italia si impegnava a far l’esatto contrario di quanto deciso con la mozione Bon Compagni. E visto che l’imperatore non sembrava convinto, visto che la mozione Bon Compagni la conosceva bene, come garanzia l’inviato di Minghetti – l’ambasciatore italiano nonché cugino dell’imperatore francese Gioacchino Napoleone Pepoli – aveva pensato di rilanciare, proponendo  lo spostamento della capitale a Firenze come soluzione definitiva alla questione romana. L’Italia necessitava di una capitale più difendibile e più centrale? Dal canto suo la Francia proteggeva Pio IX e pretendeva il pieno rispetto dei confini dello Stato Pontificio? Bene, allora gli italiani si sarebbero “accontentati” di Firenze. Firenze in cambio di Roma, una volta per sempre.

Anche questo, spesso, non viene ricordato. Lo spostamento della sede del Governo italiano a Firenze non venne stabilito in maniera provvisoria. Né, come i libri di scuola insegnano, fu deciso soltanto per controllare e proteggere meglio la Città eterna. Fu soprattutto la soluzione che Pepoli propose per metter fine, così come pretendeva Napoleone, alle mire italiane sui possedimenti papali. Ed a quelle di tutti i parlamentari che soltanto tre anni prima avevano approvato la mozione Bon Compagni.

E non basta. La condizione dello spostamento della capitale da Torino a Firenze venne a lungo mantenuta segreta. Nel corso dell’estate del 1864 Re e Parlamento vennero informati sulle trattative poco per volta dal Minghetti, che tacque sulla “questione Firenze” limitandosi a spiegare l’accordo come uno scambio tra l’uscita dei militari francesi da Roma e l’impegno italiano a salvaguardare le proprietà del Papa. Soltanto poche settimane prima della stipula definitiva della Convenzione, Vittorio Emanuele venne informato dal premier del suo imminente trasferimento a Firenze. Si arrabbiò moltissimo, il Re. Fece di tutto per evitarlo. Ma alla fine si piegò, temendo di mettersi in cattiva luce con l’Imperatore. E si rassegnò a far baracca e burattini.

Quanto ai cittadini, il patto venne svelato soltanto a firma avvenuta, grazie soprattutto alla Gazzetta del Popolo, l’unico quotidiano torinese all’epoca in grado di mostrarsi indipendente dal potere costituito. E la gente scese in piazza, a protestare contro la violazione di quella mozione approvata tre anni prima. Protestarono giustamente, insomma, quei cittadini. E non certo solo per questioni di orgoglio. Protestarono con determinazione contro un sopruso. A Torino, soprattutto; dove l’esercito aprì il fuoco sparando a freddo su centinaia di persone che manifestavano pacificamente imbracciando la bandiera italiana. Fa parte delle cose che non ci raccontano, ma fu un vero e proprio massacro. Un evento particolarmente vergognoso.

I carabinieri, soprattutto, spararono. Sparano a più non posso, sulla gente inerme. Persino sui soldati chiamati dal Governo per tener sotto controllo la situazione. Il Colonnello del 17esimo Fanteria Cesare Colombini venne ferito alla tempia, ma persero la vita tre suoi militari: i soldati Lecci (vent’anni) e Bergamini (ventitré anni) e il caporale Belfiore (anch’egli ventitreenne). Ma a rimetterci furono soprattutto i cittadini, la gente comune.

In tutto, i morti furono 55 ed i feriti addirittura 133, di cui ben 16 sotto i diciott’anni. La più giovane vittima si chiamava Carlo Alberto Rigola, faceva l’apprendista tipografo e aveva quindici anni. Gli spararono dritto in petto.

Il più anziano ad essere ucciso fu invece un vetraio di 75 anni, Ignazio Bernarolo. Morì il 25 settembre, dopo un agonia di tre giorni, all’Ospedale maggiore di San Giovanni.

La carneficina venne condotta con tecniche raffinate e moderne. Incluso il ricorso a squadre di infiltrati che, in accordo con la polizia, diedero vita ad azioni violente al solo scopo di far passare una pacifica manifestazione di protesta per un criminale tentativo di insurrezione.

Manco a dirlo, nonostante le numerosissime testimonianze e le gravi evidenze accumulate da una successiva Commissione d’inchiesta, quel massacro rimase impunito. Fu Ricasoli a frenare sul nascere la discussione alla Camera, fissata per il 23 gennaio 1865. Motivazione? C’erano questioni più urgenti su cui legiferare. E la cosa morì così.

Tutte informazioni ben poco divulgate, così come le vere motivazioni della protesta. Non si trattò solo di torinesi che non volevano perdere i privilegi (anche di natura economica) del vivere e lavorare in una capitale, così come i libri raccontano. Si trattò soprattutto di italiani, di cittadini del nuovo Regno, convinti sostenitori di quella prospettiva di riconoscer Roma come capitale della loro giovane Patria, così come democraticamente stabilito in Parlamento in quel 27 marzo 1861. Una prospettiva improvvisamente tramontata a causa di biechi e oscuri giochi di potere, di ingerenze straniere, di forti e subdole pressioni clericali esercitate attraverso i numerosi ministri cattolici, Luigi Federico Menabrea in testa.

Si trattava di italiani. Che finirono sotto il fuoco delle forze dell’ordine urlando “Roma, Roma!”. Di persone convinte dei loro diritti e non ancora rassegnate all’idea che i politici possano “far quel che vogliono”. Un’idea, questa, evidentemente molto più “subìta” tra i cittadini della democratica repubblica di oggi che tra i sudditi di un Regno di centocinquanta anni fa.

 

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Cfr. anche F. Ambrosini, Giornate di sangue a Torino, Editrice Il Punto

http://www.incontrostoria.it/Roma2.htm

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