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Chi è la Andrea Nahles, la prima donna a guidare l'Spd in Germania 

Per capire chi è Andrea Nahles e come abbia fatto a diventare la prima donna nella storia cui i socialdemocratici tedeschi affidano la segreteria del partito, bisogna andare al congresso straordinario di gennaio, quando i delegati erano chiamati a dare il via libera ai lavori per mettere nero su bianco il programma della eventuale nuovo accordo governativo con la Cdu di Angela Merkel. Martin Schulz aveva parlato per un’ora senza entusiasmare, ricostruisce Il Foglio, a Nahles erano bastati 10 minuti per accendere gli animi dei delegati.

Un modo strano di parlare

Nahles è nota per incendiarsi quando si batte per una causa. Ha un modo strano di parlare, attinge a volte a espressioni infantili (sarà per via della sua bambina), ma sa come trascinare l’uditorio dalla sua parte. Durante il congresso il suo “Bätschi” – espressione di scherno tratta da una canzone per bambini – per descrivere il naufragato tentativo di mettere in piedi una coalizione Giamaica, è stato uno dei tormentoni all’interno e all’esterno del partito. 

Nonostante tutto però, si potrebbe dire, che Nahles è un classico prodotto dell’Spd. Il padre capomastro edile la madre casalinga, Andrea cresce a Mending, cittadina di provincia del Rheinland Pfalz, in una famiglia cattolica (il suo nome intero è Andrea Maria Nahles). E lei stessa non si fa problema a ribadire che senza la chiesa non sarebbe mai entrata nell’Spd. E’ stata a lungo leader dell’ala di sinistra dell’Spd e una delle più testarde oppositrici alle riforme di Gerhard Schröder. E probabilmente all’epoca faceva parte del gruppo che tramava un putsch contro il cancelliere del “si fa così e basta” e che spinse Schröder nel 2005 a farsi sfiduciare per tornare alle urne.

Ammirata e odiata 

Nahles è da sempre personaggio ammirato e al tempo stesso inviso ai suoi colleghi, soprattutto per i suoi modi a volte da barricadera. Ma se in pubblico, quando parla alla gente, è solita a usare il linguaggio della pancia, quando poi si tratta di lavorare è una che va a testa basta dritta alla meta.

Basta vedere il lavoro fatto  durante la passata legislatura quando era ministro del Lavoro. Se la Germania ha ora la legge sul salario minimo è innanzitutto merito suo, era uno dei punti del precedente programma di coalizione e lei non ha mai mollato la presa, finché non l’ha portata a casa. Stesso discorso per la l’integrazione previdenziale per le donne rimaste a casa ad allevare i figli e per la pensione a 63 anni. Certamente tutti risultati che alle ultime elezioni non hanno fatto guadagnare voti al partito, sempre troppo schiacciato dall’ombra di Merkel, ma che hanno migliorato il sistema di welfare tedesco.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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