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Chi è Olivier Faure, l'uomo che vuole ridare grandezza ai socialisti francesi

È nato tra il maggio francese e l’autunno caldo, ha aspettato il suo turno mentre lo sorpassavano, nella corsa al potere, giovani troppo ambiziosi, quadri ingialliti dal tempo e assertive signore dai grandi diplomi universitari.

Oggi è il suo turno a guidare, ma più che altro si tratta di raccogliere i cocci lasciati dai predecessori. O di ravvivare le speranze del partito più antico di Francia, quello che da sempre ha conteso – spesso con successo – l’Eliseo ai conservatori gollisti. Olivier Faure, classe 1968, viene dall’Isola di Reunion nell’Oceano Indiano, è di madre vietnamita e finora è stato un dirigente non particolarmente noto del Partito Socialista.

L’altro giorno ha vinto il congresso del Psf. Complice lo sciopero a ripetizione dei ferrovieri della Sncf, rischia di divenire molto presto un personaggio conosciuto alle folle: la prima cosa che ha detto è stata in favore di quanti si oppongono al piano di riforme volute da Macron in materia pensionistica, e una volta a settimana bloccano i trasporti ferroviari su e giù per la Francia.

Scelta forse obbligata, per un segretario che deve gestire un partito ridotto ai minimi storici alle elezioni politiche dello scorso anno (6 percento, mai così male dal 1959), ma che lo porterà molto presto a doversi misurare con un altro esponente di rango della sinistra francese, quel Jean-Luc Melenchon che, a capo di France Insoumise, alle presidenziali ha ottenuto quasi il 20 percento dei suffragi. E che si propone – lui nessun e altro – come l’alfiere dei valori della vera sinistra europea.

Inutile dire che Melenchon, al momento, è un avversario particolarmente temibile, soprattutto in considerazione del fatto che molti vecchi leader del Partito Socialista hanno ceduto alle lusinghe di una malattia tradiuzionale della sinistra europea, la ​capacità di dividersi, e si sono fatti una serie di movimenti e partitini alternativi.

A tutti Faure si rivolge con un messaggio ecumenico: “Non credo che esistano sinistre tra loro non conciliabili” perché il socialismo “è una grande forza capace di federare la sinistra della sinistra al centrosinistra”. Parole che riecheggiano l’idea della forza tranquilla di Francois Mitterrand, e quindi volte anche ad evocare nostalgie mai sopite di una rosa nel pugno in grado di gestire la quarta economia mondiale e di essere il fiocco che teneva insieme l’Europa, dopo la riunificazione tedesca.

Ma non c’è niente che unifichi quanto l’avere un avversario in comune, ed in questo i socialisti francesi non hanno problemi nell’individuare il bersaglio: siede all’Eliseo. Faure ha attaccato Emmanuel Macron fin dal primo momento, definendolo “un ministro proveniente dalle nostre fila, che affermava di non essere né di sinistra né di destra, poi di essere di sinistra e di destra, ma che alla fine ha fatto politiche di destra stando a destra”. Gli applausi dei militanti scrosciano, e si fanno ancora più forti quando il neosegretario affonda il colpo definendo il programma sociale ed economico del Presidente “un vestito d’Arlecchino”.

No, non c’ìè niente di meglio di un Macron per galvanizzare la base, ritrovare energie nascoste e dire a tutti quel che non si è, quel che non si vuole essere. “La Repubblica Macronista è un regime politico dove il presidente si limita a dirigere sotto la protezione di una start-up di consiglieri”, aggiunge Faure mutuando il linguaggio dell’economia che meno piace alla massa di impiegati pubblici, studenti, dipendenti dell’Air France e ferrovieri che intanto scendono in piazza, “aveva promesso di rimettere in marcia la Repubblica, invece l’ha trasformata in un mercato”. Ancora applausi per l’uomo venuto da lontano cui la sinistra francese, distrutta da generazioni di studenti dell’Ena, ha affidato il difficile compito di farla rinascere. E il Psf torna a sperare.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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