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Chi sono gli 8 uomini del caso Cambridge Analytica

Nelle ultime settimane siamo andati a caccia del partito italiano che ha collaborato con Cambridge Analytica. Per farlo abbiamo dovuto seguire parecchie strade che ci hanno portato in luoghi diversi, dagli Stati Uniti a Londra, dalla Russia alla Francia. Tutto per cercare di riannodare i molti fili che l’azienda, specializzata nel raccogliere un’enorme quantità di dati dai social network, ha dipanato lungo diverse direttrici. 

In queste ricerche abbiamo incontrato molti personaggi che, in modo o nell’altro, rappresentano il fulcro di quello che sta succedendo. Tutti nomi molto importanti. Tanto che abbiamo sentito la necessità di ricostruire questo universo. Profilo per profilo. Una sorta di riassunto per orientarsi meglio. Anche in vista dei prossimi capitoli di una storia che non sembra affatto finita. Ecco chi sono gli 8 principali protagonisti della vicenda Cambridge Analytica. Almeno fino ad ora.

Robert “Bob” Mercer

È un miliardario. Uno di quelli che contano. Il Washington Post, nel 2015, lo aveva inserito nella lista dei 10 paperoni più influenti nella politica americana. Ma non è solo questo. È un matematico e un esperto di informatica. Un passato, di successo, alla IBM iniziato nel 1972, dove curava il progetto di intelligenza artificiale Watson. Nel 1993 lascia il suo lavoro per diventare il CEO del fondo Renaissance Technologies. Parliamo di una macchina, molto ben oliata, costruita per fare soldi. Usano i dati e l’intelligenza artificiale per decidere gli investimenti e nel tempo garantiscono un rendimento che secondo alcuni arriva al 40 per cento. È da sempre un finanziatore del partito repubblicano. Secondo Forbes, nel 2016, ha speso più di 25 milioni di dollari per sostenere la campagna di Trump attraverso un super PAC conservatore, Make America Numer 1, presieduto dalla figlia Rebekah. Quest’ultima gestisce anche la Mercer Family Foundation.  Ma con i suoi soldi sostiene anche realtà come Breitbart News e finanzia diverse attività ignoro per gli Stati Uniti. Il suo nome è comparso anche all’interno dei Panama Papers, come proprietario di 8 altre aziende nel paradiso fiscale delle Bermuda. Le sue passioni oltre la politica? Costruire Yacht che chiama “Sea Owl”, collezionare mitragliatrici e altre armi storiche, allevare cavalli. Il suo ruolo in questa storia? Decisivo. È uno dei finanziatori-fondatori di Cambridge Analytica.

Steve Bannon

Il suo nome, negli ultimi mesi, è uno dei più frequenti all’interno dei motori di ricerca. Ma circola anche nelle librerie grazie al libro Fire and Fury di Micheal Wolff sulla Casa Bianca di Trump. Sì, perché prima di essere rinnegato e allontanato dal Presidente, Bannon è stato uno dei suoi più fidati collaboratori: coordinatore della campagna elettorale e, per parte del 2017, membro del Consiglio Nazionale per la Sicurezza. Per diversi anni è stato direttore di Breitbart News ma anche un produttore cinematografico, uno sceneggiatore e un regista. Prima ancora ha lavorato per Goldman Sachs e per la Marina americana. Negli anni ’90 ha aperto uno studio di consulenza tra i cui clienti figuravano Silvio Berlusconi e il principe saudita Talal al Waleed. Il suo ruolo in questa storia? È la mente che ha portato alla nascita di Cambridge Analytica.

Alexander Nix

Alexander James Ashburner Nix è stato il CEO di Cambridge Analytica fino al 20 marzo. L’uomo che ha convinto Mercer e Bannon a creare l’azienda e a metterla a disposizione di alcune delle campagne politiche più importanti degli ultimi anni. Travolto dallo scandalo, soprattutto per un video rilanciato da Channel 4, è stato sospeso. È inglese, ha studiato a Eton e a Manchester. Ha lavorato come analista finanziario per Baring Securities, in Messico, per Robert Fraser & Partners LLP e per Athena Trust. Nel 2003 ha iniziato a collaborare con Strategic Communication Laboratories (SCL), una società di ricerca e comunicazione comportamentale. E che ha molto a che vedere con Cambridge Analytica. Negli ultimi anni, Nix ha lavorato su oltre 40 campagne politiche negli Stati Uniti, Caraibi, Sud America, Europa, Africa e Asia. 

Organigramma del Gruppo SCL Cambridge Analytica

Nigel Oakes

Nigel John Oakes è il fondatore di SCL Group, il papà di Cambridge Analytica. Le informazioni, su di lui, sono parecchio confuse: negli anni ’80 è stato deejay e produttore musicale, lavorando per Monte Carlo TV ha tenuto diverse lezioni ad Harvard e ha lavorato per Saatchi and Saatchi. Nel 1989 ha fondato il Behavioral Dynamics Working Group presso l’University College di Londra e nel 1990 il Behavioural Dynamics Institute (BDi). Forse il più importante centro di ricerca per la comunicazione strategica. Politica e no. Le sue società hanno lavorato per anni in molti Paesi in via di sviluppo. Come la Nigeria, l’India, l’Afghanistan e lo Yemen. E in Indonesia. Nel 2000, l’Independent ha raccontato dei guai che la società di Oakes ebbe nel paese asiatico, dopo aver cercato di salvare, inutilmente, la figura dell’allora presidente Abdurrahman Wahid, coinvolto in una rete di scandali finanziari. Chi lo ha conosciuto, a Giacarta, lo descrive come James Bond:  “Non sapevamo l’obiettivo finale ma facevamo solo quello che chiedeva. L’abbiamo chiamato Mr Bond perché è inglese e perché era avvolto in una grande aura di mistero”. Il quartier generale di Behavioral Dynamics è scomparso all’improvviso. Esattamente come era comparso. L’India Times, uno dei principali quotidiani, ha sottolineato il ruolo decisivo di SCL Group in alcune fasi politiche cruciali nel Paese riportando un’intervista di Oakes al giornale inglese Marketing e Marketing, risalente al 1992, dove il businessman inglese sottolineava come “per ottenere il favore delle persone, a livello funzionale, bisogna fare appello alla loro emotività. Usiamo le stesse tecniche di Aristotele e Hitler”. Nel 1985 ha avuto anche una breve relazione con Lady Helen Windsor, figlia del cugino della Regina Elisabetta.

Christopher Wylie

È l’informatico, nemmeno trentenne, che ha svelato il meccanismo che sta dietro alla raccolta dati, da parte di Cambridge Analytca, su Facebook. Dati, raccolti tramite un’app, che venivano poi usati per manipolare le campagne elettorali. Chi lo ha intervistato, al Guardian, lo ha definito così: “divertente, stronzo, profondo, intellettualmente famelico, avvincente. Un maestro narratore. Un politico. Un nerd della scienza dei dati”. Capelli rosa, prima rossi. Appariscente ma molto intelligente. Vive in Canada, da piccolo ha subito diversi atti di bullismo. A 16 anni gli viene diagnosticata una forma di dislessia. Secondo il giornale inglese lui stesso si definiva “vegano canadese gay che in qualche modo è finito a sviluppare lo strumento di guerra psicologica di Steve Bannon”. È il whistleblower della vicenda Cambridge Analytica. Come Snowden, se vogliamo fare un paragone. Quando ha deciso di parlare e rivelare il sistema era “colpevole, pensieroso, indignato, confuso”. E soprattuttotto non aveva ancora rivelato a nessuno cosa facesse. “Abbiamo rotto Facebook”. Wylie ha iniziato a farlo a 24 anni, mentre studiava per un dottorato di ricerca nell’ambito della moda. Ha escogitato un piano per raccogliere i profili di Facebook di milioni di persone negli Stati Uniti e utilizzare le loro informazioni private e personali per creare profili psicologici e politici sofisticati. Wylie sta violando un accordo di non divulgazione e rischia di essere citato in giudizio. “Sta infrangendo la fiducia di Steve Bannon e Robert Mercer”, come scrive il Guardian. I suoi account su Facebook, Instagram e Whatsapp sono stati bloccati.

Aleksandr Kogan

Il nome non inganni. Anzi, per comprenderlo meglio è giusto scriverlo per intero. Aleksandr Borisovich Kogan. È un giovane matematico russo-americano, nato in Moldavia, ricercatore a Cambridge, startupper in California. Come avevamo scritto qui è un esperto in big data, analisi dei comportamenti sociali e neuroscienze. Con un curriculum accademico impeccabile: laurea a Berkeley, master a Hong Kong, decine di pubblicazioni. Da qualche anno insegna anche all’università statale di San Pietroburgo e lì conduce ricerche sui social media con borse di studio russe. Ad un certo punto della su vita, dopo il matrimonio a Singapore, quel nome cambia ancora è diventa Aleksandr Spectre. Sì, il riferimento è ancora a James Bond, come nel caso di Oakes. Anche se lui lo nega. È una delle figure chiave per Cambridge Analytica: fonda la Global Science Research e crea una app-gioco che è stata scaricato 270mila volte. Da questi 270mila utenti si è arrivati a dati per 50 milioni  di persone. Kogan, in una recente intervista alla CNN, ha detto di sospettare che migliaia di altri sviluppatori e scienziati abbiano utilizzato metodi simili per raccogliere informazioni sugli utenti di Facebook. E che l’azienda di Zuckerberg lo sta facendo diventare “un capro espiatorio per distrarre l’attenzione dai maggiori problemi che deve affrontare”. 

Michal Kosinski

È un ricercatore di Cambridge, psicologo e scienziato dei dati. Uno dei maggiori esperti di microtargeting comportamentale. Ovvero di tutti quei sistemi che generano pubblicità personalizzata su ogni singolo utente comprendendo anche, se non soprattutto, la parte emotiva. Sul suo sito afferma che il suo è “uno studio degli esseri umani attraverso le lenti delle impronte digitali lasciate indietro durante l’utilizzo di piattaforme e dispositivi digitali”. L’algoritmo di Cambridge Analytica è uno dei più accurati e viene aggiornato costantemente. È il coordinatore del progetto My Personality Project  dove, con l’aiuto di altri 200 colleghi, analizza iprofili psico-demografici, in maniera molto dettagliata, di oltre 8 milioni di utenti di Facebook. Secondo il Guardian, all’inizio del 2014, Alexander Nix aveva firmato un accordo con uno dei colleghi di Kosinski a Cambridge, il docente Aleksandr Kogan, per un’impresa commerciale privata, separata dai compiti di Kogan all’università, che si rifaceva però al lavoro di Kosinski.

Paul Grewal

“Sospendiamo Strategic Communication Laboratories (SCL), inclusa la loro società di analisi dei dati politici, Cambridge Analytica, da Facebook. Data l’importanza pubblica di questa organizzazione, vogliamo prendere un momento per spiegare come siamo arrivati a questa decisione e perché”. Paul Grewal è l’autore di questa lettera pubblicata sulla newsroom di Facebook che sottolineava come sarebbero stati bloccati anche i profili di Kogan e Wylie. Grewal è il vicepresidente dell’azienda con un passato nei tribunali dell’Ohio e della California come giudice-magistrato: “Adotteremo tutte le misure necessarie per verificare che i dati in questione siano eliminati una volta per tutte e prendere provvedimenti contro tutte le parti offensive”. È un esperto di proprietà intellettuale, un profondo conoscitore del sistema dei brevetti, ed è salito alla ribalta delle cronache, nel 2013, per essersi occupato della diatriba Samsung-Apple.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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