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Chi sono i Prigionieri del silenzio, i detenuti italiani nelle carceri straniere

Lontani da casa e dai familiari. Rinchiusi in carceri a volte disumane. Privati del diritto alla salute e a un equo processo. È la condizione che accomuna molti dei 3.278 italiani detenuti all’estero. Uno su 5 ha riportato una condanna, tre su 4 sono ancora in attesa di giudizio: l’80% in Europa, il 14% nelle Americhe, il resto sparsi negli altri continenti. “Di loro si parla poco – denuncia all’Agi Katia Anedda, presidente dell’onlus ‘Prigionieri del silenzio’, nata nel febbraio di dieci anni fa per dare una voce a chi non l’aveva – ma soprattutto per loro si fa pochissimo. E attenti a parlare di cifre esigue: se a ogni detenuto si rapporta una media di almeno 10 tra parenti e amici il numero di persone coinvolte sale a 30 mila. Senza contare i 5 milioni di italiani iscritti all’Aire e i 10 milioni che viaggiano per il mondo ogni anno: il rischio di finire in un incubo del genere vale potenzialmente anche per loro”.

Dal 2008 “Prigionieri del silenzio” di strada ne ha fatta, dal primo caso seguito – quello di Carlo Parlanti, manager informatico toscano che ha scontato una pena di 9 anni dopo un processo di primo grado senza alcuna prova della sua presunta colpevolezza – all’ultimo, quello di Denis Cavatassi, l’imprenditore di Tortoreto condannato in primo e secondo grado alla pena capitale in Thailandia perché ritenuto il mandante dell’omicidio del suo socio d’affari.

Ma in questo arco di tempo molti dei problemi sono rimasti immutati, in qualche caso si sono addirittura complicati. A partire dalla dimensione sociale del fenomeno: non è raro che i nostri connazionali detenuti vengano sottoposti a umiliazioni e a condizioni di vita del tutto incompatibili con un percorso di riabilitazione. Ed è praticamente la regola, soprattutto in certe realtà, che si ritrovino a vivere in strutture lontanissime dai grandi centri, senza cure adeguate (c’è chi aspetta anni per una Tac e chi si ammala di epatite, scabbia e altre infezioni), soprattutto senza un’assistenza legale degna di questo nome.

Capita addirittura che le carte riguardanti arresto e reati contestati siano redatte solo nella lingua locale: “Prigionieri del silenzio” cita come esemplare il caso di Angelo Falcone e Simone Nobili, costretti in India nel 2007 a firmare un documento in hindi che di fatto era una confessione. “Altro, importante nodo – spiega Anedda – è quello economico, che riguarda essenzialmente le famiglie: ai problemi di comunicazione e alla scarsa conoscenza delle normative del posto, spesso si somma l’impossibilità di far fronte a spese legali nell’ordine di decine di migliaia di euro”.

La nostra Costituzione, all’articolo 24, prevede la possibilità, per qualsiasi cittadino, italiano o straniero arrestato in Italia, di usufruire del gratuito patrocinio, “ma lo stesso non accade per gli italiani all’estero: i consolati hanno un generico budget annuale per aiutare i connazionali in difficoltà ma sono fondi insufficienti, falcidiati dai tagli degli ultimi anni. Anche a livello di personale”.

Non è facile uscire dall’impasse, riconosce chi – proprio come i volontari dell’associazione – vive sul campo certe situazioni, aggravate a volte dalla consapevolezza di condanne arrivate dopo processi indiziari: “La gente – ammette Anedda – parte dal presupposto che chi sta dentro deve per forza aver commesso qualcosa, ma non è sempre vero. In ogni caso, è giusto che chi sbaglia paghi ma la dignità delle persone va comunque rispettata. Sempre”:

“Prigionieri del silenzio” chiede da tempo l’istituzione di una “figura statale” che si occupi dei nostri connazionali detenuti in altri Paesi, o almeno l’estensione del “magistrato di collegamento”, previsto negli Stati in cui l’Italia è presente con un’autorità consolare ma, nei fatti, con poteri limitati.

E la Convenzione di Strasburgo, quella che prevede che una persona condannata possa scontare la pena residua nel Paese di origine? “Andrebbe riscritta – risponde Katia Anedda – non è riconosciuta da tutti i Paesi e la lunghezza dei tempi di applicazione produce a volte effetti paradossali, con il sì alla richiesta di trasferimento che magari arriva a condanna finita”.

La presidente di “Prigionieri del silenzio” parla di questo e di molto altro nel suo libro (“Prigionieri dimenticati, italiani detenuti all’estero tra anomalie e diritti negati”), una raccolta amara di casi dolorosi e, ciascuno a suo modo, emblematici. Ma non è facile forare la cortina di silenzio che spesso – magari per vergogna – i congiunti dei detenuti alzano a protezione dei loro cari laddove invece l’attenzione dei media potrebbe essere di aiuto. Filippo e Fabio Galassi, ad esempio, sono tornati a casa ai primi di aprile dopo tre anni passati in una prigione di Bata, in Guinea equatoriale, per reati finanziari di cui si sono sempre proclamati innocenti e dopo che del loro caso si erano occupate “Le Iene”.

La sorella di Cavatassi spera che l’interessamento di Luigi Manconi e un’affollatissima conferenza stampa in Senato possano aver contribuito a smuovere le acque sebbene le notizie delle ultime ore non siano delle più incoraggianti: resta difficile, se non impossibile, fargli arrivare lettere, e non può nemmeno ricevere libri. E un caso a sé resta quello di Marcello Doria, che giovedì compirà 42 anni nella prigione di Paso de Dos Libres: accusato di complicità in un omicidio sulla base di una testimonianza poi ritrattata, vive sin da ragazzino in Argentina ma non ha la cittadinanza locale e dal 2013 non è più nemmeno nell’anagrafe degli italiani all’estero. Cancellato per “irreperibilità”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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