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Chi vince e chi perde nel 'G6 più Trump'

Poche convergenze, sulla lotta al terrorismo e sulle principali crisi internazionali, un faticoso compromesso sul commercio e sui migranti, un aperto contrasto sul clima: il 43mo vertice dei Grandi lascia un risultato magro e l’impressione che a Taormina più che un G7 sia andato in scena un “G6 più Trump”.

‘The Donald’ protagonista

Il presidente americano è stato il grande protagonista del summit, frenando gli altri leader su molti temi, arrivando tardi alle sessioni e infrangendo protocolli e ‘bon ton’ con la stessa disinvoltura che lo ha portato alla Casa Bianca. Del resto, ha osservato il premier, Paolo Gentiloni, è “una novità che non abbiamo scoperto a Taormina: è la scelta del popolo americano, l’America è il nostro principale alleato e con questa scelta facciamo i conti”. È stata “una discussione vera e autentica”, ha però tenuto a precisare il presidente del Consiglio, mascherando il disappunto per la scarsa ambizione della snella dichiarazione finale di sei pagine. 

Il compromesso principale e meno scontato è arrivato sui commerci. Il Trump dell’America First ha accettato un impegno “a tenere i mercati aperti e a combattere il protezionismo, ferma restando la volontà di combattere le pratiche commerciali scorrette”. Il libero scambio, sottolineano i Sette, “è un cruciale motore per la crescita e l’occupazione”.

Nulla di fatto sul clima. Per ora

La grande incompiuta è stato il clima: la dichiarazione “ha preso atto” che negli Usa è in corso un riesame della posizione sull’accordo di Parigi del dicembre 2015, su cui il presidente americano ha preannunciato con un tweet che deciderà “la prossima settimana”. “Mi auguro che la fase di revisione si concluda presto e bene, è importante avere sull’accordo il contributo degli Stati Uniti”, ha aggiunto Gentiloni, ribadendo che l’Italia e gli altri partner non arretreranno “di un millimetro”. Di “discussione difficile per non dire del tutto insoddisfacente”, ha parlato la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha assicurato che sul clima si va avanti e che non e’ stato “un sei contro uno” perche’ con Trump “ci sono stati progressi”: “Mi auguro comprenda che la questione è anche nell’interesse americano”.

Per l’Africa nessun impegno concreto

L’Italia incassa la sessione sull’Africa con i leader di Etiopia, Kenya, Niger, Nigeria e Tunisia. “L’Africa è una sfida che ha trovato un interesse di tutti i leader, a partire dal presidente Trump”, ha assicurato Gentiloni, “è una questione da cui dipende molto del nostro futuro”. Resta però che non ci sono nuovi impegni sugli aiuti per le carestie in Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Yemen.

Sui migranti, tema collegato e molto a cuore alla presidenza italiana, la dichiarazione è stata condizionata dalla linea dura americana. Quindi, accanto al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, viene affermato che “gli Stati devono poter controllare le proprie frontiere e stabilire politiche nel politiche nel proprio interesse nazionale”. Gli enormi flussi di migranti, osservano i Sette, richiedono sforzi coordinati a livello nazionale e internazionale”.

Su questo argomento, leggi il commento di Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam.

Meno controversi i temi di politica estera: dopo l’intesa sulla lotta al terrorismo, la dichiarazione ha riaffermato un impegno comune dei Sette su Siria, Libia, Corea del Nord, senza escludere “ulteriori azioni” contro la Russia se la situazione in Ucraina dovesse precipitare. Trump, così come la Merkel, ha rinunciato alla conferenza stampa finale, forse anche per evitare polemiche sulle tensioni al summit e gli strascichi del ‘Russiagate’. Il presidente americano ha fatto tappa a Sigonella per un saluto ai militari americani, prima di ripartire per gli Usa. Il prossimo G7 si terrà tra un anno Canada in un lussuoso resort arroccato a picco su un fiume a Malbaie, nel Quebec.

I commenti dei quotidiani

“Se smorza un’inutile escalation polemica, di fronte all’ennesima contumelia di Donald Trump, che parlando con Jean-Claude Juncker definisce i tedeschi «cattivi, molto cattivi sul commercio», il profilo basso di Merkel, decana del forum, offre la misura di una criticità palpabile, che l’esordio internazionale del presidente Usa introduce nei rapporti fra gli alleati”, osserva Paolo Valentino sul Corriere, “ma le intemperanze caratteriali del capo della Casa Bianca sono solo la punta emotiva dell’iceberg di una divaricazione reale e profonda su temi decisivi tra l’Amministrazione e gli altri Paesi dell’Occidente, si tratti di clima, migrazioni o commercio”. Per Giorgio Barba Navaretti del Sole 24 Ore, “l’attacco di Trump al surplus commerciale tedesco è mal posto, strumentale e probabilmente incoerente. Mal posto perché parte dal presupposto che il saldo della bilancia commerciale di un Paese in deficit come gli Stati Uniti rifletta solo e unicamente una condizione di ingiustizia, invece che una colpevole condizione di mancanza di competitività. È strumentale perché la paventata ingiustizia viene usata per giustificare eventuali ritorsioni commerciali. È incoerente perché, a guardar bene, le argomentazioni usate da Trump dovrebbero invece portarlo a concludere che la cosa migliore per lui sarebbe un rafforzamento non una riduzione del libero scambio”.

Marco Zatterin su La Stampa parla di “un passo avanti e tre quarti indietro”. “Almeno le posizioni sono chiare”, afferma l’inviato del quotidiano torinese, “sei paesi su sette sono determinati a tagliare le emissioni nocive per fermare il riscaldamento del pianeta. Tutti dicono che il libero commercio olia la crescita, tutti dicono che il protezionismo non protegge e per la prima volta, su pressione franco-americana, ammettono che la globalizzazione ha una faccia oscura. Sulla Russia hanno una posizione ragionevole, pronti a nuove sanzioni ma pragmatici sulla necessità di parlare con Putin per risolvere le crisi”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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