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Chiesa e mafia. Verso la liberazione?

“Adista”
n. 36, 22 ottobre 2016 –
Luca Kocci –

Qual è stato l’atteggiamento dell’episcopato italiano – e in particolare della Cei – rispetto alla mafia? Quale linguaggio ha usato? Quali parole ha detto, o non ha detto? Prova a rispondere a queste domande Rosario Giuè (prete palermitano, già parroco a Brancaccio prima di don Puglisi, oggi saggista e collaboratore dell’edizione palermitana di Repubblica) nel suo ultimo libro, Vescovi e potere mafioso (Cittadella, Assisi 2016, pp. 184, euro 14,90), che esce un anno dopo Peccato di mafia. Potere criminale e questioni pastorali (v. Adista Segni Nuovi n. 11/15), in cui metteva a fuoco in maniera più generale le relazioni fra Chiesa e mafia.

«Sono convinto che occorre conoscere e comprendere ciò che è accaduto nei decenni passati per poter volgere fiduciosi lo sguardo sul futuro, per una rinnovata credibilità della Chiesa italiana nell’annuncio del Vangelo», spiega Giuè ad Adista, che così motiva la sua scelta, ora, di dedicarsi in particolare all’episcopato: «Se non si analizza la posizione della Cei sulla questione del potere mafioso, sarà più difficile chiedere al solitario parroco d’impegnarsi».

Quello di Giuè è un viaggio che passa attraverso le relazioni fra vescovi italiani e mafia, dal Concilio Vaticano II ai nostri giorni: dalla minimizzazione – quando non la cancellazione – del fenomeno mafioso da parte del card. Ruffini alla “doppia stagione” fatta di denunce e di silenzi del card. Pappalardo, dalla Cei del card. Ruini alla Chiesa italiana al tempo di papa Francesco, passando per i martiri di mafia, canonicamente riconosciuti (don Puglisi) o ancora in attesa di essere compresi fino in fondo dalle istituzioni ecclesiastiche (don Diana). Il risultato complessivo è un mosaico di tante tessere e tanti colori, fatto di silenzi, omissioni, denunce e impegno, utile a comprendere la Chiesa di ieri e a capire dove potrà andare quella di domani.

Per tutti gli anni ‘40-‘60 per la Chiesa italiana la mafia “non esiste”, come dimostrano il caso eclatante del card. Ruffini a Palermo ma soprattutto i silenzi generalizzati: ignoranza del fenomeno o disattenzione interessata?

Dopo il lungo pontificato di Pio XII la Chiesa cattolica appariva come una “cittadella assediata”. I tentativi di teologi e di uomini profetici come i preti operai di impegnare la Chiesa nella causa dell’uomo, di mettere al centro il mondo, fu mortificato e condannato. Perché? Perché la paura del comunismo e di esserne strumentalizzati era allora la priorità. Perciò non vi era spazio per testimoniare un Vangelo vissuto politicamente con i lavoratori e dalla parte delle vittime.  Tutto ciò che potesse mettere a rischio, all’interno di delicati equilibri anche politici, la centralità dell’istituzione ecclesiastica era annientato. Chi, al contrario, non contrastava questa dinamica era accettato o tollerato. In riferimento alle mafie il ragionamento era questo: Se la mafia non è contro la Chiesa perché contrastarla? Se anzi quelli che sono indicati come mafiosi sono uomini religiosi e se sul piano politico e dottrinale sostengono le posizioni dell’autorità ecclesiastica, perché prenderne le distanze o denunciarne il potere e le azioni?

Con il Concilio la Chiesa si apre al mondo, ma la mafia continua a essere poco presente – tranne poche eccezioni – nelle preoccupazioni e delle analisi dei vescovi, che invece sono assai interventisti su altri fronti (divorzio, aborto…): come mai?

La recezione del rinnovamento conciliare in Italia fu esitante. Le difficoltà a recepire il modello indicato dal Concilio della “Chiesa nel mondo” erano evidenti, specialmente quando ciò comportava problemi di traduzione pratica in Italia.  Le preoccupazioni maggiori erano date dalle «deviazioni dottrinali» ed era motivo di «inquietudine» la secolarizzazione del Paese. La questione della mafia non era nemmeno minimamente all’ordine del giorno.  Centrale era la preoccupazione per l’eventuale modifica della legislazione familiare e l’introduzione di una legge sul divorzio. Prioritaria, anche per Paolo VI, era salvaguardare l’unità politica dei cattolici.

Il card. Salvatore Pappalardo è una figura decisamente controversa: nella prima parte del suo ministero si distingue per il suo impegno, poi però – anche in seguito allo “sciopero della messa” da parte dei detenuti dell’Ucciardone di Palermo – si raffredda e sceglie il silenzio: che spiegazione dai di questa parabola?

L’arcivescovo di Palermo fu tra i primi a provare a elaborare una lucida analisi della questione mafiosa legandola alla responsabilità pastorale ecclesiale. Ma, successivamente, con l’elezione a papa di Giovanni Paolo II, un uomo che in Polonia aveva combattuto contro il comunismo, nel giro di poco tempo l’asse prioritario della Chiesa italiana fu orientato verso la purezza della dottrina cattolica. La verità e l’uniformità cattolica, anche sul piano politico, doveva ora essere al centro anche della Chiesa italiana. In questo contesto il cardinale Salvatore Pappalardo non poteva e non voleva rimanere solo nella sua testimonianza ministeriale di liberazione anche dalle mafie.

Si può dire che con Giovanni Paolo II c’è una prima svolta?

Direi che la sua invettiva spontanea contro la mafia dopo la messa nella Valle dei Templi del maggio 1993 sul piano simbolico ha rappresentato un segnale nuovo. Ma a tale gesto non ha fatto seguito, a livello episcopale nazionale, alcuna programmazione pastorale adeguata. Sulla questione del potere mafioso, che certo non è costituito, è bene ricordarlo, soltanto dalle storiche organizzazioni criminali, bensì da un intreccio bene più complesso con la politica e pezzi delle istituzioni, come episcopato non ci si è spesi pubblicamente come su altre questioni di interesse cattolico.

La Cei di Ruini non dice una parola sulle stragi di Falcone e Borsellino: è cominciata la stagione dei valori non negoziabili e della questione antropologica?

A quasi un mese dalla strage di Capaci del 23 maggio 1992 la presidenza della Cei pubblicò un documento nel quale si limitò a parlare di «impudenti imprese della criminalità organizzata». Il nome di Falcone venne semplicemente rimosso in un Paese attonito e smarrito per il significato terroristico-mafioso che assumeva la strage di Capaci. Dopo la strage di Via D’Amelio (19 luglio 1992), comunque, si poteva scegliere di scendere a Palermo per convocarvi una riunione straordinaria del Consiglio permanete della Cei. Sarebbe stato un gesto “politico” importante e di vicinanza evangelica, più di cento documenti. Ma accadde nulla di simile. Le priorità saranno altre. Il “progetto culturale”, la battaglia contro la legge sui “Dico” (unioni civili) o contro la legge 40 sulla procreazione assistita. Tale esposizione mediatica non è stata mai spesa contro il potere mafioso.

Negli stessi anni però ci sono anche i primi martiri di mafia: don Puglisi, don Diana…
La mafia uccide i due preti perché rappresentano quella Chiesa, di uomini e donne, che non sta in silenzio, che non si sente autosufficiente, che non vive chiusa dentro il proprio mondo “istituzionale” separato dal mondo reale di tutti e di tutte. Rappresentano quella Chiesa che non cerca privilegi o alleanze con i partiti politici al potere. Puglisi e Diana, come Romero in America Latina, furono uccisi perché simboli di una Chiesa che si presenta non come una istituzione attenta agli equilibri politici tra poteri. Al di là delle specifiche dinamiche dei due delitti, dei loro risvolti processuali e, sul piano storico e non emotivo, dei moventi immediati dei due omicidi, Puglisi e Diana furono uccisi perché diventano operose figure simboliche nella lotta di resistenza e di liberazione, segni di dignità civile di un popolo dentro un territorio e, insieme, esperienza di fedeltà evangelica. E sono sostanzialmente soli.

Come ti sembra la situazione di oggi? Con papa Francesco siamo a una seconda svolta? E la base come reagisce?

Papa Francesco ha rimesso al centro della vita della Chiesa la dimensione religiosa. Con Francesco, cioè, la via della Chiesa è mettere al centro semplicemente il Vangelo. La via politica, la logica ideologico-istituzionale, ora viene messa da parte o, quanto meno, in secondo piano. Il sorprendente arrivo di Francesco forse ha disorientato una parte dell’Episcopato italiano: quello che è più legato alle logiche del passato. Il papa argentino chiede alla Chiesa di essere una chiesa «in uscita», anche sulla questione del potere mafioso. Non era mai accaduto che un papa abbracciasse un uomo come Luigi Ciotti, testimone di un impegno pubblico e infaticabile di denuncia e di liberazione dal potere mafioso. Ma personalità come don Ciotti non sono mai state invitate nei convegni nazionali della Chiesa italiana! Sembra impossibile, ma per decenni è stato così! Con papa Francesco, dunque,  la Chiesa italiana, se lo  desidera, si può rimettere a «camminare» anche sulla questione della liberazione dal potere mafioso. È il mio augurio.

Chiesa e mafia. Verso la liberazione?

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