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Chiesa e ‘ndrangheta, un santissimo legame

Critiche laiche

Un intricato rapporto di potere nell’ultimo saggio di Gratteri, procuratore della Direzione antimafia di Reggio Calabria, e Nicaso, esperto in criminalità organizzata.


giovedì 6 marzo 2014 15:04


Scritto con la collaborazione del giornalista Antonio Nicaso, uno dei massimi esperti di criminalità organizzata, Acqua Santissima. La Chiesa e la ‘ndrangheta: storia di potere, silenzi e assoluzioni (Mondadori, pp. 196, € 17,50) è l’ultimo saggio del procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Nicola Gratteri. Un reportage pieno di “don Abbondio” ma anche, per fortuna, di qualche “fra’ Cristoforo”. Gratteri sprona il mondo ecclesiale a infondere il coraggio di denunciare le ingiustizie, indicando come esempio papa Francesco.

Lo scopo principale degli autori è promuovere un intervento attivo della Chiesa, auspicando che essa non taccia di fronte agli abusi, in quanto creata per servire e non per esercitare potere. Il testo è stato apprezzato in Vaticano (un po’ meno dal clero ionico reggino) e, durante un incontro, l’autore ha spiegato così le reazioni: «Non è contro la Chiesa, anche se ad alcuni ha fatto venire l’orticaria». Il libro affronta infatti un tema delicato: i rapporti illeciti tra realtà ecclesiale e ‘ndrangheta dall’Unità d’Italia a oggi. Tuttavia, fra i membri della comunità religiosa emergono anche esempi positivi: don Giacomo Panizza, bresciano d’origine, da tempo residente in Calabria, dove ha fondato la comunità Progetto sud; don Pino Demasi, della piana di Gioia Tauro, ideatore dell’associazione contro le mafie Libera; don Antonio Polimeni e don Giorgio Fallara, abbandonati dal clero e l’8 ottobre 1862 uccisi dai picciotti, ai quali si erano ribellati, a Ortì (un quartiere di Reggio Calabria).

Tanti altri sono i sacerdoti lasciati soli. A Gioiosa Ionica, per esempio, don Natale Bianchi fu dispensato dal suo incarico per le forti prese di posizione contro don Giovanni Stilo, padre-padrone del comune di Africo. Eppure, mentre questo venne riabilitato in breve tempo dalla Chiesa, don Bianchi ne restò fuori. Anche il già citato don Giacomo Panizza è finito nelle mire dei mafiosi Torcasio, poiché la sua comunità ha sede in uno stabile a loro confiscato: nonostante questo sia stato più volte danneggiato, don Giacomo non ha mai smesso di lottare.

Il libro svela la religiosità di una ‘ndrangheta che di cristiano non ha nulla, di processioni pilotate e di coscienze contraddittorie. Da un questionario assegnato ai carcerati emerge, infatti, che i mafiosi pregano prima, durante e dopo la prigionia, credono nei santi e nella Madonna. Matrimoni, battesimi, funerali, poi, diventano occasioni di consolidamento dilegami apparentemente legittimati dalla religione. D’altra parte, nella seconda metà dell’Ottocento una Chiesa fragile ha permesso che la criminalità organizzatasi servisse dei sacerdoti per i propri scopi. Il credo blasfemo della ‘ndrangheta promuove infatti un avvicinamento al clero inteso come rifiuto dell’autorità statale.

Diversi sono i casi di religiosi collusi che godono di “credito”: il boss Giulio Lampada, processato l’anno scorso e nominato dal cardinale Tarcisio Bertone, nel 2009, cavaliere di San Silvestro in Vaticano; don Nuccio Cannizzaro, parroco di Condera al centro di un impero politico della malavita, accusato dall’imprenditore Tiberio Bentivoglio, il quale, per la sua collaborazione con la giustizia, sta scontando una vera e propria morte civile. Secondo Gratteri il clero deve prendere una posizione chiara contro gli ‘ndranghetisti, poiché accoglierli ai fini della conversione – giustificazione dei prelati − significa avallare un potere che ammette il male a discapito del bene.

Certo, gli uomini di chiesa non dispongono di certificati penali, ma i capimafia sono noti e il magistrato ha detto: «A Melito Porto Salvo, sulla costa ionica della provincia di Reggio Calabria, c’è la famiglia Iamonte, nota cosca calabrese. Attaccata alla parete della Chiesa c’è una lapide: “Chiesa ristrutturata dono della famiglia Iamonte”. Davanti al santuario di Polsi ogni anno c’è la ratifica del capo crimine. Nel corso del matrimonio di Caterina Condello, figlia del boss Pasquale Condello, nel duomo di Reggio Calabria è stato letto un telegramma di Giovanni Paolo II. Nessuno ne sapeva nulla? La ‘ndrangheta vive di consenso popolare, si nutre di questo. Fare il magistrato, il poliziotto, il prete, non l’ha ordinato il medico, ma, se si prende un impegno, lo si deve portare avanti fino alla fine».

Dora Anna Rocca

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