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Cimiteri inagibili, il terremoto toglie ai vivi la festa dei morti

di Enzo Castellano

Visso (Macerata) – Il terremoto è cattivo. Non uccide e ferisce solo fisicamente; uccide e ferisce dentro, incide duramente nella tenuta psicofisica della gente. E lo fa ancor più in giorni come questi, perchè “ha tolto non solo le case e il lavoro e forse il futuro, ma anche la possibilità di ricordare i nostri morti, rendere omaggio ai nostri cari defunti”. Nel giorno in cui la Chiesa e tutti ricorderanno i defunti, ed è tradizione che si faccia visita ai cimiteri, a Visso, Castelsantangelo sul Nera, Ussita questo non potrà avvenire: i cimiteri sono inagibili.

IL RITO INTERROTTO DEL RITORNO AL PAESE

Il cronista dell’Agi ha visto gli effetti della furia del terremoto in quei luoghi. Ci si muove con cautela, le strade che portano ai cimiteri passano anche per zone di crolli e case pericolanti. I cimiteri non sono stati risparmiati: il sisma ha devastato posti silenziosi dove in questi giorni ci sarebbe sta stato l’afflusso di visitatori, per quello che è un rito ma anche un’occasione di incontro con persone andate via dai paesi originari e con cui almeno in questa circostanza ci si ritrova per un saluto, un abbraccio. E’ un modo – quel pellegrinaggio – anche per tenere vivi i contatti, approfittando di un luogo dove riposano i morti. “Il terremoto questa volta ci impedisce di fare visita ai defunti“, dice Angela, una anziana sfollata, negli occhi e nelle spalle curve il peso della devastazione portata dal sisma di mercoledì 26 e domenica 30 ottobre. “Avremmo voluto andare al cimitero ma ci hanno detto che non si può”, aggiunge Francesca, tormentandosi senza sosta le mani. “Mai mancato un 2 novembre“, dice Angelo, un anziano del paese.

NEMMENO UNA CHIESA PER LA MESSA PER I DEFUNTI 

“Non potremo dire Messa nei cimiteri – sottolinea sconsolato don Gilberto Spurio, il parroco di Visso, uno sfollato anche lui e rimasto al campo, in tenda. “Diremo Messa all’esterno, vedremo come fare e se si potrà fare. Altrimenti la diremo in tenda e varrà lo stesso”. Intanto una celebrazione eucaristica l’ha tenuta oggi pomeriggio nel campo base dove lavorano Croce rossa, Protezione civile e militari dell’Esercito. Don Gilberto peraltro proprio domani mattina celebrerà un funerale, quello di un 78enne di Villa Sant’Antonio morto per cause naturali, ma dovrà farlo all’aperto. La piccola frazione di Visso è stata devastata dal terremoto: intorno alla chiesa ridotta a un cumulo di macerie escavatori e ruspe sono in azione per finire di abbattere case ormai perse ma che incombono sulle strade e minacciano la viabilità lungo la provinciale 209.

LA MEMORIA CANCELLATA VIA DALLE LAPIDI

I cimiteri sono da sempre una sorta di racconto di una comunità, quasi un’anagrafe al contrario, perché attraverso quelle lapidi e quei nomi si ripercorre la storia di un nucleo familiare, da tempi molto lontani ad oggi. Nomi che rimandano ad altri nomi, a intrecci di legami, discendenze. Ma quest’anno non sarà così nella Valnerina ferita da due terremoti. Questi cimiteri resteranno silenziosi domani, come lo sono oggi. E’ impressionante scoprire che gli effetti del sisma si vedono ovunque, non risparmiano niente. Abbiamo visto il cimitero di Visso: muri perimetrali caduti, loculi aperti (non c’erano bare), lapidi rotte. I militari dell’Esercito hanno dovuto recintare l’area con filo elettrico del tipo ‘antilupo’, quello che gli allevatori mettono a difesa delle greggi e che in questo caso serve a evitare che gli animali si aggirino tra le tombe scoperchiate.

L’INSULTO DEL TERREMOTO AI VIVI, L’OLTRAGGIO AI MORTI

A Ussita il cimitero era stato già pesantemente danneggiato dalle due forti scosse di mercoledì 26: loculi contenenti bare erano stati sventrati. La scossa di domenica mattina ha completato la distruzione. A Castelsantangelo una situazione quasi irreale: al centro dell’area i loculi a terra sono o sembrano integri, i fiori ci sono, e fermando l’immagine a questo sembrerebbe tutto in ordine. Invece intorno è ben altra cosa: anche qui il muro perimetrale ha ceduto e i loculi si aperti non solo dalla parte dove c’è (c’era) la lapide, ma anche dietro. E quindi bare a vista dalla strada, se vuoi le puoi toccare: in legno chiaro, in legno scuro e invecchiate dal tempo, anche solo zincate. L’immagine di bare che vengono così esposte, offerte agli sguardi (per fortuna la strada è stata chiusa alla circolazione) sembra un insulto del terremoto ai vivi: non solo le case distrutte, non solo il lavoro cancellato, non solo il futuro messo in discussione, ma anche il voler quasi recidere l’ultimo legame con i propri defunti. Impedendo il rito della visita ai cimiteri il 2 novembre.

E se le case che per forza di cose in queste ore vengono demolite significano la fine di un vissuto , la perdita quasi di un’identità, i cimiteri chiusi e recintati suonano come il tentativo di cancellare una memoria. Quella di una intera comunità, piccola e di montagna quanto sia ma pur sempre una comunità fatta di nomi di defunti e quindi fatta di storie. Che passano anche per una foto, due date e un nome e un cognome su una lapide in marmo o in granito. (AGI) 

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