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Cina, 60 avvocati arcobaleno per Lgbt ma strada lunga

Pechino – La Cina ha pronunciato oggi il primo no al riconoscimento del matrimonio gay. La sentenza emessa dopo solo poche ore di udienza dal tribunale di Changsha, nella Cina interna, rappresenta il primo caso in assoluto di opposizione ufficiale all’unione di due cittadini cinesi dello stesso sesso. Il verdetto del tribunale di Changsha manda un segnale del sostanziale imbarazzo che permane a livello ufficiale riguardo alle diverse esperienze sessuali in Cina, nonostante i passi in avanti fatti sul tema nel recente passato: i rapporti omosessuali sono stati depenalizzati in Cina nel 1997 e quattro anni piu’ tardi, nel 2001, l’omosessualita’ e la bisessualita’ sono state eliminate dalla lista delle malattie mentali dai medici cinesi.

A difendere i diritti della comunita’ Lgbt, oggi in Cina ci sono 60 “avvocati arcobaleno”, come si definiscono, che dal 2014, quando si sono riuniti in un’associazione, cercano di difendere la comunita’ gay, bisessuale o transessuale dalle discriminazioni che ancora permangono nella societa’ cinese. I soci spesso si occupano di altro: lo stesso Shi Furong, che oggi ha tentato di difendere in aula la coppia gay di Changsha, e’ in realta’ un penalista, ma ha accettato di occuparsi del caso dei due uomini per la propensione ad accettare casi complessi. I primi passi in avanti sul piano del riconoscimento dei diritti degli omosessuali, in Cina, li fanno i piu’ giovani, per i quali i rapporti tra persone dello stesso sesso o i cambi di genere non sono piu’ un tabu’: prima che la censura lo oscurasse dagli schermi di iQiyi, il Netflix cinese, uno dei programmi piu’ visti era “Addiction”, che parla delle esperienze di quattro giovani omosessuali cinesi. (AGI) .

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