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Cina-Vaticano: sinologo Masini, intesa rischia dividere cattolici

di Alessandra Spalletta

Roma – Un eventuale accordo tra Cina e Vaticano sulla nomina dei vescovi “risolverebbe meno problemi di quelli che andrebbe a creare, rischiando di provocare uno scollamento tra il Vaticano e la Chiesa cattolica cinese non patriottica, fedele a Roma”. Lo ha detto all’AGI il sinologo Federico Masini, già preside della facoltà di Studi Orientali e ordinario di Lingua cinese all’Università di Roma La Sapienza, nonché coautore con Giuliano Bertuccioli del classico “Italia e Cina“.

Masini invita a usare “massima cautela”, mentre si attende di capire se realmente ci sarà un accordo sul riconoscimento reciproco dei vescovi. Il compromesso sulle nomine è il principale punto di discussione tra Pechino e la Santa Sede per la riapertura delle relazioni diplomatiche interrotte nel 1951, quando a due anni dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, fu cacciato l’ultimo nunzio apostolico. Masini non esclude che la notizia sia trapelata “per sondare gli umori generali in una fase tattica dei rapporti tra Pechino e la Santa Sede”: “Ma un eventuale accordo di questo genere – avverte – risolverebbe meno problemi di quelli che andrebbe a creare. L’accordo rischierebbe di creare uno scollamento tra la Chiesa cattolica cinese non patriottica, fedele al Vaticano, e la Chiesa medesima”.

A dare conferma ai timori è un’intervista all’AGI dal cardinale Zen, da sempre critico sulle aperture tra Cina e Vaticano, per il quale la Chiesa cascherebbe “nell’inganno dei comunisti” e l’accordo sarebbe “solo una caricatura”. “Quella del cardinale Zen è una visione pragmatica”, spiega Masini. Se da un lato l’accordo potrebbe risolvere l’accettazione da parte di Papa Francesco degli otto vescovi nominati dal governo, tre dei quali già in precedenza scomunicati, dall’altro lato lascerebbe irrisolte molte questioni, come il problema del ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra il Vaticano e la Cina”.

Il disgelo tra la Santa Sede e Pechino dovrebbe accompagnarsi alla chiusura dei rapporti diplomatici con il governo di Taiwan, “dove la Chiesa cattolica è fortissima” e quindi “il disimpegno ufficiale e pubblico del Vaticano da Taiwan potrebbe essere anch’esso problematico”, osserva Masini. Ma il punto è immaginare per quale motivo l’attuale Papa stia cercando un accordo con Pechino. Per il sinologo romano di motivi ce ne sono almeno due: “Primo: l’accordo darebbe visibilità internazionale a papa Bergoglio, il quale potrebbe finalmente auspicare un suo viaggio in Cina o più facilmente a Hong Kong o Macao“.

Il secondo motivo, aggiunge, è “biecamente tattico“: “Il cattolicesimo in Cina negli ultimi anni ha perso sempre più terreno rispetto alla Chiesa protestante, libera dagli impedimenti del cristianesimo cattolico che in Cina conta circa 10 milioni di fedeli divisi tra la comunità ufficiale e la Chiesa nascosta. Un rilancio del cattolicesimo indebolirebbe l’adesione dei cinesi a forme di cristianesimo protestante”. Di fatto dietro ai negoziati per il raggiungimento di un compromesso ci sarebbe soprattutto la pressione del Vaticano.

Per la Cina, ha sottolineato Masini, l’apertura con il Vaticano “servirebbe soltanto a piantare una nuova bandierina sullo scacchiere internazionale”, più che rappresentare una svolta epocale nella normalizzazione dei rapporti con la Santa Sede. “Un tempo intensificare i rapporti con il Vaticano, per Pechino, avrebbe significato aumentare la visibilità internazionale della Repubblica Popolare, ma oggi il ruolo della Cina nell’arena internazionale è assodato. L’accordo in sostanza interessa di più al Vaticano e meno ai cinesi, il cui vantaggio sarebbe dimostrare di aver risolto una delle questioni internazionali bilaterali ancora aperte”. Anche perché, conclude Masini, dal punto di vista strettamente religioso il Papa non rappresenta una minaccia alla sovranità cinese: “Non dobbiamo confondere Papa e Dalai Lama”. Il rapporto con il Vaticano non impensierisce Pechino, “nella misura in cui esso non si rende sostenitore delle numerose spinte centrifughe nel suo territorio, dal Tibet al Xinjiang”. E dietro al mancato incontro tra il Papa e il Dalai Lama nel settembre scorso ci sarebbe proprio la mano tesa del Pontefice alla Cina. (AGI) 

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