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Cinema a prova di bomba, l’ incubo nucleare raccontato da Hollywood

Critiche laiche

Intervista allo storico Maurizio Zinni, autore di un originale saggio dal titolo Schermi Radioattivi, in libreria per Marsilio.

sabato 15 marzo 2014 10:15


Doctor Stangelove (S. Kubrick, 1964), una scena del film

di Paolo Tosatti Nei giorni in cui il mondo intero torna ancora una volta con il pensiero e con la memoria alla tragedia di Fukushima, che tre anni fa ha sconvolto drammaticamente la vita di milioni di persone e riportato al centro del dibattito internazionale i rischi legati all’utilizzo dell’energia nucleare, esce in libreria, edito da Marsilio, un’interessante saggio di Maurizio Zinni, ricercatore di Storia contemporanea all’Università degli studi Roma tre, intitolato Schermi radioattivi. L’America, Hollywood e l’incubo nucleare da Hiroshima alla crisi di Cuba (320 pagine, 19 euro). L’incubo del nucleare ha scosso l’immaginario collettivo americano e mondiale fin dalle prime notizie sulla distruzione della città giapponese di Hiroshima. Gli Stati Uniti, primi detentori dell'”arma definitiva”, vennero chiamati in anticipo rispetto agli altri Paesi a confrontarsi direttamente con le profonde implicazioni della nuova energia e dei suoi possibili impieghi. Con rara acribia il volume di Zinni indaga, attraverso una ficcante disamina storiografica, il modo in cui Hollywood, da sempre fabbrica di sogni e di inquietudini, si è fatta specchio dell’atteggiamento contrastante dell’opinione pubblica americana nei confronti del nucleare. Babylon Post ha incontrato l’autore, responsabile del Laboratorio di ricerca e documentazione storico-iconografica del suo ateneo e vincitore nel 2011 del premio per opera prima della Società italiana per lo studio della storia contemporanea con il saggio Fascisti di celluloide (Marsilio, 2010) per parlare del libro e di quel filone di ricerca nato dall’analisi di una produzione artistica considerata a lungo ed erroneamente “di secondo piano” come il cinema.

La sua ricerca ha preso in considerazione un lasso di tempo precisamente circoscritto, che va dal 1945 al 1962. Eppure anche la filmografia prodotta successivamente ha avuto un peso non indifferente in quella che possiamo definire la “mitopoiesi sul nucleare”. Perché la scelta del 1962 come termine ad quem?
La filmografia di Hollywood sul nucleare è enorme. Un’analisi accurata di tutto il materiale prodotto sarebbe stata ingestibile e avrebbe finito per generare confusione. Da qui la decisione di limitare l’indagine alla produzione cha va da Hiroshima alla Crisi missilistica cubana, che può essere considerata la più significativa dal punto di vista del confronto tra la società americana, e più in generale della società occidentale, con il tema del nucleare. Solo l’ultimo capitolo del libro è dedicato al periodo successivo e cerca di offrire un’analisi del significativo cambio di prospettiva che si è registrato nelle pellicole realizzate a partire da quel momento, frutto di una grande rielaborazione collettiva sul tema dell’atomo. Questa rielaborazione ha portato a girare film come Fail-Safe (A prova di errore) di Sidney Lumet o una delle pellicole sul nucleare per antonomasia come Dr. Strangelove (Il Dottor Stanamore) di Stanley Kubrick, entrambi del 1964 ed entrambi caratterizzati da una posizione estremamente critica nei confronti dell’energia atomica.

Il nucleare però è entrato nel cinema americano prima dell’esplosione di Hiroshima. Già gli anni Venti e Trenta offrono in questo senso preziose testimonianze di uno “stadio pupale” in cui il cinema di finzione e di fantascienza comincia a parlare di atomo.
Sì, ma in questo caso ci troviamo di fronte a un tipo di narrazione completamente fantastica. Si parla di qualcosa che non si conosce e che viene semplicemente immaginato, che pertanto non ha alcun contatto con la realtà. Viceversa lo sgancio della bomba su Hiroshima segna un primo cambio di prospettiva. Da quel momento il nucleare irrompe violentemente nella americana. Nei giorni successivi si diffonde la convinzione che l’energia atomica ha posto termine al conflitto e ha sconfitto i giapponesi. Indipendentemente dal fatto che l’impero nipponico nel 1945 fosse ormai vicino al collasso, la società americana percepisce il lancio della testata su Hiroshima come un momento di liberazione. Finalmente il nemico è sconfitto e gli uomini impegnati sul fronte del Pacifico possono tornare a casa. Si ha dunque una percezione positiva di un fatto di cui tuttavia si ignorano la reale portata e le effettive conseguenze. Il popolo americano sa che Washington ha a disposizione un’arma fuori dal comune, la più potente che sia mai stata utilizzata nella storia. Proprio per questo parallelamente al senso di sollievo comincia a emergere nella coscienza collettiva anche una certa ansia, una paura non ben definibile ma collegata alla responsabilità di essere gli unici detentori di una simile potenza distruttrice.

Nei suoi precedenti lavori lei ha sempre definito il cinema come uno specchio deformante. Qual è l’immagine del nucleare che la sua superficie ha restituito all’indomani dello scoppio della bomba di Hiroshima? 
Il cinema è un prodotto culturale e al tempo stesso commerciale, che assorbe idee, influenze, sensazioni, opinioni e li ritrasmette filtrandoli attraverso una delle sue caratteristiche principali, tanto più vera quando si parla di Hollywood, che è quella di essere orientato al rientro economico. L’industria hollywoodiana comprende subito che il nucleare attira l’attenzione del grande pubblico, che senza sapere esattamente di cosa si tratti, è incuriosito da questa misteriosa forma di energia. I primi film incentrati sull’energia atomica vengono distribuiti nelle sale a meno di un mese dal 6 agosto del 1945. Si tratta di pellicole di propaganda sulla Seconda guerra mondiale che erano già state ultimate e all’interno delle quali vengono semplicemente inserite alcune battute che richiamano in modo generico il nucleare. La prima opera di questo genere è The house on 92nd street (La casa sulla novantaduesima strada) di Henry Hathaway, uscito all’inizio del settembre 1945. Si tratta di un film di spionaggio in cui l’Fbi dà la caccia a degli infiltrati nazisti che cercano di impadronirsi del “Process 97”, originariamente un segreto militare, che in fase di post produzione diventa la formula per la fabbricazione della bomba atomica. Già in questo genere di produzione, semplici polizieschi che hanno scopo di intrattenimento e blanda propaganda, è possibile rintracciare un riflesso della linea ufficiale dell’amministrazione americana: l’intelligence Usa combatte per tutelare la popolazione americana e l’intera umanità da un uso sbagliato dell’energia atomica, riuscendo a trionfare.

Tuttavia l’ansia che il nucleare ha diffuso nella società americana non viene completamente tacitata, come emerge ad esempio dal film di Orson Wells The lady from Shanghai (La signora di Shanghai), del 1947.
Il film di Wells è in realtà un noir angosciante che non parla di nucleare, ma nelle cui atmosfere opprimenti è possibile percepire chiaramente quell’inquietudine per un’imminente fine del mondo a cui il protagonista accenna due o tre volte nel corso della narrazione. Per salvarsi il personaggio principale vuole inscenare la propria morte e rifugiarsi su un’isola deserta, perché quando la distruzione arriverà, i primi posti ad essere colpiti saranno le grandi città. Impossibile non cogliere un riferimento all’incubo atomico. Lo stesso riferimento che c’è ad esempio in White Heat (La furia umana) di Raoul Walsh, in cui c’è un’esplosione in un impianto chimico da cui si alza un fungo atomico. Da lì a poco la paura collegata al nucleare emergerà in modo più chiaro, come si vede nel film per bambini di Joseph Losey The boy with green hair (Il ragazzo dai capelli verdi). Un bambino che ha perso i genitori durante la Seconda guerra mondiale si sveglia un mattino con i capelli verdi. In sogno i bambini morti durante il conflitto gli dicono che quel segno, che inizialmente lo rende un emarginato, serve in realtà a testimoniare al mondo che la guerra è una minaccia per tutti e che l’uomo deve puntare alla pace. E durante il film il ragazzo assiste a una conversazione tra due casalinghe che parlano apertamente di guerra nucleare, sostenendo che il prossimo conflitto sarà anche l’ultimo. Non a caso Losey sarà successivamente costretto a lasciare gli Stati Uniti durante il maccartismo.

Il film di Losey è del 1948, un momento in cui si comincia a delineare il nuovo assetto bipolare del mondo e la contrapposizione Usa-Urss. Con il Blocco di Berlino si entra in piena Guerra fredda. E nel 1949 l’Unione Sovietica fa detonare la sua prima testata atomica. Come cambia la rappresentazione hollywoodiana del nucleare a partire da questa nuova fase? Cinema a prova di bomba, l'incubo nucleare raccontato da Hollywood
La rappresentazione stereotipata dell’arma nucleare che l’amministrazione Usa ha costruito subito dopo la guerra viene ulteriormente rafforzata. Se prima l’energia dell’atomo era vista come un segreto da custodire gelosamente, adesso è rappresentata come l’ultimo baluardo a difesa delle prerogative americane. Quindi la produzione di armi sempre più potenti non solo non deve spaventare ma è l’unico modo per evitare che i sovietici prendano il sopravvento. Molti film cominciano a descrivere il nucleare come unico strumento efficace per la difesa della libertà e della democrazia. Le grandi majors americane producono pellicole costose con famosi attori, come James Stewart, che celebrano l’aviazione americana, e in particolare il Sac, lo Strategic air command, come il braccio armato che difende la libertà degli Stati Uniti. Il Sac è stato fondato nell’immediato dopoguerra e si occupa della gestione dei bombardieri che trasportano le bombe atomiche. A questa unità Anthony Mann dedica un film intitolato appunto Strategic air command (Aquile dell’infinito), in cui il personaggio principale è un noto giocatore di baseball che viene richiamato sotto le armi appunto nel Sac. Dopo un’iniziale titubanza, e spinto anche dalla moglie, l’eroe capisce che il suo posto è al servizio della sua patria. Eppure anche in questa fase la paura dell’atomica non viene totalmente superata. In un film come The day the Earth stood still (Ultimatum alla terra) di Robert Wise, del 1951, un alieno scende sul nostro pianeta e chiede di parlare con tutti i capi di Stato. Alla proposta avanzata dall’esercito Usa di conferire con il presidente americano, l’alieno rifiuta sottolineando che il suo compito è quello di mettere in guardia tutti gli abitanti del pianeta dai rischi che la proliferazione nucleare porta con sé. Il messaggio è evidente: non ci sono un’arma americana buona e una sovietica cattiva, l’atomica è sempre pericolosa.

Malgrado le ansie non sopite, però, nel passaggio tra l’amministrazione Truman e quella di Eisenhower la necessità della deterrenza atomica venne ulteriormente rimarcata. Nel marzo del 1954, nell’atollo di Bikini, venne condotto l’esperimento “Bravo”, che portò alla detonazione della più potente bomba all’idrogeno mai realizzata, 3.000 volte più forte della testata di Hiroshima. Un’arma talmente devastante da generare effetti incontrollati, che costrinsero l’amministrazione Usa a evacuare la popolazione di alcune zone vicine ritenute inizialmente al sicuro. Quale fu la reazione di Hollywood a questa nuova “potenza distruttiva”?
La popolazione americana e del mondo intero fu molto scossa dalla bomba di Bikini. In particolare a toccare le coscienze fu l’incidente della Daigo Fukuryu Maru, un peschereccio giapponese il cui equipaggio fu raggiunto dalla polvere radioattiva causata dall’esplosione. Tornati in patria tutti gli uomini dell’equipaggio si ammalarono gravemente a causa delle radiazioni. Così la paura del nucleare assume nuove forme e si dilata. Se prima il timore era diretto solo all'”atomica dei nemici” ora gli americani cominciano anche a temere la propria energia atomica, che può portare morte e distruzione attraverso la contaminazione. Non a caso è in questi anni che si sviluppa un importante filone della cinematografia hollywoodiana, quello degli animali radioattivi. Che inizia con Them di Gordon Douglas, del 1954, che parla di un’invasione di formiche giganti che escono dal deserto di Los Alamos dove sono state testate le prime bombe atomiche. Le radiazioni quindi hanno spalancato la porta di un universo che l’uomo non conosce, e da cui può essere distrutto.

Nel 1957 i sovietici mandarono in orbita lo Sputnik. Gli Usa percepirono che il loro predominio tecnologico e militare veniva messo in discussione e intensificarono la produzione di propaganda anti sovietica. Parallelamente però, con la grande marcia di Londra del ’57 cominciò a svilupparsi il primo grande movimento antimilitarista e antinuclearista della storia, che porterà negli Stati Uniti alla nascita del Sane, il Comitato per una sana politica nucleare. Che tipo di influenza ebbero queste dinamiche sull’industria cinematografica Usa? Cinema a prova di bomba, l'incubo nucleare raccontato da Hollywood Alla fine degli anni Cinquanta il timore di una guerra atomica imminente era estremamente diffuso nella popolazione americana. Non è certo un caso se nel 1959 esce On the beach (L’ultima spiaggia), di Stanley Kramer, tratto dall’omonimo romanzo post apocalittico dello scrittore australiano Nevil Shute. Come testimonia il prestigioso cast, che comprende Gregory Peck, Anthony Perkins, Fred Astaire e Ava Gardner, si tratta di un film estremamente importante, che narra l’estinzione del genere umano, inserendosi in un filone che era nato alcuni anni prima e che diventerà poi significativo nella produzione successiva. Le pellicole di questo genere con il tempo si andranno moltiplicando, raccontando scenari da fine del mondo molto diversi tra loro ma tutti accomunati dal tema dei sopravvissuti. Questo è il punto centrale: l’idea che viene presentata è che a una guerra atomica si può sopravvivere. Chiaramente questa sopravvivenza è difficile, aspra, drammatica. Spesso però offre la possibilità di una palingenesi dell’umanità, di una rinascita grazie alla quale gli uomini potranno costruire una nuova società libera dalla guerra. Il film di Kramer invece parla di un’umanità condannata, in cui nessuno può rimanere vivo. Ai sopravvissuti protagonisti non resta altro da fare che attendere l’ineluttabile morte. Gli antinuclearisti prendono questo film come una bandiera, mentre l’amministrazione Usa lo percepisce come una minaccia.

Con On the beach quindi si incrina quel “rapporto cordiale” che si era venuto a determinare tra l’amministrazione Usa e Hollywood sul tema del nucleare?
Sì. Siamo decisamente lontani dai tempi di Strategic air command. Eppure sono passati pochissimi anni. Hollywood comincia a prendere posizioni che cozzano nettamente con la linea ufficiale di Washington in tema di armamenti atomici. Le rappresentazioni cinematografiche del nucleare diventano sempre più improntate a un netto pessimismo. Lo dimostra una pellicola come The flight that disappeared di Reginald Le Borg, del 1961, in cui i tre protagonisti, esperti di armamenti atomici, vengono messi sotto processo da entità non identificate che li accusano di aver commesso un crimine progettando armi in grado di distruggere il mondo. Così, se nell’immediato dopoguerra gli scienziati erano celebrati come eroi perché avevano messo a disposizione del mondo la risorsa nucleare, ora vengono processati da un tribunale etereo che li chiama a rendere conto di quelle che sono divenute malefatte. Il cambio di prospettiva è evidente.

Un anno dopo l’uscita di questo film scoppiò la Crisi missilistica cubana. In quei tredici giorni dell’ottobre del 1962 il mondo intero fu convinto di trovarsi a un passo dalla fine. La guerra alla fine non ci fu. Cinema a prova di bomba, l'incubo nucleare raccontato da Hollywood No, ma dopo quella crisi la popolazione americana approdò definitivamente su posizioni antinucleariste. La stessa amministrazione Kennedy si rese conto che la corsa agli armamenti non poteva essere portata avanti e che era necessario istituire degli strumenti per evitare il ripetersi di simili scenari. Nel 1963 viene siglato il primo accordo tra Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica per il controllo degli esperimenti nucleari nell’atmosfera. Questo non indica chiaramente un abbandono dell’opzione atomica ma rappresenta comunque un passo importante, che contribuisce a dissipare molte delle ansie presenti nell’opinione pubblica mondiale e a creare l’illusione che la minaccia nucleare sia definitivamente fugata. Come sempre il cinema rispecchia questo nuovo atteggiamento, che può essere facilmente riscontrato in tutti i film del periodo, in cui la rappresentazione dell’atomo è ormai fortemente negativa. La corsa al nucleare è ormai considerata unanimemente come una scelta folle che può portare soltanto all’autodistruzione. E dopo gli scienziati a salire sul banco degli imputati sono addirittura i militari, coloro ai quali per primi era stato affidato il compito di gestire l’atomica nell’interesse dell’umanità. I membri dell’esercito si trasformano da difensori in carnefici. Questo è evidente in una pellicola come il Dottor Stranamore, in cui Kubrick ritrae i militari come dei pazzi arroccati nella stanza dei bottoni. In meno di venti anni si è arrivati dunque a un cambio radicale di prospettiva in merito al nucleare, un mutamento di cui il cinema, attraverso le griglie della finzione e dello spettacolo, offre una testimonianza di insuperato nitore, imprescindibile per ogni seria analisi storiografica sull’argomento.

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