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Cisgiodania. La ragazza ribelle

Due articoli su Tamini, paladina controversa in Cisgiordania (Repubblica 30.7.18)

“Ahed, il ritorno della ragazza ribelle eroina dei palestinesi. Aveva picchiato un soldato israeliano, da ieri è libera:“Temevo di saltare la maturità” di Lourdes Baeza

“”GERUSALEMME L’adolescente palestinese di 17 anni Ahed Tamimi ha lasciato ieri mattina il carcere israeliano di Hasharon — che si trova a Even Yehuda, nel centro di Israele — dove ha trascorso gli ultimi otto mesi, e ha raggiunto la sua casa in Cisgiordania circondata da una folla festante e dai suoi parenti, che non smettevano più di abbracciarla e di baciarla. «La resistenza continuerà fino alla fine dell’occupazione», sono state le sue prime parole sulla soglia di casa. Al polso un braccialetto con la bandiera palestinese e al collo una kefiah che si è messa non appena è scesa dal veicolo dell’esercito che l’ha accompagnata a nord ovest di Ramallah (Cisgiordania), dove l’aspettavano i suoi.
Nel pomeriggio, più tranquilla, dopo aver posato sorridente mentre mangiava un gelato, la ragazza ha risposto ai giornalisti con accanto i suoi genitori. «Sono felice, ma sarò ancora più felice quando tutte le donne palestinesi saranno liberate dalle prigioni dell’occupazione israeliana», ha detto nel cortile della sua casa.
Tamimi ha raccontato che una delle sue più grandi paure, durante la prigionia, era quella di non poter sostenere gli esami di maturità. «L’idea di non potermi diplomare mi provocava un grande stress e molta tensione», ha detto. Per questo, in prigione, ha dedicato tutto il suo tempo a studiare. La ragazza ha detto tra gli applausi che «la gente è padrona del suo destino e del suo futuro». Ahed si è rifiutata di rispondere alle domande dei media israeliani presenti.
Sua madre ha sottolineato che bisogna sostenere i giovani palestinesi perché sono il futuro.
«In Palestina, i bambini muoiono dentro casa loro», ha detto Nariman Tamimi. Anche lei ha scontato gli otto mesi di detenzione a cui un tribunale israeliano le aveva condannate, lo scorso marzo, per aver aggredito un soldato e incitato alla violenza. La ragazza è diventata famosa in tutto il mondo dopo essere apparsa in un video in cui schiaffeggiava un soldato israeliano, il 15 dicembre scorso, sulla porta di casa sua. Il fatto avvenne durante una retata dell’esercito israeliano a Nabi Saleh, il villaggio palestinese in cui vive la famiglia Tamimi, in Cisgiordania. La scena, in cui si vedeva anche sua cugina, Noor Tamimi, fu trasmessa in diretta attraverso i social network da sua madre, anche lei arrestata e condannata alla stessa pena.
Entrambe sono state ricevute dal presidente palestinese Mahmoud Abbas, nella Mukata, la sede del governo palestinese a Ramallah.
Hanno anche reso omaggio alla tomba di Yasser Arafat, lo storico leader palestinese.
Da quando è stata rinchiusa in una struttura militare, nel dicembre del 2017, la ragazza è diventata un simbolo della resistenza palestinese, ma già da molto piccola era stata protagonista di scontri con le forze di sicurezza israeliane. In un altro video, girato quando aveva appena 12 anni, si vede Ahed che redarguisce i soldati israeliani e gli dà delle manate nel tentativo di evitare l’arresto di suo fratello, che ieri non si è separato mai da lei.
I media palestinesi hanno contribuito a forgiarne l’icona, esaltando il coraggio. Per la maggior parte degli israeliani, invece, il famoso video non è stato altro che un tentativo intenzionale delle Tamimi di provocare i soldati mentre venivano filmati. Accuse che la ragazza ha respinto durante il processo. Ha spiegato, invece, che aveva scaricato la sua ira contro i militari perché avevano sparato un proiettile di gomma in faccia a suo cugino: la sua faccia rimarrà deformata per tutta la vita.
La famiglia Tamimi è molto nota per il suo nazionalismo e la sua lotta attiva «contro l’occupazione israeliana». Il suo villaggio, Nabi Saleh, si trova nella cosiddetta zona C, la parte della Cisgiordania sotto il controllo amministrativo e militare israeliano. Diversi membri della famiglia Tamimi sono morti durante scontri con l’esercito israeliano — l’ultimo, lo scorso gennaio a Ramallah — e sono rari quelli che non sono passati per la prigione o in qualche centro di detenzione.
Anche suo padre, Bassem, è stato messo in prigione più volte.
Secondo fonti della famiglia, nelle prigioni israeliane ci sono ancora 15 membri del loro clan.”

“Il conflitto israelo-palestinese. La ragazza ribelle”  di Gigi Riva

“”Ahed Tamimi non ha un velo in testa, nemmeno una tunica nera lunga fino ai piedi. Ahed Tamimi ha una cascata di capelli ricci, occhi chiari, jeans e una maglietta attillata che valorizza le sue forme di diciassettenne. Ahed Tamimi potrebbe essere parigina, romana, americana. Una ragazza che va in piazza per protestare contro la riforma della scuola o i tagli al welfare. Invece è palestinese e per strada, accanto a casa sua, nel villaggio di Nabi Saleh, venti chilometri a nord di Ramallah, nel dicembre scorso aveva preso a schiaffi e pugni due soldati israeliani, per questo era stata condannata a otto mesi di prigione.
Con un piccolo sconto di pena ieri è tornata a casa, grazie a una “ valutazione speciale” dell’Autorità carceraria dello Stato ebraico in cui ha probabilmente pesato il valore simbolico che l’adolescente ha assunto per la causa del suo popolo. Perché d’incanto l’icona della resistenza non ha più il volto truce di miliziani di Hamas che lanciano missili contro la popolazione civile, o “martiri” con cinture esplosive e un versetto del Corano scritto su una bandana verde pronti a farsi esplodere in una discoteca dove ballano i loro coetanei. Ahed Tamimi è la figlia, la sorella minore. Il suo aspetto la rende familiare, riconoscibile come una del “nostro” mondo, che lotta a mani nude contro l’occupazione della sua terra. Non imbraccia un fucile, la violenza che esprime sta nella forza delle sue braccia. Ed è donna calata nel panorama maschile della guerra a rovesciare cliché. Ahed Tamimi è figlia di Bassem, militante di Fatah, il movimento laico che fu di Yasser Arafat e che dalla morte del leader è riuscito ad esprimere solo una nomenklatura invecchiata e corrotta. E che ora, grazie al volto pulito e arrabbiato di una ragazza, trova la linfa per rialzare la testa e la osanna valutando il suo gesto «più utile di quelli di mille combattenti». La postura con cui ha retto l’interrogatorio in cui ha ribadito di avere «il diritto di non rispondere alle domande» è la strategia legalista con cui guadagnare il consenso che nessun atto terroristico potrà mai portare.
Benché così giovane, Ahed è già una veterana dei cortei contro l’occupazione a cui partecipa da quando era bambina, costretta a diventare in fretta adulta, e non c’è membro della sua famiglia che non sia passato dalla prigione. Non ha avuto il tempo per godersi l’età dell’innocenza e certo è stata anche usata da chi ha capito che gli occhi infantili sono gli unici a poter commuovere un’opinione pubblica fattasi distratta. Ma nel giorno in cui si celebra la fine del carcere di Ahed sia concesso anche un pensiero per quei soldati da lei presi a schiaffi senza reagire. Non sempre nei Territori occupati i militari israeliani hanno mostrato tanto autocontrollo. Nemmeno davanti a dei bambini.””

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