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Clima: da Rio a Parigi, 25 anni di accordi disattesi

Era il 1992 quando delegazioni di 154 Paesi si riunirono a Rio de Janeiro, in Brasile, per redigere la Convezione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Da allora, fino all’appuntamento di Parigi nel 2015 quando è stata firmata l’intesa sul clima raggiunta durante la Cop21, è passato un quarto di secolo segnato da grandi conferenze e accordi disattesi. Pieni di buona volontà, grandi proclami, ma scarsi di obblighi e termini vincolanti, i vari patti per ridurre la Co2 e tutelare l’ambiente non hanno visto il mantenimento degli impegni.

  • 1992 – RIO DE JANEIRO – Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNCED) Il “Summit della Terra”, a cui presero parte le delegazioni di 154 nazioni, si concluse con la stesura della Convezione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, meglio conosciuta come United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC). Obiettivo del trattato era quello di ridurre le emissioni di gas serra nell’atmosfera, sulla base della teoria del riscaldamento globale. Entrata in vigore, senza alcun vincolo per i singoli Paesi, il 21 marzo 1994, da quell’anno le delegazioni decisero di incontrarsi annualmente nella Conferenza delle Parti (COP).
  • 1997 – KYOTO – COP 3 Il Protocollo di Kyoto fu adottato al termine di negoziati convulsi che videro tra i protagonisti l’ex vicepresidente Usa e Premio Nobel per la Pace, Al Gore. Gran parte dei Paesi industrializzati e diversi Stati con economie di transizione accettarono riduzioni legalmente vincolanti delle emissioni di gas serra, comprese mediamente tra il 6 e l’8 per cento rispetto ai livelli del 1990, da realizzare tra il 2008 e il 2012. Segnava un passo fondamentale nella lotta ai gas serra: per la prima volta tutti gli stati, Usa e Australia esclusi, si assumevano impegni di politica nazionale per la riduzione di Co2.
  • 2000 – L’AJA – COP 6 La conferenza de L’Aja, che avrebbe dovuto affrontare i nodi politici ancora irrisolti, fu subito segnata dai contrasti che opposero la delegazione dell’Unione Europea a quella degli Stati Uniti. Una serie di controversie, ad esempio le misure da adottare in caso di mancato adempimento agli obblighi e l’assistenza economica verso i Paesi in via di sviluppo per contrastare i mutamenti climatici, determinarono il fallimento del vertice. Nel 2001, a quattro mesi dall’uscita degli Usa dal Protocollo di Kyoto, i partecipanti si riunirono nella COP 6 bis a BONN dove fu decisa l’applicazione dei meccanismi flessibili, venne stabilito un credito per le attività che contribuiscono all’abbattimento del carbonio presente nell’atmosfera e fu definita una serie di finanziamenti per agevolare le nazioni in via di sviluppo a ridurre le emissioni di Co2.
  • 2001 – MARRAKESH – COP 7 Il summit di Marrakesh si concentrò soprattutto sulla creazione delle condizioni necessarie per la ratifica del Protocollo da parte delle singole nazioni. I delegati concordarono che per l’entrata in vigore degli accordi di Kyoto fosse necessaria l’adesione di 55 paesi, responsabili del 55 per cento delle emissioni di Co2 nell’atmosfera nel 1990.
  • 2005 – MONTREAL – COP 11 Da qui venne fuori l’accordo che puntava a ridefinire gli obiettivi vincolanti in vista della scadenza, nel 2012, del Protocollo di Kyoto. Le 157 delegazioni approvarono un piano di consolidamento del CDM, ovvero dei meccanismi di sviluppo pulito, che avrebbero consentito alle nazioni più sviluppate di eseguire progetti di riduzione delle emissioni nei Paesi in via di Sviluppo.
  • 2006 – NAIROBI – COP 12 La conferenza, nata con l’ambizioso proposito di coinvolgere i Paesi africani nei progetti CDM, non riuscì a stabilire ulteriori obiettivi di riduzione delle emissioni alla scadenza del Protocollo di Kyoto.
  • 2009 – COPENHAGEN – COP 15 La conferenza, a dispetto delle aspettative della vigilia, si chiuse con un accordo interlocutorio messo a punto da Stati Uniti e Cina, con il contributo di India, Brasile e Sud Africa, sostanzialmente accettato dall’Ue. L’accordo di Copenhagen prevede di contenere di due gradi centigradi l’aumento della temperatura media del Pianeta e un impegno finanziario (30 miliardi di dollari l’anno tra il 2010 e il 2012 e 100 miliardi di dollari a partire dal 2020) da parte dei Paesi industrializzati nei confronti delle nazioni più povere.
  • 2011 – DURBAN – COP 17 Il Durban Package, sottoscritto anche da Stati Uniti e Cina, obbliga le Parti a fissare obiettivi di riduzione delle emissioni legalmente vincolanti. L’accordo universale sul clima viene però rinviato al 2015 e con effetti dal 2020. A Durban si decide di estendere di 5 anni la scadenza del Protocollo di Kyoto prevista nel 2012.
  • 2013 – VARSAVIA – COP 19 Si raggiunge il momento più buio della storia del negoziato sul clima, con l’abbandono dei lavori da parte delle Ong per protesta contro la mancanza di presa di responsabilità degli impegni sottoscritti da parte dei Paesi industrializzati. 
  • 2015 – PARIGI – COP21 Il 12 dicembre 195 Paesi hanno adottato uno storico accordo sul clima. Meno di un anno dopo, il 5 ottobre, è stata raggiunta la soglia di almeno 55 ratifiche da parte dei Paesi firmatari, pari al 55% delle emissioni di gas serra prodotte, per far entrare in vigore l’intesa globale. Gli impegni indicati nell’intesa prevedono la riduzione di emissioni di gas serra, con un obiettivo collettivo di -40% rispetto ai livelli del 1990. L’accordo, in sintesi, punta a bloccare l’innalzamento della temperatura ben al di sotto dei 2 gradi rispetto all’era preindustriale e di fare di tutto per non superare 1,5 gradi. L’obiettivo è rafforzare periodicamente gli obiettivi di riduzione fissati volontariamente dai singoli Paesi: la prima verifica ci sarà nel 2018, nel 2023 la prima revisione vera e propria per far crescere gli obiettivi di taglio della Co2. L’accordo in sé è legalmente vincolante ma non lo è il suo sviluppo pratico. La sua forza risiede proprio nel meccanismo di revisione periodica degli impegni dei singoli Paesi. Non sono previste sanzioni ma un meccanismo trasparente per garantire l’attuazione degli impegni presi e avvertire dell’avvicinarsi di scadenze. Quanto ai finanziamenti, i firmatari si sono impegnati per 100 miliardi di dollari entro il 2020 per il trasferimento delle tecnologie pulite nei Paesi non in grado di fare da soli il salto verso la green economy.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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