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Clima: l'altra America che tende la mano a Parigi 

Lloyd Blankfein, numero uno di Goldman Sachs, una delle più grandi banche d’affari del mondo, non aveva mai utilizzato Twitter in vita sua. Per convincerlo a debuttare sul social network più amato dai politici c’è voluto il dietro front unilaterale di Donald Trump sugli accordi di Parigi sul clima, siglata nel 2015 da 195 Paesi sotto l’egida dell’Onu.

Today’s decision is a setback for the environment and for the U.S.’s leadership position in the world. #ParisAgreement

— Lloyd Blankfein (@lloydblankfein) 1 giugno 2017

“La decisione è un passo indietro per l’ambiente e per la posizione di leadership degli Usa nel mondo”, ha cinguettato Blankfein, con l’hashtag #ParisAgreement, forse il più twittato di queste ore. Non ci sono solo le altre nazioni del mondo unite contro il presidente degli Stati Uniti ma anche un grosso pezzo di America, che lo scorso 8 novembre non aveva necessariamente scelto Hillary Clinton. Goldman Sachs era stata tra i colossi dell’economia Usa che avevano dato fiducia a ‘The Donald’ ed erano pronti a sostenerlo nel suo intento di “rendere l’America di nuovo grande”. Da Goldman Sachs arriva Gary Cohn, il capo del consiglio economico del presidente. E da Goldman Sachs arriva il nuovo segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, 17 anni di carriera nella celebre banca d’affari. 

Un altro cinguettio che pesa è quello firmato da Elon Musk, il visionario patron di Tesla: Il cambiamento climatico è reale. Lasciare Parigi non è un bene per l’America o per il mondo”.

Am departing presidential councils. Climate change is real. Leaving Paris is not good for America or the world.

— Elon Musk (@elonmusk) 1 giugno 2017

Musk aveva già avvertito che avrebbe lasciato il comitato degli advisor del presidente in caso di marce indietro sul clima. Con lui ha abbandonato il comitato, creato da Trump per ridisegnare il volto degli Stati Uniti avvalendosi della “esperienza” del settore privato, anche il numero uno di Walt Disney, Bob Iger, che ha parlato di “una questione di principio”.

As a matter of principle, I’ve resigned from the President’s Council over the #ParisAgreement withdrawal.

— Robert Iger (@RobertIger) 1 giugno 2017

La loro defezione lascia il resto dei componenti in una situazione piuttosto imbarazzante. Jamie Dimon, presidente e Ceo di JpMorgan Chase, per esempio, era tra i firmatari, insieme a Musk, Iger e altri 27 uomini d’affari di una lettera al presidente per riaffermare il “forte sostegno” alla permanenza degli Stati Uniti nell’accordo. Anche Nidra Nooyi, la Ceo di PepsiCo, aveva firmato quella lettera. “Proteggere l’ambiente è assolutamente importante per il futuro della nostra azienda, clienti, consumatori, e del nostro mondo”, aveva scritto nel 2014. E la PepsiCo ha già un programma per la riduzione delle emissioni inquinanti approvato dalla Science Based Targets Initiative, che è sostenuta dall’Onu e in linea con gli accordi di Parigi.

E Michael Bloomberg vola da Macron

Un fronte interno pronto a saldarsi con quello esterno, che ha trovato un suo leader nell’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, la cui fondazione metterà insieme i 15 milioni di dollari da destinare all’Onu per il clima, compensando il taglio dei finanziamenti annunciato dalla Casa Bianca. Il miliardario ha incontrato a Parigi il presidente francese Emmanuel Macron, il quale aveva lanciato un appello a scienziati e ingegneri Usa perché traslocassero in Francia, dopo il voltafaccia di Washington.

“Gli americani non consentiranno a Washington di mettersi di traverso rispetto agli impegni”, ha detto Bloomberg che sta coordinando la mobilitazione di città, stati, istituzioni e imprese americane per rispettare gli obiettivi dell’America come se non fosse mai uscita dall’intesa parigina. Una mobilitazione che vede in prima fila il governatore della California, Jerry Brown (“siamo pronti alla battaglia”) e il primo cittadino di New York, Bill de Blasio, insieme ad altri 60 sindaci dissidenti. De Blasio, spiega il Sole 24 Ore, “ha preannunciato un ordine esecutivo per pianificare il rispetto degli impegni di Parigi”. “Il suo collega di Pittsburgh, in Pennsylvania, ha ricordato a Trump che non intende affatto fare marcia indietro sull’ambiente”, prosegue il quotidiano economico, “simile impegno accomuna ben 20 Stati americani su 50 che hanno adottato propri target sulle emissioni, in linea se non più aggressivi della riduzione concordata in ambito Onu e pari al 26%-28% entro il 2025. Brown – il cui stato vanta un Pil da 2.500 miliardi, da solo il sesto al mondo – ha indossato senza esito il mantello di ambasciatore informale di quest’altra America: è partito alla volta della Cina per negoziati sull’ambiente e parteciperà a Bonn alla Conferenza sul Cambiamento climatico organizzata sotto l’egida delle Nazioni Unite. La sua California fa da apripista quando si tratta di ambiente: è impegnata a tagliare le emissioni del 40% entro il 2030 e dell’80% entro il 2050”. Un’America parallela che ha l’ambizione di diventare l’interlocutore di un mondo che ha levato gli scudi compatto contro la decisione del presidente.
 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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