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Clima, toccato il “limite invalicabile”

Due articoli di Luca Martinelli sul clima (Manifesto 3.4.19)

Legambiente: «In undici anni 24 mila morti a causa del caldo in 23 città» 

“”La Terra è un organismo debilitato, è questo il messaggio del rapporto «State of the Climate». Come accade per gli esseri umani, questa fragilità risulta acuita quando ci sono degli eventi estremi, come il calore di questi giorni, l’emergenza caldo denunciata da Legambiente, con 18 città in «bollino rosso»: «Le ondate di calore possono avere effetti nocivi per la salute, soprattutto per gli anziani e gli ammalati, quando le temperature diurne superano i 35° C e quelle notturne non scendono sotto i 25°C – spiega l’associazione ambientalista -. Nelle aree urbane il caldo oltretutto aumenta per l’effetto di asfalto, auto e sistemi di condizionamento, anche di 4-5 gradi». Riportando i dati del Dipartimento di Epidemiologia del servizio sanitario regionale del Lazio, che coordina il programma nazionale di prevenzione, Legambiente ricorda che tra il 2005 e il 2016, in 23 città italiane, le ondate di calore hanno causato 23.880 morti, di cui 7.700 a Roma. Nell’estate del 2015, ad esempio, sono attribuibili al caldo 2.655 decessi di over 65 registrati in 21 città, pari al 13% del totale di quelle registrate nel periodo. Le cause? Cerebrovascolari, circolatorie, respiratorie, ma anche provocando con maggior frequenza malattie ischemiche o cardiache.
Se dall’Italia apriamo lo sguardo vediamo che gli eventi estremi legati al caldo sono prassi, registrata ogni mese nei bollettini della National Oceanic and Athmospheric Administration, il soggetto che cura il rapporto «State of the Climate»: giugno 2018, ad esempio, è stato per numerosi Paesi europei il più caldo dal giugno del 2003 (l’estate dei 70mila morti in Europa). In Oman, invece, s’è registrata la temperatura minima più alta di sempre: il 26 giugno la colonnina di mercurio non è scesa sotto i 42,6° C a Quriyat.
Il calore estremo è molto presente anche tra i ventisei eventi estremi più importanti del 2017: la mappa pubblicata col rapporto aiuta a capire come non esista un’area del Pianeta che non sia letteralmente sotto attacco. In Australia, il 2017 è stato il terzo anno più caldo dal 1910 (sette dei dieci anni più caldi della storia sono dopo il 2005); Per quanto riguarda il Messico, nel 2017 la temperatura media annua è stata la più alta nella storia: è il quarto anno consecutivo in cui viene superato il risultato dell’anno precedente. Anche in Europa, per la Spagna e la Bulgaria si è trattato dell’anno più caldo della sua storia. Il secondo per il Portogallo. Il terzo per l’Ucraina. Il quinto per la Francia e il Regno Unito. Per chiudere, il Pakistan: il 28 maggio 2017 a Turbet la temperatura massima registrata è stata di 53,5° C, la più alta mai registrata nel Paese, la più alta mai registrata nel mese di maggio in tutto il mondo.
Gli eventi estremi però sono anche altri: i venti scatenati dall’uragano Irma, che ha colpito Porto Rico, le Isole Vergini e la Florida tra il 30 agosto e il 16 settembre scorso, hanno toccato i 295 chilometri orari, 15 in più rispetto a quelli scatenati da Maria, che tra il 16 e il 30 settembre ha squassato il Caribe e (ancora) Porto Rico. E la Russia ha registrato nel 2017 il suo secondo anno più piovoso di sempre, dopo il 2013. Nel nostro Paese il 2017 è invece caratterizzato dalla siccità. Lo indica il XIII rapporto «Gli indicatori del clima in Italia» del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, disponibile online sul sito dell’ISPRA: precipitazioni medie in calo del 22%, ne fanno il secondo anno più secco di sempre.””

Stato del clima, nell’aria i livelli di CO2 più alti di sempre “Ambiente. Nel 2017 registrate 405 parti per milione, il dato più alto degli ultimi 800 mila anni secondo il rapporto «State of the Climate»”

“”Nella storia dell’umanità la concentrazione di CO2, cioè di biossido di carbonio, nell’atmosfera non è mai stata alta come nel 2017. Secondo il rapporto internazionale «State of the Climate», ormai si è arrivati ad un record di 405 parti per milione, la cifra più alta degli ultimi 800mila anni. Il rapporto è stato pubblicato dall’American Meteorological Society, ed è redatto dall’Agenzia Usa per la meteorologia (NOAA), con il contributo di 500 scienziati in 65 Paesi. Un dato riportato nel poderoso volume – oltre 330 pagine – dà conto del mutamento in atto: da quando 200mila anni fa ha fatto la sua comparsa l’Homo sapiens, fino a tempi relativamente recenti, la concentrazione di CO2 in atmosfera ha oscillato tra le 170 e le 280 parti per milione; negli ultimi decenni, però, il livello è schizzato in alto, fino a raggiungere il record dello scorso anno.
LA CONCENTRAZIONE di CO2 è una misura dell’accumulo di biossido di carbonio: è, cioè, un indicatore che tiene conto del livello di emissioni di gas climalteranti e anche della capacità di assorbimento di anidride carbonica delle piante. Se le prime aumentano, e restano in larga parte collegate all’utilizzo dei combusibili fossili (come spiega il rapporto «State of the Climate»), un altro aspetto del problema è che la seconda si è ridotta rispetto al passato.
Nel triennio 2015-2017, il livello di concentrazione delle emissioni è cresciuto di 8,3 parti per milione (ppm), con una media di oltre 2,5 ppm annui. Questo significa che – nonostante il protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi – si sta avvicinando il limite di concentrazione atmosferica di CO2 che gli scenziati ritengono invalicabile, sempre che si voglia limitare l’incremento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C, per sperare di limitare gli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici.
LE CALAMITÀ e i rischi descritti nello «State of the Climate», però, non si limitano al tema della CO2. Ad esempio, si dà conto del fatto che il 2017 è stato il terzo anno più caldo registrato a livello globale dal 1880 ad oggi. Sul podio, viene subito dopo il 2016 e il 2015, e questo ci dice che l’ultimo triennio è stato il più caldo della storia, almeno da quando sono disponibili misurazioni scientifiche accurate. Il 2017, specifica una nota dell’Ansa, «è stato l’anno più rovente in assoluto se si considerano solo gli anni non contraddistinti dalla presenza di El Nino, il fenomeno naturale periodico che riscalda gli oceani e contribuisce all’aumento del termometro globale. Nell’Artico la temperatura media annuale è stata di 1,6 gradi superiore alla media».
UN ALTRO ASPETTO significativo riguarda i fenomeni legati alla siccità. In questo caso, il 2017 è considerato il quarto peggior anno a partire dal 1950, dopo il 1984, il 1985 e il 2016. «Almeno il 3 per cento della superficie terrestre è stata interessata da una situazione di estrema siccità in ogni mese del 2017» scrivono i curatori Hartfield, Blunden e Arndt, che sottolineano gli elementi più indicativi del testo. Un altro record del 2017 riguarda il livello dei mari, che ha raggiunto i 77 millimetri sopra i livelli medi del 1993, da quando cioè viene misurato dai satelliti. «I livelli sono cresciuti ogni anno negli ultimi sei, e in 22 dei 24 anni osservati» spiega il rapporto.
Un ulteriore indicatore dello stato di salute precario del Pianeta è dato dalle misurazioni relative ai ghiacciai, che in tutto il mondo hanno perso volume per il 38esimo anno consecutivo. Una mappa, infine, dà conto degli «eventi estremi»: dagli uragani – Harvey, Irma e Maria in America – alle piogge abbondanti che hanno caratterizzato Stati come la Russia e la Norvegia, fino alle 800 vittime dei temporali in India, o alla drammatica stagione degli incendi in Italia, Spagna e soprattutto Portogallo.
Il rapporto del NOAA è stato diffuso il 1° agosto. Casualmente, nel 2018 questa data è coincida con l’Earth Overshoot Day, cioè il giorno in cui secondo gli esperti del Global Footprint Network abbiamo consumato le risorse naturali che il nostro Pianeta è in grado di rigenerare in un anno. Dal 2 agosto, cioè, stiamo simbolicamente “erodendo” il capitale (naturale) del pianeta. «In pratica è come se stessimo usando 1,7 Terre – calcola Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia – . Secondo i calcoli del Global Footprint Network il nostro mondo è andato in overshoot nel 1970 e da allora il giorno del sovrasfruttamento è caduto sempre più presto. Il deterioramento dello stato di salute degli ecosistemi e della biodiversità presenti sulla Terra continua a crescere – continua Bologna -. La valutazione del costo complessivo di questo degrado, causato dalla perdita di biodiversità e dei servizi ecosistemici, viene valutato in più del 10% del prodotto lordo mondiale».””

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