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Clinton-Trump, la guida al voto

Washington – Conto alla rovescia per le elezioni presidenziali americane. Martedì 8 gli americani sceglieranno chi, tra la candidata democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump, sarà il successore di Barack Obama alla Casa Bianca. Un voto indiretto che passerà attraverso l’elezione dei 538 “grandi elettori”. Dal sistema elettorale agli Stati in Bilico, ecco tutto ciò che c’è da sapere sull’elezione del 45mo presidente degli Stati Uniti.

QUANDO SI VOTA

L’Election day è l’8 novembre. Si vota in un solo giorno in tutti i 50 Stati e, come di consueto, la data coincide con il primo martedì successivo al primo lunedì di novembre. Oltre 40 milioni di persone hanno giù espresso il loro voto anticipatamente con “l’early voting“.  

ORARIO DI CHIUSURA SEGGI, STATO PER STATO

Con sei ore di fuso orario dalla Costa Est sull’Atlantico alle Hawaii in pieno Pacifico, i primi seggi a chiudere alla mezzanotte dell’8 (ora italiana) saranno quelli dell’Indiana e del Kentucky. L’ultimo sarà l’Alaska alle 6 del mattino del 9 novembre. Eccoli uno per uno:

ore 24:00
   – Indiana,  Kentucky
ore 01:00
   – Florida, Georgia, South Carolina, Vermont,  Virginia
ore 01:30
   – North Carolina, Ohio, West Virginia,  
   ore 02:00
   – Alabama,  Connecticut,  Delaware, Illinois, Maine, Maryland, Massachusetts ,  Mississippi,  Missouri,  New Hampshire, New Jersey,  Oklahoma, Pennsylvania,  Rhode Island, Tennessee, Washington DC,
ore 02:30
   – Arkansas
ore 03:00
   – Arizona,  Colorado, Kansas, Louisiana, Michigan, Minnesota, Nebraska, New Mexico,  New York, South Dakota, Texas, Wisconsin,  Wyoming
ore 04:00
   – Iowa, Montana, Nevada, Utah  
ore 05:00
   – California, Hawaii, Idaho, North Dakota, Oregon, Washington
ore 06:00
   – Alaska

QUANTI SONO GLI AMERICANI CHIAMATI ALLE URNE

Il numero degli americani chiamati alle urne si aggira intorno ai 130 milioni. Oltre 200 milioni in meno rispetto ai 318 milioni di residenti negli Usa. Al dato bisogna togliere infatti, oltre ai minorenni, gli stranieri – anche quelli muniti di Green card –, i cittadini con la fedina penale sporca, le persone con problemi mentali e coloro che non si sono iscritti ai registri elettorali.  Alle elezioni del 2012 si recarono alle urne 127 milioni di americani, il 55% della popolazione.

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PER COSA SI VOTA

L’elezione del presidente degli Stati Uniti è indiretta.  I cittadini americani non eleggeranno direttamente il presidente ma i 538 “grandi elettori” ( i  ‘delegati, pari ai 435 deputati, ai 100 senatori e a 3 espressione della capitale) che, a loro volta, indicheranno il nuovo inquilino della Casa Bianca il lunedì dopo il secondo martedì di dicembre (quest’anno il 19). Tuttavia, poiché le liste dei candidati a “grande elettore” sono espressione dei partiti, l’esito del voto è già evidente nella notte dell’Election Day. 

NON SOLO CASA BIANCA, LE ELEZIONI PER IL CONGRESSO

Il voto dell’8 novembre riguarda anche il Congresso: in palio ci sono tutti i seggi della Camera (rinnovata ogni due anni), 35 seggi al Senato e 12 poltrone da governatore, più tutta una serie di referendum. Con il voto maggioritario, un candidato alla presidenza può aggiudicarsi tutti i “grandi elettori” di uno Stato anche per pochi voti di differenza, secondo la regola del “chi vince prende tutto”.
 
I COLLEGI ELETTORALI

Ogni Stato federale elegge un numero di “grandi elettori” pari al numero di senatori e di deputati che manda al Congresso degli Stati Uniti, proporzionalmente al numero dei loro residenti. Tranne che in Maine e Nebraska, dove vige un sistema proporzionale, il candidato che ottiene un solo voto in più del rivale conquista tutto il pacchetto. Vince chi raggiunge per primo quota 270 grandi elettori su 538. La California che ha 38,8 milioni di abitanti è lo stato il più politicamente pesante perchè ne assegna 55, mentre lo sterminato Alaska, dove vivono però solo 736.000 persone, ne attribuisce solo 3.

Cinque cose da sapere sull’elezione del presidente Usa

IMPASSE 

In caso di parità di grandi elettori tra i due candidati la scelta è affidata al Congresso: la Camera sceglie il presidente e ogni Stato esprime un voto; il Senato sceglie il vicepresidente. 
Lo stallo si verificò due volte nella storia americana (quando il numero di gradi elettori non era ancora di 538): nel 1800, quando Thomas Jefferson (il terzo presidente) e Aaron Burr ottennero ciascuno 73 voti e Jefferson vinse solo al 36esimo ballottaggio. E nel 1824 Andrew Jackson ottenne 99 voti elettorali, John Quincy Adams (che aveva in effetti avuto più voti popolari) 84, William Crawford 41 e Henry Clay 37, dal momento che nessuno aveva raggiunto la maggioranza di 131, decise la Camera e vinse Jackson al primo ballottaggio. 

STATI BLU, STATI ROSSI

Rosso repubblicano, blu democratico, ecco gli stati tradizionalmente affezionati ai due schieramenti poliitci, Sono iscritti di diritto nella colonna ‘rossa’ dei repubblicani Alabama (9), Alaska (3), Arkansas (6), Idaho (4), Indiana (11), Kansas (6), Kentucky (8), Louisiana (8), Mississippi (6), Missouri (10), Montana (3), Nebraska (4), North Dakota (3), Oklahoma (7), South Carolina (9), South Dakota (3), Tennessee (11), Texas (38), West Virginia (5), Wyoming (3). Ovvero 157 ‘grandi elettori’ in totale. 
Sono tradizionalmente blù California (55), Connecticut (7), Delaware (3), DC (3), Hawaii (4), Illinois (20), Maine (3), Maryland (10), Massachusetts (11), New Jersey (14), New York (29), Oregon (7), Rhode Island (4), Vermont (3), Washington (12), Minnesota (10). Ovvero 195 in totale. Sono più combattuti Georgia (16), Iowa (6), Maine 2nd Congressional District (1), Ohio (18) e Utah (6) che dovrebbero finire nel bottino di Trump. E Colorado (9), Michigan (16), Pennsylvania (20, Virginia (13, Wisconsin (10), orientati verso i Democratici. Veri e propri ‘battleground statè sono Arizona (11), Florida (29), Nevada (6), Nebraska 2nd Congressional District (1), New Hampshire (4), North Carolina (15).

I 15 STATI DA TENERE D’OCCHIO

Al netto dei feudi Repubblicani o Democratici, sono almeno 15 gli Stati americani da tenere d’occhio nelle elezioni per il nuovo inquilino della Casa Bianca.

FLORIDA – E’ ancora un volta lo Stato che potrebbe fare la differenza. Per Trump è essenziale conquistarla. I Democratici hanno il vento in poppa, alimentato dal massiccio voto anticipato degli immigrati portoricani e comunque dei ‘latinos’. Anche i giovani cubani americani si sono allieneati con la candidata democratica. 

ARIZONA – Il Grand Canyon State non ha votato per un candidato democratico dal 1996, quando fu eletto Bill Clinton. Gli ultimi sondaggi danno Trump in lieve vantaggio ma l’early voting sembrerebbe favorire i Democratici: venerdi’, l’ultimo giorno in cui si poteva votare in anticipo, c’erano migliaia di cittadini ancora in fila. è indicativo anche il fatto che il repubblicano Joe Arpaio, lo sceriffo della contea di Maricopa, famoso per le proposte-choc e le inchieste sul certificato di nascita di Barack Obama, rischia di non esser rieletto dopo 24 anni. 

NEVADA – Assegna solo 6 grandi elettori ma potrebbe essere la ‘tomba’ di Trump. Gliel’ha scavata Harry Reid, il democratico che fu leader della minoranza Democratica al Senato tra il 2005 e il 2007. Il Nevada ha votato per il candidato che ha vinto le elezioni in tutte le presidenziali dal 1992 ad oggi; eppure è diviso nettamente tra elettori repubblicani e democratici. E negli ultimi anni ha cambiato composizione demografica: quasi un terzo dello Stato è ispanico, c’è una crescente popolazione di asiatici. Reid è riuscito a portato a livelli record l’affluenza degli dei latinos. 

COLORADO – E’ uno degli Stati più altalenanti tra gli Swing State: nel 2004, votò in maniera massiccia per George W. Bush, con una percentuale superiore alla media nazionale. Appena quattro anni più tardi, ha fatto lo stesso ma per Barack Obama. E fu così anche il mandato successivo. Stavolta sembra propendere nettamente a favore di Hillary Clinton (complice probabilmente la crescente popolazione ispanica, aumentata più del 20 per cento). Se dovesse finire nella colonna ‘blu’ sarebbe la prima volta negli ultimi 100 anni ad aver votato Democratico per tre volte di fila.

GEORGIA – Punta verso Trump. L’ultima volta che votò democratico fu per Bill Clinton, nel 1992, per cui stavolta sembrava dover andare di diritto alla ex First Lady. E invece la battaglia si è fatta infuocata: gli ultimi sondaggi danno Trump in lieve vantaggio oppure con un distacco che rientra nel margine di errore. La Clinton può sperare nello strabordante sostegno degli afroamericani di Atlanta (la vota l’89% dei neri secondo un recente sondaggio NBC/Wall Street Journal/Marist, rispetto al 5% per Trump). Occorre vedere se riuscità a mobilitare anche latinos e asiatici. 

IOWA – Conquistato da Barack Obama tanto nel 2008 che nel 2012, stavolta potrebbe andare a Trump grazie all’elettorato bianco e con scarso livello di istruzione. Assegna appena 6 ‘grandi elettori’, ma nello stretto cammino verso la Casa Bianca di Trump sarebbe essenziale. 

MICHIGAN – E’ dal 1988 che non sostiene un repubblicano alla Casa Bianca. Eppure questo Stato industriale, alla Clinton ha già riservato un brutta sorpresa alle primarie, votando Bernie Sanders. Con il 72% della popolazione bianca e un livello di istruzione non elevato, la Clinton, che è forte sopratutto tra le minoranze, adesso è in difficoltà. 

WISCONSIN – Lo Stato dove è nato il Partito Repubblicano non manda alla Casa Bianca un repubblicano dal 1964, ma Trump, puntando sulla classe operaia che ha sofferto in prima battuta il declino della industria manifatturiera americana, sta tentando di rovesciare la partita. Non ha lavorato per lui Paul D. Ryan, lo speaker repubblicano alla Camera, eletto proprio in Wisconsin, che non gli ha mai dato l’endorsement, anche se il primo novembre ha votato per Trump. 

VIRGINIA – Mesi fa il vantaggio di Clinton era cosi’ notevole che entrambe le campagne cessarono gli annunci pubblicitari in tv. Ma poi la corsa si è fatta più serrata ed entrambi sono tornati in tv. 

NEW HAMPSHIRE – Piccolo e indipendente, non è un gran premio in ballo con i suoi soli 4 grandi elettori da assegnare, ma è terreno di scontro a causa di un’agguerrita comunità Repubblicana in un’area tradizionalmente democratica. Qui infatti, il partito dell’Asinello ha vinto quattro delle ultime 5 elezioni. Ma la corsa della Clinton, che sembrava primeggiare senza tanto sforzo, si è affievolita nelle due ultime settimane e i sondaggi la davano in calo dopo l’annuncio dell’apertura della nuova inchiesta dell’Fbi. 

NEW MEXICO – La terra dell’incanto è stato una roccaforte democratica nelle ultime due tornate elettorali, con Barack Obama che qui ha conquistato un margine a doppia cifra sugli sfidanti repubblicani. Anche Donald Trump, con la sua retorica anti-immigrati e la proposta di costruire un muro al confine con il Messico, fa fatica a fare breccia nel cuore dell’elettorato, per oltre un terzo ispanico. A complicare le cose, c’è il terzo ‘incomodò, il candidato del Partito Libertario Gary Johnson, governatore dello Stato per due mandati: le previsioni gli assegnano il 7% dei voti. 

NORTH CAROLINA – E’ stato tra i più battuti in campagna elettorale, meta di innumerevoli viaggi di entrambi i candidati. Nonostante sia storicamente favorevole ai Repubblicani, qui i Democratici hanno assistito di recente a una serie di trend che potrebbero volgere la situazione a loro favore, come l’afflusso di professionisti bianchi e colti nella cintura urbana tra Raleigh e Charlotte e un incremento dell’elettorato afro-americano, passato dal 18 al 23%, conseguenza in parte della campagna di Barck Obama che qui vinse il primo turno ma perse nella rielezione a favore di Mitt Romney. Proprio in questo bacino si gioca la partita la Clinton che però non è riuscita finora a suscitare un grande entusiasmo. Da parte sua, Trump punta a conquistare i cuori delle terre rurali, in particolare a est dove il cotone una volta era una forza propulsiva e oggi langue. 

UTAH – Stato ‘rosso’ che non ha scelto un democratico dal 1964 e probabilmente non lo farà neanche domani. Ma potrebbe riservare una sorpresa anche per Trump, grazie a un ex agente della Cia: Evan McMullin, mormone, conservatore indipendente. è testa-a-testa con Trump, davanti a Clinton. Le simpatie che raccoglie tra molti mormoni sono la prova di come i mormoni guardino cON sospetto il magnate newyrokese, sposato tre volte, che fa commenti volgari sulle donne. Il 62% dei 3 milioni di abitanti dell’Utah è mormone. 

PENNSYLVANIA – Stato dalla grande rappresentanza delle working e middle-class bianche che ha votato democratico nelle passate sei elezioni, ma Trump che ha cercato di smuovere. Clinton si è invece concentrata quasi esclusivamente sulle aree di Filadelfia, nell’est e Pittsburgh nell’ovest, due pilastri blu. Un sondaggio del Washington Post attribuisce 5 punti di vantaggio alla Clinton ma la sua campagna ha avuto delle difficoltà, tanto che negli ultimi giorni il vicepresiente Joe Biden, nato proprio in Pennsylvania, ha trascorso un intero week end in suo sostegno. 

OHIO –  Conquistato da Barack Obama nel 2008 e nel 2012, questo Stato ha però una popolazione formata per l’80% da bianchi e il peso della working e middle-class americana in ansia per l’economia potrebbe essere decisivo e favorevole a Donald Trump. E infatti il candidato repubblicano, dopo una fase stentata, è in vantaggio nei sondaggi di 5 punti (Washington Post). Uno Stato da conquistare per Trump se il repubblicano vuole sperare nella vittoria finale, considerato anche che di solito chi conquista l’Ohio diventa presidente. La campagna della Clinton è stata molto pressante sull’Ohio negli ultimi giorni. Venerdi’ scorso Beyonce e Jay Z sono corsi a Cleveland per sostenere l’ex segretario di Stato.

L’ INSEDIAMENTO 

Chi vincerà la sfida dell’8 novembre si insedierà alla Casa Bianca a mezzogiorno del 20 gennaio 2017. Il presidente giura nelle mani del presidente della Corte Suprema con la stessa formula usata da George Washington nel 1789: “Io solennemente giuro che svolgerò fedelmente l’incarico di presidente degli Stati Uniti e, al meglio delle mie capacità, preserverò, proteggerò e difenderò la Costituzione degli Stati Uniti”. 

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