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Cognome della madre ai figli. Passano i secoli, siamo sempre al Manzoni

Articolo di Mario Pirani (Repubblica 27.1.14)

“”In Italia la legge quotidiana è sempre ispirata ai Promessi sposi. Don Abbondio detta le norme sulla vita della famiglia, appuntate sul breviario che accompagna le sue giornate e quelle dei fedeli. Qualora occorresse qualche imprevista variante sono sempre lì pronti i “bravacci” di turno a dare una mano per rimettere ordine a persone e cose. Gli esempi sono tanti ma per la maggior parte girano attorno alle vicende di coppia, alle sorti maritali o a quelle filiali. Storie in genere esemplari, ricordate e riesumate perché servano d’insegnamento attraverso gli anni e, grazie alla riproduzione letteraria, persino attraverso i secoli. Eccoci, dunque, come al solito, al ripetersi di una vicissitudine matrimoniale che trova la sua attualità nel reiterarsi di inciampi sulla via di qualche indisciplina formale che il parroco o qualche altro custode della Fede giudica come un pericoloso azzardo. Le istanze per mutar qualcosa nella liturgia laica (figuriamoci in quella cattolica) della procedura matrimoniale suscita sommovimenti, sotterfugi, vie d’uscita, di rinvio e di fuga che permettono di riproporre a un incerto domani ciò che nei paesi normali avviene in tempi certi e rapidi.
A rimettere in riga l’Italia, come per altre attuali contingenze, ci ha pensato anche questa volta l’ordinamento della Unione europea che ci ha raggiunto con una sua condanna che lascia al nostro Paese 3 mesi per ottemperare alla sentenza. Non possiamo lamentarci della fretta se ricordiamo che la disposizione avrebbe dovuto scattare dall’aprile 1999 e, cioè, 15 anni orsono. Da allora la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo aveva condannato l’Italia per aver violato i dirittti di una coppia di coniugi milanesi, Alessandra Cusan e Luigi Fazzo (i Renzo e Lucia della storia che andiamo narrando), negandogli la possibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre, invece di quello del padre. Nella sentenza, con relativo rinvio trimestrale per l’adempimento, i giudici di Strasburgo sottolineano anche la possibilità introdotta nel 2000 di aggiungere al nome paterno quello materno, possibilità peraltro non sufficiente a garantire l’eguaglianza tra coniugi, per cui le autorità italiane avrebbero dovuto cambiare la legge o le pratiche interne per mettere compiutamente fine alla violazione riscontrata.
A questo punto tutto dovrebbe filare secondo la volontà del giudice internazionale ma non è per innata diffidenza se le formule usate per affermare la prossima applicazione della legge lascino qualche perplessità. Non basta a dissolverle la proclamazione soddisfatta del premier Letta che sembra voler portare a casa almeno un successo sull’accidentato terreno del diritto di famiglia senza, però, pagare alcun prezzo alla «cultura familistica, centrata sulla consuetudinaria prevalenza del cognome dell’uomo». La fa notare la nota sudiosa dell’argomento, Chiara Saraceno, secondo cui il disegno di legge, allo studio del governo per adeguarsi al dettato di Strasburgo «sembra partire con il piede sbagliato» in quanto prevede che il figlio assume il cognome del padre ovvero, in caso di accordo tra i genitori risultante dalla dichiarazione di nascita, quello della madre o quello di entrambi i genitori. Questa formulazione ancora una volta privilegia il cognome paterno, che verrebbe attribuito di default, mentre per attribuire il cognome materno o quello di entrambi i genitori occorrerebbe una esplicita richiesta e dichiarazione di consenso.
Temiamo di essere di fronte alla solita logica del compromesso illogico ogniqualvolta si tratta di questioni di famiglia all’ombra del Cupolone? Non basta papa Francesco?””

Fonte

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