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Colf, le nuove schiave di Hong Kong

Sfruttamento lavoratriciArrivano dal Sud Est asiatico. In cerca di un impiego come domestiche. Ma sono sfruttate e seviziate dai datori di lavoro.

di Ernesto Corvetti – da Pechino –
Giocano a carte, bevono (di solito tè o aranciata), ascoltano musica pop dagli smartphone, qualcuna chiede di papa Francesco.

Sono tutte donne e si ritrovano nei parchi di Hong Kong. È domenica e le lavoratrici domestiche della metropoli, che in genere provengono dalle Filippine e dall’Indonesia – ma sempre più spesso anche da Myanmar, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka – si godono il loro giorno di riposo. Anche se per qualcuno «sembrano barbone».

A HONG KONG 320 MILA DOMESTICHE. Nell’ex colonia britannica ce ne sono circa 320 mila (una delle più alte densità al mondo): un domestic helper ogni otto famiglie

– o uno ogni tre famiglie con figli – per il 10% della popolazione attiva e il 4,4% di quella complessiva, secondo i dati di Asian Migrant Centre.
Nella regione dell’Asia-Pacifico lavora circa il 41% dei collaboratori domestici a livello globale, segno di un continente sempre più ‘duale’: da una parte chi delega le faccende di casa alla femme de chambre, dall’altra chi ha solo quell’espediente per vivere.

ALLARME SUI NUOVI SCHIAVI. Il problema è che a Hong Kong questo lavoro è svolto in condizioni di schiavitù.
Secondo un rapporto congiunto di Justice Centre Hong Kong e Liberty Asia – un consorzio panasiatico di associazioni che si battono contro lo sfruttamento nel Continente – l’ex colonia britannica è infatti da un lato luogo di approdo e di smistamento di questi lavoratori, ma dall’altro, non riesce a proteggerli con una legislazione adeguata, rendendoli così nuovi ‘schiavi’ globali.

Donne protette ‘solo’ contro lo sfruttamento della prostituzione

Il caso più recente – ma pure il più eclatante – di sfruttamento è stato quello di Erwiana Sulistyaningsih, una cameriera indonesiana che si trova ora in ospedale nel suo Paese. La sua datrice di lavoro di Hong Kong, la 44enne Law Wan-tung, l’avrebbe seviziata per almeno otto mesi, rendendola oggi incapace di camminare. La stessa donna avrebbe precedenti con altre due collaboratrici domestiche.
L’evento ha scatenato la rabbia delle lavoratrici, che sono scese per strada a protestare.
Il problema – sostiene il rapporto di Justice Centre Hong Kong e Liberty Asia – è che «l’attuale legislazione si limita a vietare il traffico di esseri umani ‘a scopo di prostituzione’, ma non a scopo di lavoro forzato o di altre tipologie».

IL BUSINESS DELLA MANODOPERA. Dietro le nuove forme di sfruttamento, però, c’è un sottobosco di agenzie di collocamento, società di prestito e datori di lavoro.
I collaboratori domestici – in maggioranza donne – approdano soprattutto a Hong Kong perché, in quanto capitale asiatica della globalizzazione e porta sulla Cina, ha una forte richiesta di manodopera. E poi si trova al centro di un’area geografica dove c’è abbondanza di offerta proveniente dai Paesi vicini.

LO SBARCO DA MYANMAR. Tanto che negli ultimi tempi s’è assistito al boom di lavoratrici provenienti da Myanmar: si tratta di persone appartenenti sia al gruppo etnico Bamar (maggioritario nel Paese), sia alle altre etnie minoritarie.
Queste devono infatti colmare i vuoti lasciati da cameriere di altre nazionalità, che gradualmente si emancipano. Così – è spiegato nel rapporto – si attende l’arrivo di circa 200 nuove collaboratrici in città nei prossimi tre mesi. Ma si teme che finiscano vittime dello sfruttamento a causa delle loro limitate capacità di comunicare in inglese e cantonese.

GIOVANI SPOSE USATE E ABBANDONATE. In difesa delle donne, sono nate alcune associazioni. Per esempio la Kachin women’s association Thailand (Kwat), che si occupa di proteggere le lavoratrici di etnia Kachin, originaria dell’estremo Nord Est birmano, dal traffico di umani.
A Lettera43.it l’associazione spiega che nella maggior parte dei casi, le donne finiscono in Cina, dove l’abbondanza di uomini e la carenza di femmine ha messo su un fiorente mercato di spose occasionali: vengono aiutate a espatriare, poi si sequestra loro il passaporto, le si induce al matrimonio di convenienza e poi, quando hanno prolungato la linea genealogica del marito, vengono abbandonate.
Ecco perché molte donne preferiscono quindi accettare un impiego da colf a Hong Kong, anche in condizioni difficili. Ed è sempre per questo motivo che gli attivisti fanno fatica a raccogliere denunce e testimonianze delle stesse vittime. A meno che non finiscano in ospedale.

Mercoledì, 26 Marzo 2014

http://www.lettera43.it/cronaca/colf-le-nuove-schiave-di-hong-kong_43675125452.htm

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