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Come fa l'Isis a venderci le opere d'arte saccheggiate in Siria e Iraq

L’Isis sta perdendo terreno ma il contrabbando di opere d’arte da Siria e Iraq non conosce sosta, anzi sta aumentando per compensare il calo degli introiti derivanti dalla vendita di petrolio. A gettare luce, con un lavoro accurato, su questo mondo sommerso e lucroso è stato il Wall Street Journal che in un lungo articolo ricostruisce protagonisti, storie dei pezzi, intermediari, vie di trasferimento e mercati di destinazione.

Le ‘guide’ in questo viaggio sono due giovani siriani – Muhammad hajj Al-Hassan e Omar Al-Jumaa – chiamati dai terroristi del Califfato a piazzare le opere presso acquirenti occidentali. I giornalisti del quotidiano americano hanno intervistato loro, insieme a commercianti di opere d’arte siriani, miliziani che hanno disertato dalle fila dello Stato Islamico, membri delle forze dell’ordine in Francia, Stati Uniti, Svizzera e Bulgaria, per comporre un mosaico quanto più accurato possibile che, sebbene non sia sempre verificabile, coincide nelle varie narrazioni.

 

Dal saccheggio alla vendita passano anni, anche un decennio

Il traffico di antichità sottratte dai terroristi nelle loro devastazioni di siti archeologici iracheni e siriani è molto redditizio e vive sul lungo periodo, con opere antiche che restano nascoste per anni, anche un decennio, in magazzini polverosi in Asia o Europa prima di rispuntare alla luce del sole, con documenti ‘ripuliti’ che ne attestano la legalità, nascondendo provenienza e passaggi di mano.

Video: Le opere rubate a Palmira (AGI) 

“Una volta saccheggiati in Siria e Iraq, gli oggetti entrano in un mercato grigio coperto dal segreto: è un problema che resterà con noi per gli anni a venire”, ha spiegato Michael Danti, archeologo a capo del Cultural Heritage Initiatives di Boston, consulente del dipartimento di Stato sul tema. “L’Isis – ha aggiunto un esponente delle forze di sicurezza francesi – sta aumentando la pressione su questi traffici per compensare la perdita degli introiti dal petrolio”.

Il viaggio dalla Siria e l’Iraq fino al mercante d’arte occidentale

Il viaggio delle opere d’arte trafugate inizia con la manodopera impegnata a scavare, dietro licenza concessa dall’Isis, sotto il controllo spesso di un membro del gruppo terrorista, considerato più leale rispetto ai locali. Inizialmente, le licenze venivano date gratuitamente dietro dichiarazione di fedeltà allo Stato islamico più il 20% del valore di ogni pezzo portato alla luce.

Adesso, però, la situazione è cambiata e i terroristi islamici pretendono che gli scavatori vendano a loro tutto ciò che trovano con uno sconto del 20% rispetto al valore stimato di mercato. A quel punto, i miliziani dell’Isis rivendono gli oggetti per conto proprio, con l’aiuto di intermediari come al-Hassan. Via via che il territorio sotto il loro controllo diminuisce – a causa della campagna militare – le regole sono applicate in maniera irregolare, in base al comandante della zona.

Il viaggio verso Turchia e Libano, poi l’Occidente

Gli oggetti trafugati vengono a questo punto fatti uscire dal Paese e trasferiti in Turchia e Libano – considerati due hub regionali del contrabbando di opere – passando il confine con diversi stratagemmi, con la donna velata che li nasconde sotto le vesti, celati in camion di derrate alimentari o colonne di profughi. Una rete di intermediari indipendenti a quel punto prende in carico il materiale e cerca di piazzarlo. Spesso le opere vengono contrabbandate nei Paesi dell’Est – come Romania e Bulgaria – e da lì in Europa Occidentale, specialmente Germania e Svizzera.

Ma una via che sta acquistando importanza, ha sottolineato di recente Brian Daniels, ricercatore associato al Smithsonian Institution , è quella che passa per il Sud-Est asiatico, con trasferimenti via mare verso Singapore e Thailandia: i controlli doganali sono meno accurati e il trasferimento da lì verso l’Occidente – Europa e Stati Uniti – desta meno sospetti, aiutando a nascondere la provenienza d’origine.

Nascosti per anni mentre si creano documenti falsi di proprietà

Una volta giunti presso un mercante d’arte Occidente, però, il viaggio non è finito: le antichità vengono immagazzinate per anni mentre vengono fabbricati i documenti che ne attestino la storia, documenti creati con vecchie macchine da scrivere, con vari passaggi di proprietà che aiutino a confondere e rendano più difficile risalire all’origine. Secondo Daniels, ci possono volere tra i 6 e i 9 anni prima che l’oggetto venga messo pubblicamente sul mercato, mentre per un esponente delle forze di sicurezza americane coinvolto nelle indagini in alcuni casi si può arrivare a dieci anni. L’Fbi ha offerto una ricompensa di 5 milioni di dollari per chiunque fornisca informazioni su questi traffici ma finora nessuno si è fatto avanti, hanno riferito le autorità americane.

La polizia bulgara ha svelato che ci sono circa 20 grandi gallerie d’arte in Europa occidentale che commerciano articoli contrabbandati ma non hanno reso noti i nomi. Come ha sottolineato Yaya Fanusie, direttore della Fondazione per la Difesa delle Democrazie, un thin tank di Washington che si occupa di controterrorismo, “i principali compratori sono, ironicamente, storici entusiasti e aficionados dell’arte negli Stati Uniti e in Europa, rappresentanti di quelle società che l’Isis ha promesso di distruggere”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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