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Come funzionerà la criptomoneta lanciata dal Venezuela di Maduro

Nicolás Maduro ci prova: il Venezuela è il primo Stato ad avere una propria criptomoneta. Si chiama Petro. E, come dice il nome, è ancorata al prezzo del petrolio, una delle risorse più abbondanti per lo Stato americano. L’obiettivo di Petro non è tanto creare un circuito finanziario parallelo quanto raccogliere risorse in un Paese abbattuto dalla crisi e dall’inflazione.

Con bond sempre più rischiosi, la criptovaluta punta a riempire le casse statali e a rifinanziare il debito. Una sorta di cripto-obbligazione, ma senza cedola. Per questo, secondo alcuni osservatori, i Petro restano un asset rischioso, nonostante le rassicurazioni (interessate) di Maduro. Il Venezuela gioca questa carta anche perché potrebbe consentire di aggirare le sanzioni imposte al Paese: Trump ha infatti vietato alle imprese americane l’acquisto di titoli di stato venezuelani.

Nell’agosto 2017 quando il Presidente Trump decise per un embargo finanziario sul Venezuela. Nessun istituzione finanziara americana da allora ha più potuto comprare bond venezuelani o delle sue compagnie statali. Il 4 dicembre dello stesso anno invece, con un annuncio sul sito del governo e una lunghissima diretta televisiva, Maduro annunciò la creazione di una nuova criptomoneta di stato, per rinforzare “la sovranità del popolo venezuelano e la propria indipendenza dalle dinamiche dei mercati internazionali”.

La Ico del Petro venezuelano, prevista il 20 marzo

Caracas emetterà i Petro in un’Ico (Initial coin offering): la criptovaluta è un gettone digitale che, una volta acquistato, potrà essere scambiato sul mercato. E – si legge sul documento di presentazione del progetto – “potrebbe essere usata” per comprare beni, servizi e anche per pagare le tasse.

La prevendita di Petro è già iniziata, il 20 febbraio. Sarà seguita dall’Ico vera e propria, a partire dal 20 marzo. Più della metà di quanto raccolto finirà in un fondo sovrano. Il 45% sarà invece distribuito in tre quote uguali tra “progetti petroliferi”, “sviluppo dell’ecosistema” e “sviluppo tecnologico”. In tutto saranno emessi 100 milioni di Petro. Il 17,6% resterà però nelle mani dello Stato. Maduro spera quindi di vendere 82,4 milioni di criptomonete, a 60 dollari americani (anche se la cifra potrebbe variare in base al prezzo del barile).

Dire esattamente quanto raccoglierà non è ancora possibile: il progetto dell’Ico afferma che i primi 3,4 milioni di Petro venduti con un 30% di sconto e gli ultimi 24 milioni a prezzo pieno. In mezzo ci sono scaglioni da 5 milioni di “gettoni”, con sconti che diminuiranno progressivamente (anche se non si specifica di quanto). L’operazione, se dovesse fare il pieno, potrebbe quindi superare i 4 miliardi di dollari.

L’idea di una criptovaluta ancorata a un asset, scrive il governo, è di Hugo Chavez (predecessore di Maduro). Non è una novità assoluta: basta citare Tether (criptovaluta con un rapporto di parità con il dollaro). Ma, secondo Caracas, Petro “è un progetto molto più ampio” perché, essendo la prima moneta virtuale nazionale, dovrebbe avere ricadute sull’economia reale. È il futuro nella gestione del debito o è una mossa disperata di un Paese a un passo dal default?

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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