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Come la questione delle case chiuse è diventato un tema 'hot' della campagna elettorale  

Sono passati 60 anni esatti dalla loro messa al bando, e puntuale, come ad ogni elezione, è arrivata la proposta di riaprire le cosiddette case chiuse. Ad avanzare l’idea è il segretario della Lega Matteo Salvini che propone una “regolamentazione e tassazione della prostituzione come nei Paesi civili” attraverso la “riapertura delle case chiuse, nome con cui venivano chiamate le strutture statali in cui lavoravano le prostitute fino al 1958, prima dell’entrata in vigore della cosiddetta legge Merlin (ecco il testo).

“Aberrante” e “anacronistico”

“Aberrante”, ha replicato la presidente della Camera Laura Boldrini, intervenuta a Brescia all’iniziativa “Libere e Uguali femminile plurale”. “Io sono nettamente contraria alla riapertura delle case chiuse. Sono invece favorevole alle case aperte per i giovani che vogliono costruirsi un futuro”.

Contraria è anche la deputata del Pd Fabrizia Giuliani: “Sull’idea delle “case chiuse” Salvini se ne faccia una ragione: il nostro Paese, per fortuna, non tornerà mai indietro”. Noi “non consentiremo mai politiche che farebbero felici i trafficanti di esseri umani. Le donne della Lega si ribellino, anche perché l’Europa, forse Salvini non lo sa, sta andando in senso opposto”. 

Salvini non incassato nemmeno il favore di Pia Covre, storica attivista e fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute, che in passato ha presentato una proposta di disegno di legge, elaborata insieme al Codacons e all’Associazione radicale Certi Diritti, per regolamentare l’esercizio del sex work, ossia il lavoro sessuale. 

“Aspettiamo, con ansia, che qualcuno affronti l’argomento spinoso in Parlamento, non quando si devono convincere gli elettori per ottenere consenso, come accade di solito e com’è successo anche oggi. In quell’occasione commenterò volentieri e magari daremo il nostro contributo. Oggi preferisco tacere, anche perché l’approccio al problema della Lega, in passato, non è mai stato quello nostro”. In campagna elettorale, ha poi aggiunto, “si fa sempre un uso strumentale di queste tematiche. Io non intendo fare da cassa di risonanza a Matteo Salvini e alla Lega”. 

Cosa dice la Legge Merlin

Il 20 febbraio del 1958, 10 anni dopo il primo ddl, venne approvata la legge Merlin, che prende il nome dalla senatrice socialista Angelina detta Lina, promotrice della chiusura delle case di tolleranza.

La nuova legge, il cui intento era quello di contrastare lo sfruttamento delle prostitute, sancì l’abolizione della regolamentazione della prostituzione con la conseguente chiusura delle case chiuse che alla fine degli anni ’50 sono 560 e ospitavano circa 2.700 professioniste. In particolare, la legge Merlin introdusse i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. La prostituzione in sé, volontaria e compiuta da donne e uomini maggiorenni e non sfruttati, restò però legale, in quanto considerata parte delle scelte individuali garantite dalla Costituzione, come parte della libertà personale inviolabile (articolo 13).

A favore della legge si schierarono socialisti, comunisti, repubblicani, democristiani e alcuni socialdemocratici, mentre tra i contrari figurarono liberali, radicali, missini, monarchici. Tra le principali argomentazioni contro la chiusura dei bordelli c’era la questione della sicurezza sanitaria. La legge italiana in vigore fino ad allora prevedeva che venissero eseguiti controlli sanitari periodici sulle prostitute, in realtà i controlli erano sporadici e soggetti a pressioni di ogni genere da parte dei tenutari, specialmente al fine di impedire di vedersi ritirata la licenza per la gestione dell’attività. Tra gli scettici c’era anche il filosofo Benedetto Croce (Partito Liberale Italiano) secondo cui “Eliminando le case chiuse non si distruggerebbe il male che rappresentano, ma si distruggerebbe il bene con il quale è contenuto, accerchiato e attenuato quel male”.

 

Prima di Salvini

 

Da decenni il dibattito sula regolamentazione della prostituzione continua a tenere banco. Ecco alcune proposte (in un senso o nell’altro) prima di quella di Salvini:

 

  • Nel 2008, il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna (Forza Italia-Popolo della Libertà) propose un disegno di legge proibizionista contro la prostituzione stradale, ma non arrivò mai all’iter parlamentare.

 

  • Nel marzo 2014 venne presentato un disegno di legge da parte della senatrice Maria Spilabotte del Partito Democratico al fine di regolamentare il fenomeno, iniziativa che però non si è mai concretizzata in una norma di legge, pur godendo dell’appoggio trasversale di molti gruppi tra cui Lega Nord, Movimento 5 Stelle, Nuovo Centrodestra, PSI e Forza Italia.

 

•       Nel 2017, basandosi sul decreto legislativo n. 46/2017 (cosiddetto decreto Minniti-Orlando sull’immigrazione clandestina), il sindaco di Firenze Dario Nardella (Partito Democratico) ha emesso un’ordinanza sul divieto di chiedere o accettare prestazioni sessuali a pagamento per strada, con pene dall’arresto fino a tre mesi e multe fino a 200 euro anche se il rapporto non si è consumato.
 

•       Mentre la proposta di alcuni sindaci di zone a luci rosse nei loro comuni (ad esempio a Roma da parte di Ignazio Marino), sono peraltro sempre state abbandonate su richiesta dei prefetti perché in contrasto con la legislazione nazionale definita nella legge Merlin.

 

Le dimensioni del fenomeno

 

Ma quanto è esteso oggi il fenomeno della prostituzione? Wired ha provato a fare una stima stabilendo che “la spesa complessiva degli italiani in questo campo si aggira da anni intorno ai 4 miliardi di euro: poco meno di un terzo del mercato totale della droga, per fare un confronto”. Non solo: a un mercato di tali dimensioni “non corrisponde affatto un’attività investigativa, poliziesca o giudiziaria significativa. Le leggi in proposito non vengono tirate in ballo quasi mai, tanto che denunce per sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione son rarissime: in effetti diffuse tanto quanto quelle per omicidio o mafia. Sono pochi anche i detenuti e le detenute condannati per istigazione, sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione. Si tratta di appena qualche centinaio in tutta Italia nel 2016, su una popolazione carceraria complessiva di circa 138mila persone. In sostanza, nonostante l’ampiezza del fenomeno è come se le leggi in materia non esistessero”.

 

L’Italia è davvero “l’eccezione tra i Paesi civili”?

 

Tra i Paesi europei ci sono grosse differenze sulle leggi che riguardano la prostituzione. In molti paesi, spiega Il Post, è illegale: in alcuni di questi, come la Croazia, sono previste pene sia per le persone che si prostituiscono che per i loro clienti; in altri, come la Francia e la Svezia, solo per i clienti. Ci sono poi i Paesi in cui la prostituzione è legale e regolamentata, come la Germania o l’Olanda. Infine ci sono molti paesi, tra cui l’Italia, il Regno Unito e la Spagna, in cui prostituirsi non è un reato ma nemmeno un’attività lavorativa regolamentata; in questi paesi le attività collaterali alla prostituzione, come la gestione di bordelli e lo sfruttamento della prostituzione, sono illegali.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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