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Come Mugabe ha ridotto alla fame un Paese ricchissimo di risorse naturali

Lo Zimbabwe, l’ex Rhodesia, ha un’economia relativamente ricca, impoverita, saccheggiata e in gran parte distrutta nei quasi 40 anni di regno, finora incontrastato, di Robert Mugabe, padre padrone del Paese dal 1980. Un solo dato: nel 1981, poco dopo il suo arrivo al potere, il Pil pro-capite è di 1.100 dollari, praticamente lo stesso, o persino più alto di quello attuale.

Il caos della confisca delle terre

Un altro dato: la produzione di farina nel 1990 è di 325.000 tonnellate, il Paese è considerato il granaio dell’Africa, il “cestino di pane”, come preferiscono chiamarlo gli africani del Sud del Continente Nero. In poco più di 25 anni l’output di farina crolla, nel 2016 scende a 20.000 tonnellate. Il motivo di questo disastro è il ‘Land Acquisition Act’, la legge del 1992 che ordina una caotica espropriazione delle terre dei latifondisti bianchi. I terreni, in base al provvedimento, devono essere confiscati e redistribuiti alla maggioranza nera. Fino al 1999 gli espropri restano solo sulla carta, poi Mugabe decide di passare ai fatti e all’inizio del 2000 toglie la terra ai bianchi e la fraziona in modo frettoloso, lasciando che i veterani della guerra di liberazione se ne approprino in modo abusivo e spesso con le armi. Risultato: la produzione agricola crolla all’istante, i prezzi dei generi alimentari s’impennano, si diffonde nel paese la peggiore carestia da almeno 60 anni e la banca centrale inizia a stampare moneta, finendo per distruggere del tutto l’economia. 

L’iperinflazione a nove cifre

Tra il 2007 e il 2009 esplode l’iperinflazione. I prezzi crescono mediamente del 600% nel 20013, del 1.200% nel 2006, nel 2007 si arriva al +66.200% e l’anno seguente alla cifra impressionante del 7.900.000.000%. In sostanza, i prezzi raddoppiano quasi ogni giorno. Dopo una serie di misure, piuttosto stravaganti, di politica monetaria l’iperinflazione è in parte rientrata, o meglio si è accorciata di qualche zero. Il tasso ufficiale è intorno allo 0,78%, ma Steve Hanks, della John Hopkins University, la stima al 332,6%. Il risultato di tutti questi terremoti economici è che, secondo gli ultimi dati ufficiali del 2011, la disoccupazione sarebbe dell’80% e la povertà riguarderebbe quasi i tre quarti della popolazione. Anche i dati sulla crescita dell’economia non sono confortanti. Tra il 1998 e il 2008, il Pil si dimezza a 4,4 miliardi di dollari (era a 9,1 miliardi nel 1991), salvo risalire agli attualmente stimati 16 miliardi di dollari.

Il tesoro delle riserve di diamanti

Oltre ai cereali, lo Zimbabwe è una terra ricca di diamanti e di oro. Dispone delle seconde riserve di diamanti più grandi del mondo, dopo quelle della Russia, ma le scelte di politica economica di Mugabe e l’alta corruzione scoraggiano l’arrivo di capitali dall’estero, anche perché le compagnie straniere temono di finire espropriate, come era avvenuto ai bianchi con le loro terre. Per ovviare alla mancanza di investimenti dall’estero, Mugabe nel 2016 annuncia la decisione del governo di nazionalizzare tutte le miniere di diamanti e di istituire una società statale per lo sfruttamento delle risorse minerarie. I diamanti ovviamente sono una ricchezza che fa gola a molti, compresi i cinesi, i quali, a differenza degli altri investitori esteri, hanno investito molto sullo Zimbabwe. 

La Cina, primo partner commerciale

Pechino ha sempre intrattenuto buone relazioni sia con Mugabe, a cui il presidente cinese Xi Jinping ha promesso cinque miliardi di dollari aiuti a fine 2015, sia con il capo delle Forze Armate, il generale Constantine Guyeva Chiwenga. Solo pochi giorni prima del colpo di Stato “soft” da parte delle Forze Armate in Zimbabwe, a Pechino in visita c’erano proprio il generale Chiwenga e il ministro della Difesa, Chang Wanquan. La visita è passata pressoché inosservata, per la contemporanea presenza, nella capitale cinese, del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Tuttavia in molti, dopo questi incontri di alto profilo a Pechino delle Forze Armate dello Zimbabwe, avvenuti tra l’8 e il 10 novembre scorsi, hanno sospettato che la Cina possa avere dato un tacito assenso al colpo di Stato ad Harare. D’altra parte la Cina è una presenza forte in Africa, oltre ad essere il primo partner commerciale dello Zimbambwe, di cui assorbe oltre il 25% dell’export, con interessi importanti nei settori dell’agricoltura, delle miniere (tra cui i diamanti), dell’energia e delle costruzioni.

Un Paese senza moneta nazionale

Tra i gravi mali di cui soffre l’economia dello Zimbabwe, oltre all’iperinflazione e al crollo del Pil, c’è una grave crisi di liquidità. Dal 2009, la Reserve Bank of Zimbabwe non stampa una moneta propria, per cui le transazioni avvengono in valute straniere, come dollaro, rand, euro, sterlina, yen e, più recentemente, soprattutto in yuan. Le riserve di queste valute però si sono prosciugate negli ultimi tempi, anche perché l’export dello Zimbabwe, che risente fortemente della forza delle monete straniere a cui è legato, è diminuito, lasciando il Paese con poca valuta pesante in cassa con cui importare beni dall’estero.

La fuga di capitali nelle azioni e nei bitcoin

Per reagire a questa crisi, la banca centrale, alla fine del 2016, ha emesso “bond notes”, alla pari col biglietto verde, per diverse centinaia di milioni di dollari, riscatenando l’incubo dell’iperinflazione. I risparmiatori per correre ai ripari sono in parte ricorsi ai Bitcoin​. Sul Golix, la piattaforma di scambio adoperata nel paese africano, fino a novembre di quest’anno venivano scambiati fino a un massimo di 13.900 dollari, ovvero valori quasi doppi rispetto la media internazionale. Si tratta di poca cosa, non certo di una fuga degli investitori locali verso la moneta digitale, visto che le transazioni complessive nel Paese africano sono pari a quelle che mediamente negli Usa si scambiano ogni quarto d’ora. Tuttavia è innegabile che qualcosa si stia muovendo su questo fronte, se si considera che in un solo mese, gli scambi di Bitcoin nello Zimbabwe siano stati in valore quasi 10 volte superiori a quelli dell’intero 2016.

L’altra mossa dei risparmiatore è quella di comprare azioni. Dall’inizio dell’anno l’indice azionario Zimbabwe Industrial Index ha segnato un progresso del 390%, che certo non riflette un boom dell’economia locale, bensì una corsa all’acquisto di azioni da parte dei risparmiatori per mettere in salvo il denaro dal rischio di una nuova fase inflazionistica. Oggi, il mercato azionario dello Zimbabwe vale 14,5 miliardi, che sembrano pochi in valore assoluto, ma pesano per il 90% del Pil. Dopo il golpe il futuro dell’economia resta molto incerto. Difficile fare previsioni, anche se l’eventuale arrivo alla presidenza di una figura mediamente competente, potrebbe rendere il futuro dell’economia nazionale di gran lunga migliore del disastro che emerge da quasi 40 anni di Mugabe al potere. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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