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Come potrebbe funzionare il sorteggio dei senatori pensato da Grillo

C’è una parola, in politica, che designa e in qualche modo disegna il destino della democrazia. Quella parola è ‘urna’. Al netto di quelle cinerarie e per unguenti, restano le urne che, citando la Treccani, sono “destinate a votazioni e sorteggi”. Votazioni e sorteggi, appunto. Linguisticamente, quindi, l’idea di Beppe Grillo di estrarre a sorte invece che eleggere i senatori non è tanto una provocazione, quanto una declinazione. O, se vogliamo, un cambio di destinazione d’uso.

Dalle urne escono i parlamentari eletti e dalle urne uscirebbero quelli sorteggiati. Ma se può sembrare bizzarro affidare alla linguistica i destini di una nazione, può consolare il fatto che all’idea del sorteggio come strumento di democrazia finale (e qui, linguisticamente, scegliete voi cosa si può intendere per ‘fine’) si sono dedicati sociologi, economisti e persino fisici teorici. Solo di rimbalzo qualche politico, per ovvie ragioni.

Recipiente a forma di cassetta con una apertura sulla parte superiore, attraverso la quale si introducono le schede, le palline o gli altri oggetti usati per una votazione, oppure si estraggono le polizze, i biglietti, i numeri, ecc., in un sorteggio

Senza scomodare Cleofonte, che nel 411 a.C. inventò in Grecia la democrazia a sorteggio, più di recente in tanti si sono posti la questione: tirare a sorte i parlamentari sarebbe una vera rappresentanza? Esperimenti negli ultimi anni sono stati condotti dalla provincia canadese della British Columbia all’Islanda, dal Texas all’Irlanda dove la ‘Convenzione costituzionale’, costituita da 66 cittadini 33 tirati a sorte e 33 eletti, ha riformato 8 articoli della Costituzione, affrontando anche la questione del matrimonio gay.

Andrea Rapisarda e Alessandro Pluchino, fisici teorici dell’Università di Catania. nel 2011 hanno pubblicato su Physica A uno studio – poi diventato un libro, “Democrazia a sorte” – in cui è stato simulato al computer un modello di Parlamento ideale. In questo Parlamento virtuale, riporta in un articolo la fisica Rita Occhipinti si è riscontrato un aumento dell’efficienza della legislatura con un certo numero – misurabile – di parlamentari sorteggiati tra i cittadini.

Questo modello fornisce una formula inedita per calcolare il numero di sorteggiati che massimizza l’efficienza. Nel Parlamento simulato ci sono i parlamentari dei due partiti e gli indipendenti, tutti rappresentati come punti su un diagramma bidimensionale – ideato dall’economista Carlo Cipolla – e le due variabili sono “interesse personale” e “interesse collettivo”. L’efficienza è definita come prodotto tra la percentuale di leggi approvate e il benessere sociale ottenuto. Se ci sono solo i due partiti, il benessere ottenuto è basso perché questi favoriranno solo i loro interessi; d’altra parte, con i soli parlamentari liberi sarebbe quasi nullo il numero di leggi approvate. I due casi “estremi” non sono efficienti ed esiste sempre un compromesso ideale tra elezione ed estrazione. Le elezioni dovrebbero decretare le proporzioni tra i partiti e i seggi rimanenti andrebbero sorteggiati.

In Francia Yves Sintomer, professore di Sociologia dell’università di Parigi VIII, autore di saggi sulla democrazia partecipativa, ha fatto nel suo saggio ‘Il potere al popolo’ una sintesi delle possibilità offerte dal sorteggio per rinnovare, rinforzare, legittimare la democrazia e restituirle il significato originario che aveva.

In Belgio lo storico  David Van Reybrouck, autore di un saggio controverso dal programmatico titolo “Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico” (Feltrinelli), denuncia che “le elezioni sono state inventate, dopo le rivoluzioni americana e francese, non certo per fare avanzare la democrazia, ma semmai per arrestare e controllare i suoi progressi”. “Il voto”, è il suo j’accuse, “ha permesso di sostituire a un’aristocrazia ereditaria una nuova aristocrazia elettiva”. Da qui l’idea di “accettare il principio del sorteggio dei parlamentari e poi introdurlo gradualmente nelle assemblee locali, affiancandolo agli strumenti classici di democrazia elettiva”.

Posizione sposata in Italia dal Grillino Gianluca Vacca, sottosegretario ai Beni Culturali, secondo cui “l’astensionismo in costante crescita” è sintomo di una “stanchezza democratica” e della “crisi della rappresentanza” che però non “sembra coincidere con una riduzione della volontà dei cittadini di partecipare alla vita istituzionale di un Paese e in generale di una comunità”. I cittadini, insomma, sono stanchi di eleggere, ma non di partecipare. 

Il sorteggio, secondo Vacca, potrebbe “garantire trasparenza e imparzialità nella nomina di componenti di organi collegiali particolarmente delicati e condizionati da logiche clientelari e consociative” con esplicito riferimento a “Cda di aziende pubbliche come la Rai, o di altre partecipate, nonché ai membri togati del Csm. Ma anche i componenti delle commissioni di gara per gli appalti pubblici”. Il sorteggio, è la teoria del sottosegretario, potrebbe risultare una “soluzione percorribile in tutti quegli organi la cui indipendenza rischia di essere minata da logiche di spartizione o condizionamento da parte di gruppi di potere o portatori d’interessi particolari, partiti in primis”.

Non è solo un’idea grillina: il 10 novembre del 2015 nove parlamentari di sinistra, oggi aderenti a Liberi e Uguali presentarono una proposta di legge “per l’attribuzione di incarichi pubblici mediante sorteggio” tra cui componenti delle commissioni di gara svolte da tutti i livelli della pubblica amministrazione, componenti dei comitati tecnici e consultivi e componenti dei consigli di amministrazione di aziende pubbliche e di società per azioni a partecipazione pubblica. La proposta non è stata mai esaminata dalla Camera. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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