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Come se l'è cavata Giuseppe Conte con l'inglese al G7

Fino a meno di due settimane fa era un semplice docente universitario passato come una meteora attraverso il caos politico italiano, oggi Giuseppe Conte appare a proprio agio seduto a fianco dei grandi della Terra, con i quali conversa di questioni spinose come i commerci internazionali e la partecipazione della Russia al consesso. Ma in che lingua sono questi colloqui? Inglese, ovviamente. E quello della lingua era un test molto atteso per il nuovo presidente del Consiglio, dopo che alcuni suoi predecessori – Renzi su tutti – e altri politici italiani di spicco avevano finito per inciampare proprio negli exploit nell’idioma di Shakespeare (o di Fonzie, a seconda delle preferenze). 

Come se l’è cavata? Giudicate voi stessi ascoltandolo durante l’avvio del bilaterale con il padrone di casa, il canadese Justin Trudeau.

L’inglese, si diceva, è la maledizione dei leader politici italiani. A salvarsi, Paolo Gentiloni a parte, sono soprattutto le donne, come scriveva qualche mese fa il Fatto Quotidiano: Emma Bonino, ad esempio, ma anche Laura Boldrini e la quasi bilingue Virginia Raggi. La prima ha lavorato a lungo con le Nazioni Unite, rilascia sempre interviste in inglese ai media stranieri. La seconda ha una pronuncia perfetta e un ampio vocabolario: la sindaca di Roma è forse la politica che più di tutti parla inglese in modo impeccabile. 

Ma anche per Emma Bonino l’inglese non è un ostacolo: grazie ai suoi incarichi come commissario europeo dal 1995 al 1999 e Ministra degli Esteri dal 2013 al 2014, ma anche a una laurea in Lingue e Letterature Straniere conseguita alla Bocconi di Milano nel 1972.

Paolo Gentiloni maneggia l’inglese più che bene, dote apprezzata, a quanto pare, nei palazzi della politica romana fin dagli anni Novanta. Mentre per Silvio Berlusconi l’inglese è sempre stato un punto debole per l’ex premier. Legge con fatica discorsi scritti, come quando si rivolse in inglese al Congresso americano, e ogni tentativo di improvvisazione si rivela fallimentare. Indimenticabile la sua ode estemporanea alla bandiera a stelle e strisce che lanciò il tormentone ‘nos only’.

Un capitolo a parte meriterebbe Matteo Renzi, che fa delle sue frequentazioni d’oltreoceano – ultima la partecipazione alle celebrazioni per il 50esimo anniversario dell’assassinio di Robert Kennedy – un fiore all’occhiello, ma che la cui performance al Venice Digital a Venezia nel luglio del 2014 non è certo destinata a passare alla storia per i contenuti.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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