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Come si compra la verità ufficiale: il caso Google

come si compra una verità ufficialeLa scienza non sarà democratica, ma di democratico, gli intrecci tra politica e affari fatti sulla pelle dei cittadini, hanno ancor meno. È semplice manipolare la comunità accademica per rappresentare punti di vista interessati: le verità ufficiali si possono comprare.

C’è uno studio del CFA (Campaign for Accountability) che ha mostrato come Google abbia finanziato oltre 329 ricerche, condotte da università prestigiose (tra le quali Oxford, Edinburgh, Stanford, Harvard, MIT e la Berlin School of Economics), la maggior parte delle quali hanno poi curiosamente portato acqua al mulino di BigG, per esempio in materia di monopoli (antitrust) e copyright. Google ne ha usato alcune anche davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America, omettendo però di ricordare che erano state condotte anche grazie ai suoi soldi. Lo schema era questo: quando la politica minacciava gli interessi della multinazionale, partivano una raffica di ricerche finanziate da Google per dimostrare che loro non rappresentavano una minaccia. I due terzi di questi studi non dichiaravano di essere stati finanziati da Google stessa. I finanziamenti andavano dai 5 mila dollari ai 400 mila. Google ha replicato qui, mostrando i tre casi in cui è stata invece criticata da tali ricerche e sostenendo che si tratta di un complotto della Oracle (esatto: Gombloddoh!).

La stampa ne dà ampia notizia, ma non si capisce dove sia la novità. Google è la stessa che ha finanziato la campagna elettorale di 162 deputati e senatori americani, i quali – sempre curiosamente – hanno poi inviato ai parlamentari europei, tutti insieme, la stessa lettera, chiedendo di non sanzionare il colosso americano in conseguenza dell’accusa di avere monopolizzato il mercato (si parla di oltre 6,5 miliardi di dollari di multa). E solo nel 2014 Google ha speso in attività di lobbying a Bruxelles quasi 4 milioni di euro. Più del doppio rispetto a quello che hanno speso Apple, Facebook, Yahoo, Twitter e Uber messi insieme.

Il punto è che questo mostra quanto sia semplice manipolare la comunità accademica per rappresentare punti di vista parziali, piuttosto che una verità oggettiva. Le verità ufficiali si possono comprare.

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Robert F. Kennedy e Robert De Niro, il 15 febbraio scorso a Washington (qui il video), hanno detto molto chiaramente, ad esempio, che Bigpharma oggi è il finanziatore più grande dell’informazione televisiva e giornalistica. Cinque miliardi e mezzo di dollari all’anno. Ed è per questo motivo che i network di informazione, oggi, sono soltanto un veicolo per la vendita di prodotti farmaceutici. Uno di questi direttori ha confidato a Kennedy che era d’accordo con le sue tesi, ma che se fosse andato in televisione a raccontarle, avrebbe dovuto licenziare in tronco il conduttore che lo avesse ospitato. Non è forse questa la più grande industria di Fake News del millennio?

Del resto, nel solo 2016 BigPharma, per fare pressioni per la vendita dei farmaci e per commerciare sull’industria della salute, ha speso oltre 245 milioni di dollari, di cui GlaxoSmithKline da sola 3 milioni e 700 mila dollari, Novartis quasi 7 milioni, Sanofi Aventis 5 milioni e la Bayer 8 milioni.

Poi non ci si deve stupire se anche in Italia ci sono ricerche frutto di mazzette di BigPharma, usate per influenzare le istituzioni. Guido Fanelli, per citare solo uno degli ultimi casi, il grande luminare della terapia del dolore, che era sempre in tv a parlare dell’importanza dei farmaci, poi si è scoperto che era – diciamo così – “finanziato” dalle case farmaceutiche per fare ricerche e sperimentazioni non autorizzate su pazienti ignari. Fanelli non era che uno dei tanti a capo di un “sistema” (come l’ha definito lui stesso) fatto di congressi medici pagati dalle lobby del farmaco, con ospiti ad hoc, finte relazioni e finti articoli che promuovevano farmaci. E la stessa GlaxoSmithKline, che produce il vaccino esavalente, oltre ad avere pagato 600 milioni in tangenti al Ministro della Salute De Lorenzo (che ha poi introdotto l’obbligatorietà del vaccino Glaxo contro l’epatite B), ha poi accumulato una serie di cause e di multe per corruzione in tutto il mondo (dal Libano alla Giordani, dalla Cina agli Stati Uniti d’America alla Polonia), con mazzette e addirittura un giro di favori sessuali, da annichilire la più fervida immaginazione dello scrittore più prolifico.

Poco prima del famoso Decreto Vaccini del Ministro Lorenzin, la Glaxo ha scommesso un miliardo in Italia, di cui 600 milioni proprio sui vaccini. Certo, il fatto che nel 2014, negli Stati Uniti, all’incontro della Lorenzin con l’OMS dove è stato stabilito che l’Italia sarebbe stata capofila mondiale della strategia ipervaccinista, ci fosse anche Ranieri Guerra, ora Direttore Generale di Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute e che ha in passato fatto parte del Consiglio di Amministrazione della Fondazione SmithKline (che vive proprio grazie ai soldi della Glaxo), è una mera casualità. Ranieri Guerra è uno degli artefici del Decreto Lorenzin che rende obbligatori i vaccini della Glaxo. La scienza non sarà democratica, ma di democratico, questi intrecci tra politica e affari fatti sulla pelle dei cittadini, hanno ancor meno.

La politica di lobbying di Google, tornando al punto iniziale, non è certamente un caso isolato. La Apple ha speso 27 milioni di dollari in attività di pressione sul Congresso, ricavandone in cambio l’approvazione del TPP, il Trans-Pacific Partnership. George Soros ha versato almeno 6 milioni di dollari (perlomeno quelli dichiarati) nelle casse della Clinton, senza contare i 675 mila dollari che quest’ultima ha preso da Goldman Sachs. Alle ultime politiche USA, invece, la lobby di BigPharma è stata più trasversale: 20 milioni di dollari di investimento, di cui 11 ai Repubblicani e 9 ai democratici. Che non si sa mai…

E che dire dell’Ikea, che dopo lo scoppio dello scandalo LuxLeaks si è scoperto che pagava in Lussemburgo lo 0,0018% di tasse, grazie al sistema garantito da Juncker, poi promosso a capo della Commissione Europea. La stessa Ikea che un paio di anni fa inviò una lettera di invito ad alcuni parlamentari europei, in un bel ristorantino greco, per parlare proprio di… tasse. Una prassi costante, quella di discutere con le istituzioni in ambienti riservati, che certamente non è solo l’Ikea a portare avanti, tanto che l’eurodeputato Julia Reda ha stilato un bell’elenco di tutte le pressioni ricevute nel solo primo anno di legislatura.

E poi ci sono le lobby del tabacco, quelle del petrolio, perfino quelle dello zucchero…  La British American Tobacco e la Philip Morris investirono in Italia una pioggia di miliardi in studi, consulenze e rapporti con la stampa e con la politica, finanziando spot, ricerche, gruppi pro tabacco, programmi scientifici, viaggi per politici e giornalisti che vincevano viaggi gratis ai Gran Premio di Formula Uno, alle partite di tennis e di golf.. Avevano commissionato perfino un libro di fotografie con i più famosi fumatori del mondo.

Perché lo facevano? L’obiettivo era quello di evitare o ritardare ogni estensione del divieto di fumo nei luoghi pubblici. Era coinvolto l’immancabile De Lorenzo, il Ministro della Salute (si fa per dire). Non per niente Duilio Poggiolini, il referente del settore BigPharma del Ministero, ebbe a dire ai giudici che “tutti i ministri della Salute sono sempre stati espressione delle case farmaceutiche”.

Interessante annotare le dichiarazioni dell’ex Ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, che disse: “E già da anni avevo capito, da giovane deputato dei Verdi, che a ogni angolo del fu ministero dell’Industria, a ogni piano, nei corridoi di ogni ufficio, si aggiravano membri della lobby del petrolio”.

Insomma, lo “scandalo” Google può cogliere di sorpresa solo uno sprovveduto o un servo sciocco che finge di cadere dal pero. Tutti gli altri sanno benissimo che la democrazia se la può permettere solo chi ha i soldi per comprarsela.

Come si compra la verità ufficiale: il caso Google.

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