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Compensi senza crisi, i big delle banche incassano 144 milioni

Articolo di Ettore Livini (Repubblica, 24.3.17)

“”Ferie pagate a peso d’oro. Buonuscite da mille e una notte. Più una pioggia di benefit, bonus d’ingresso per i nuovi arrivati e patti milionari di non competitività per i “veterani” dimissionati. Le banche italiane tra rischio bail- in, prestiti in sofferenza e tagli agli sportelli – battono in testa. Il barometro degli stipendi dei loro vertici resta invece (come sempre) sul bel tempo fisso: i supermanager degli otto maggiori istituti tricolori si sono spartiti nel 2016 oltre 144 milioni di compensi. La busta paga dei loro consiglieri d’amministrazione è cresciuta del 13,3%. E solo la drastica sforbiciata a poltrone e remunerazioni (dimezzate) generata dalla fusione Bpm-Banco Popolare è riuscita ad evitare che il Bingo dei banchieri di casa nostra fosse ancora più ricco.
L’Oscar di Paperone del settore spetta a Federico Ghizzoni. L’ex ad di Unicredit ha lasciato Piazza Cordusio alla vigilia dell’aumento di capitale da 13 miliardi con un pizzico di amarezza. La banca l’ha però accompagnato alla porta infilandogli in tasca uno zuccherino d’addio, buonuscita compresa, pari a 12,8 milioni. Come dire che l’anno scorso – malgrado tutto ha guadagnato 1.470 euro all’ora, festivi, 29 febbraio e notte compresi.
I guai che hanno portato la società alla ricapitalizzazione non hanno intaccato i 740 dei vertici: il top-management Unicredit – un Olimpo di 27 persone – si è spartito una torta da 27,9 milioni. Tanti, meno però dei 42,4 (+10% sul 2015) divisi tra i 58 “cugini” che guidano IntesaSan-Paolo. In Ca’ de Sass il più pagato non è il numero uno Carlo Messina, fermo “solo” a 4,1 milioni. A batterlo sul filo di lana è stato Gaetano Miccichè, ex dg di Banca Imi, arrivato a 4,4 milioni grazie alla firma di un patto di non concorrenza da 1,35 milioni. L’azienda gli ha anche liquidato 438mila euro di ferie non godute, mentre Messina che di vacanze negli ultimi mesi ne ha potute fare poche – ha transato 219mila euro su un pacchetto di ferie arretrate.
Il valore (almeno pecuniario) dei banchieri di casa nostra è testimoniato dalla facilità con cui il Monte dei Paschi di Siena non proprio un fiore all’occhiello del credito tricolore – ha trovato i soldi per premiare i suoi vertici. Fabrizio Viola ha lasciato Rocca Salimbeni con in tasca un compenso d’addio da 3,3 milioni. Il suo successore Marco Morelli ha incassato sull’unghia 300mila euro come bonus d’ingresso in banca. Risultato: il disastrato istituto toscano ha pagato il top management nel 2016 ben 13 milioni, il 44% in più dell’anno precedente. Retribuzioni che dopo la ricapitalizzazione, con lo Stato padrone di Mps, saranno a carico dei soci- contribuenti. La palma della generosità spetta alla privatissima Banca Mediolanum dove un paio di liquidazioni d’oro hanno fatto crescere del 60% la busta paga del cda.
Una buona notizia però (anche se non certo per i collezionisti di poltrone e per i diretti interessati) c’è: la riforma delle banche popolari, sul fronte del calmieramento degli stipendi, pare funzionare. Il nuovo Banco Bpm, figlio delle nozze tra Banco Popolare e Popolare di Milano, è nato con una struttura di vertice snellita. Le poltrone in cda si sono ridotte da oltre 50 a 24 e gli stipendi dei manager sono stati ridotti da 23,1 milioni a 12,7. Cifre che bastano da sole a spiegare perché le fusioni nel settore – contrariamente ai desideri di Mario Draghi – fatichino ancora a decollare.””

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