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Complessità e dubbio i tabù dei nostri tempi

A Roberto Benigni va riconosciuto di rappresentare da anni il simbolo di un’altra Italia che non si rassegna al declino. Non il declino economico, del quale soltanto si parla, ma della sua premessa morale e civile che è il degrado del discorso pubblico. Due ore di Benigni su RaiUno sono un antidoto anzitutto linguistico a migliaia di ore di comune pietrisco televisivo, prodotto finale di milioni di parole vane e insulti e slogan e volgarità riversate da quella mesta compagnia di giro che occupa le reti nazionali da decenni. Piaccia o no, Benigni sta altrove. A qualcuno, ormai abituato alla spazzatura, non piace. In compenso milioni d’italiani gli sono grati di non essere trattati da facile preda del peggio. Si dice che il Benigni dell’ora di religione in tv sia la negazione del Benigni anarchico degli esordi, un comico sovversivo divenuto predicatore. Al contrario è difficile trovare un artista tanto coerente nell’inseguire un’idea a un tempo popolare e anticonformista. Non per caso chi lo amava ai tempi di TeleVacca continua a farlo e così pure chi all’epoca lo criticava oggi lo biasima, sia pure con opposti argomenti. Benigni non ha perso lo spiritaccio contadino, come si evince dalla sua lettura del divieto di atti impuri. In fondo fa sempre la stessa cosa. Comincia dall’attualità più greve e mediocre, fulminata col genio della sua ironia, per elevare il dialogo fino ai confini dove si aprono le terre della complessità e del dubbio. Per esempio, dallo sprofondo di Roma mafiosa alla sublime esegesi del settimo «non rubare». E’ l’opposto di quanto fanno in molti, che partono con l’aria di filosofare su alte questioni per poi assestare piccoli colpi furbi sulla stretta attualità. Complessità e dubbio. Questi sono oggi in Italia i tabù del discorso pubblico, più del celebre “wojtylaccio” di una vita fa. E’ segno di rispetto e d’affetto per gli spettatori e di coraggio, perché certo si cammina sopra un filo teso fra abissi incombenti di retorica. La scelta stessa di soggetti che tutti abbiamo da sempre sotto gli occhi e quindi abbiamo smesso di guardare suggerisce una complessità nascosta ovunque. Chi non conosce i Dieci Comandamenti? Eppure, da questa sera, chi potrebbe dire di conoscerli allo stesso modo di prima? Da oggi si ricomincia con la fabbrica delle parole vuote. Ma grazie a Benigni l’altra Italia ha potuto manifestarsi. Stavolta siamo «l’unico paese al mondo» dove una  serata di cultura in tv fa gli ascolti di un mondiale di calcio

Curzio Maltese

(Repubblica 17 dicembre)

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