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Comunione ai risposati. La proposta di un giudice di Boston

MatrimonioAndrea Ponzone, l’autore di questa nota, è giudice ecclesiastico presso il tribunale metropolitano dell’arcidiocesi di Boston, Stati Uniti.

La questione attinente all’ammissione all’Eucarestia delle persone divorziate che hanno contratto un nuovo matrimonio civile è decisamente difficile perché mette in discussione una delle proprietà essenziali del vincolo matrimoniale: l’indissolubilità.

La complessità è tale da determinare conseguenze dogmatiche, sociologiche e istituzionali all’interno e all’esterno della Chiesa.
Ritengo che il dibattito potrebbe essere più produttivo se ci si concentrasse sulla possibilità di operare una diversa esegesi dei concetti di “sacramentalità” e di “consumazione” del matrimonio, pur rispettando la dottrina e prassi tradizionale.

Infatti, se il matrimonio rato (cioè sacramento) e consumato presenta il carattere dell’indissolubilità (can. 1141), attraverso l’interpretazione degli elementi della “sacramentalità” e della “consumazione” secondo una nuova sensibilità, si potrebbe aumentare la spettro di possibilitá di dichiarare un matrimonio nullo, venendo cosí incontro a quei fedeli che desiderano regolarizzare la loro situazione matrimoniale.

In particolare, per quanto attiene al requisito della sacramentalità, il canone 1055 § 2 del codice di dritto canonico afferma in modo perentorio che “tra i battezzati non può sussistere un valido contratto matrimoniale, che non sia per ciò stesso sacramento”.

Tuttavia, nel 1998, nell’introduzione a un volume sulla pastorale dei divorziati risposati, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, pur ribadendo la dottrina tradizionale, suggerì di approfondire il rapporto fra contratto e sacramento.

Il cardinale Ratzinger si interrogò sull’opportunità di considerare sempre come sacramento ogni matrimonio contratto tra battezzati. In altre parole, è pacifico – scrisse – che “il matrimonio sacramentale, consumato, non può essere sciolto da nessuno. Gli sposi nella celebrazione nuziale si promettono la fedeltà fino alla morte”, ma una diversa qualificazione potrebbe essere attribuita ai matrimoni contratti da cristiani battezzati che non possano considerarsi “credenti” secondo l’accezione tradizionale. Si fa riferimento ai “cristiani non credenti battezzati che non hanno mai creduto o non credono più in Dio” (Congregazione per la dottrina della fede, “Sulla pastorale dei divorziati risposati. Documenti, commenti e studi”, Libreria Editrice Vaticana, 1998).

In merito alla consumazione del matrimonio, negli anni del post-concilio Jean Bernhard (1914-2006), professore di diritto canonico a Strasburgo, aveva avanzato la proposta di ampliare la nozione di consumazione del matrimonio: “Non esiste solo una consumazione in senso fisico che si attua al primo rapporto dei coniugi, ma esiste anche una consumazione morale o esistenziale, che va comunque precisata in modo rigoroso onde non svuotare di contenuto il principio dell’indissolubilità del matrimonio” (J. Bernhard, “A propos de l’hypothèse concernant la notion de ‘Consommation existentelle’ du mariage”, in Revue de Droit Canonique 20, 1970, pp. 184-192; Id., “Reinterpretation (existentielle et dans le foi) de la legislation canonique concernant l’indissolubitité du mairiage chrétien”, in Revue de Droit Canonique 21, 1971, pp. 243-277).

In conclusione, sostengo che, superando i confini semantici delle nozioni di “sacramentalità” e “consumazione” del matrimonio, sia possibile apportare modifiche significative alla prassi dell’indissolubilità del matrimonio, senza tuttavia incidere o comprimere i postulati della dottrina tradizionale del sacramento del matrimonio.

Inoltre, la procedura attraverso cui possono essere dichiarati “nulli” o “dissolubili” i matrimoni canonici rimarrebbe sotto il controllo dell’autorità della Chiesa, attraverso i tribunali ecclesiastici.

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Lo scritto di Joseph Ratzinger citato nella nota:

> La pastorale del matrimonio deve fondarsi sulla verità

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/

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