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“Con l'aggravante del metodo mafioso”. È lo scacco al clan Casamonica

“Vittorio per noi è un re”. A parlare è uno dei collaboratori di giustizia che hanno reso possibile il blitz contro il clan dei Casamonica. Vittorio è Vittorio Casamonica, i cui funerali conquistarono le prime pagine di tutti i giornali del mondo, nell’agosto del 2015. Quella fu una manifestazione di arroganza e di potere che fece apparire Roma come la nuova Corleone degli anni bui. E da lì partirono le indagini. D’altronde Vittorio Casamonica era lo storico “capo clan” della potente cosca nomade che, da anni oramai, si è imposta nella Capitale nella gestione del mercato degli stupefacenti, del racket delle estorsioni ma anche dell’usura.

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“Una consorteria mafiosa dall’estrema pericolosità” si legge dall’ordinanza di arresto di ben trentasette persone, delle quali sei ancora latitanti. E della famiglia Casamonica sono ben sedici quelli finiti in galera. Gli oltre cinquanta capi d’imputazione hanno un unico litemotiv: la “paura che tale cognome genera nella popolazione romana”. Si, perché di ammazzare nella Capitale non c’è stato bisogno, bastava solo il cognome, appunto. Maturato negli anni anche grazie ai rapporti con chi a Roma contava. 

Persino Enrico Nicoletti, l’ex cassiere della Banda della Magliana, avrebbe richiesto negli anni ottanta i servigi dei Casamonica per riscuotere i crediti usurari. Dagli anni della “Banda della Magliana” a quelli del gruppo di Massimo Carminati, “er cecato”. Dall’inchiesta Mafia Capitale emergeva che Luciano Casamonica aveva uno stretto rapporto con il cecato, tanto che Carminati si era rivolto proprio a lui per gestire la situazione nel campo nomadi di Castel Romano.

Ed è proprio un Casamonica, Giuseppe – ovvero colui che viene considerato come il capo – a spiegare in una conversazione captata dai carabinieri che “agli albanesi gli abbiamo rotto le ossa e li abbiamo mandati via. Se non credi a me puoi domandare in zona come stiamo noi, e vedi”.

Oltre ai Casamonica, fra i coinvolti nell’operazione della Dda di Roma coordinata dall’aggiunto Michele Prestipino, anche sei personaggi che portano il cognome Spada ed un esponente del clan ‘ndranghetista degli Strangio. Tra i primi c’è il pugile e campione italiano Domenico Spada, detto Vulcano.

“Amano ostentare la loro ricchezza, sono convinti che anche in questo modo dimostrano la loro potenza. Per loro il Rolex è una specie di simbolo, di segno distintivo”, rivela un’altra pentita agli investigatori. Ostentare, appunto, come quando – dopo il funerale show – si recarono nel salotto della tv italiana, Porta a Porta, a commentare candidamente persino la musica del padrino fatta suonare all’uscita del feretro. “Perché piaceva a mio padre”, disse la figlia Vera Casamonica con accanto Vittorio Casamonica jr, nipote e omonimo dell’anziano capofamiglia.

Ostentare come la costruzione delle loro ville, anzi sarebbe meglio definirle fortezze, con arredi in marmo e rifiniture in oro, corredate da macchine di lusso: Ferrari, Rolls Royce e Bentley.

Ostentare e comandare, in maniera sfrenata senza badare a nulla. Come quando al “Roxy Bar” – un locale nel quartiere della Romanina, che per qualcuno era il “loro” feudo – Antonio Casamonica ed Alfredo, Vincenzo ed Enrico Di Silvio pestarono il titolare romeno ed una cliente invalida solo per “futili motivi”, come risultò nell’ordinanza d’arresto dei quattro. Ovvero per una “precedenza” al bancone. Un simbolo, chiaro ed esplicito, su chi comanda: “Non ti scordare che questa è zona nostra, qui comandiamo noi” gridavano durante l’aggressione.

Noi, ovvero loro. Per l’ultima edizione del Rapporto “Le mafie nel Lazio”, realizzato dall’Osservatorio tecnico-scientifico per la sicurezza e la legalità della Regione Lazio, loro sono “una galassia criminale complessa, composta dalle famiglie Casamonica, Di Silvio, Di Guglielmo, Di Rocco e Spada, Spinelli, tutte strettamente connesse fra loro sulla base di rapporti fra capostipiti, a loro volta sposati con appartenenti alle varie famiglie”.

Non è un caso che una delle caratteristiche dei Casamonica sta nel fatto che “quasi tutti i matrimoni avvengono all’interno del clan, determinando vincoli di parentela che accomunano, in linea materna o paterna, la quasi totalità dei nuclei familiari rendendo anche complessa l’identificazione dei singoli soggetti a cui vengono attribuiti nominativi sempre ricorrenti”.

Comandare ed ostentare. Fino a stanotte. Adesso sono in galera con la contestazione del 416bis, associazione mafiosa. Ed è la prima volta per loro, cascati nella loro stessa ostentazione, quella mafiosa. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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