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Con nomination di Trump, fuga dello sponsor alla Convention

di Nicola Graziani

Roma – Usa 2016, fuga dello sponsor. Ora che anche le donne, persino le repubblicane più accanite, sono indignate, il cerchio è quasi chiuso: Donald Trump potrebbe sì avere la nomination per giocarsi la Casa Bianca contro i democratici, ma intanto è certo che sempre più minoranze ce l’hanno con lui, e la cosa avrà conseguenze non solo dal punto di vista elettorale.

L’altra metà dell’elettorato è da giorni schierata con gli afroamericani e gli ispanici contro il miliardario wasp che vuole, rispettivamente: arrestarli causa aborto; lasciarli nei loro ghetti; rigettarli oltre il Rio Bravo mettendoci in mezzo un bel muro di cinta alto quattro metri.

Risultato: tutti contro di lui, e pazienza se l’America era piena di donne, neri e latinos finora ben disposti a votare per il Grand Old Party. I numeri delle rilevazioni più recenti parlano chiaro: il candidato Trump avrebbe contro i tre quarti dell’elettorato femminile, l’80 percento dei giovani adulti, il 65 percento degli ispanici e, se possibile ancor peggio, quasi la metà degli indipendenti disposti a votare repubblicano, nonchè quasi il 50 percento degli stessi repubblicani dichiarati.

Fatta la media ponderata, si tratta del 67 percento della pubblica opinione. In altre parole: Casa Bianca regalata a Hillary, la donna che a destra tutti detestano. Un capolavoro. Nemmeno Barry Goldwater contro Johnson riuscì a fare tanto. Trump è di gran lunga il candidato alla presidenza americana più detestato della Storia. Vincerà le primarie del Grand Old Party? Bene, quella degli sponsor sarà una consapevole e voluta fuga dalla vittoria.

Il guaio infatti è che, oltre a essere elettori, tutti questi milioni di americani sono anche e soprattutto consumatori. Ecco quindi che una lunga serie di imprese e colossi dell’economia stanno iniziando a considerare, con discrezione, l’inimmaginabile: evitare accuratamente di legare il proprio nome a quello di un candidato tanto ingombrante. A cominciare dall’evento politico e mediatico che lo dovrebbe incoronare, la Convention che il partito terra’ a Cleveland dal 18 al 21 luglio. Secondo il New York Times, “Apple, Google, Wal-Mart sono tra le compagnie che stanno mettendo a punto i loro programmi per la convention” e sono quantomai sensibili alle “pressioni che montano, imponendo un dibattito tra diversi gruppi privati sulla eventuale necessita’ di ridurre la propria presenza”. 

Sono decenni che le grandi imprese delicatamente versano nelle casse dei due principali partiti americani sacchi di quattrini sotto forma di sponsorizzazioni delle convention. Raduni costosissimi, che richiedono una macchina organizzativa perfettamente oleata, ospitalita’, tartine, linee telefoniche e tanti palloncini colorati bianchi rossi e blu. Un detto americano recita “Nessun ti da’ un pranzo gratis”. Vale anche e soprattutto in politica. La prospettiva di una convention dominata dall’ingombrante presenza di Trump, poi, imporrebbe addirittura costi aggiuntivi, perchè uno spettro si agita tra le file del suo partito, quello di una riedizione della convention – democratica, quella volta – che si tenne a Chicago nel lontano 1968. Dentro il palazzo i delegati, fuori i contestatori a scontrarsi con la polizia. All’epoca la questione dirimente era il Vietnam, oggi il tema non sarebbe uno solo, ma tanti. L’ipotesi non è di scuola, se si considera che le autorita’ municipali di Cleveland hanno aperto i bandi per l’acquisto di duemila tenute antisommossa per la polizia locale. 

Quando il comitato nazionale del partito repubblicano annuncio’ che sarebbe stata la loro citta’ ad ospitare il principale evento politico dell’anno, a Cleveland salutarono la cosa come un’occasione per rilanciare un borgo che per troppo tempo si era presentato come sonnacchioso, per non dire in ritardo sui tempi. Oggi quella benedizione sembra non provocare tanti entusiasmi. Se i grandi sponsor scappano, diventa difficile coprire le spese. E queste, secondo i bilanci preventivi stilati, non sono per nulla irrilevanti: 64 milioni di dollari. Quasi uno per ogni punto percentuale dell’opinione pubblica che ha gia’ detto di non aver intenzione alcuna di votare Donald Trump. (AGI)

 

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