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Conta o non conta? Le scelte possibili della direzione Pd, spiegate

Evitare conte per difendere l’unità del Partito Democratico: Matteo Renzi lancia la proposta a quelli che chiama gli “amici del Pd”, ovvero coloro che hanno a cuore il partito. Perchè dalla direzione di oggi dipende la sopravvivenza del soggetto politico inventato da Veltroni, almeno nella forma conosciuta oggi. Da una parte i renziani, dall’altra i non. I primi a presentare, con il ‘pontiere’ Lorenzo Guerini, un documento in cui si ribadisce il no al sostegno a un governo a trazione grillina o leghista e si chiede di non votare alcunché per evitare “conte”.

​Un errore esiziale per i renziani in questo momento. “Richiamarsi all’unità dopo aver delegittimato chi guida il partito è una presa in giro alla nostra comunità”, tuonano dall’altra parte dello schieramento, dove si insiste sulla necessità di fare chiarezza mettendo ai voti la fiducia al reggente. “Penso che la direzione dovrà concludersi con un voto. Perchè l’unità è un valore, ma credo debba andare di pari passo con la chiarezza e questa passa per il riconoscimento del lavoro fatto da Maurizio Martina”, dice Gianni Cuperlo.

Il ministro Dario Franceschini si spinge anche oltre, chiedendo a Renzi di dimostrare questa sua voglia di unità: “L’unità si può costruire facilmente”, dice, “anche passando dalla chiarezza di un confronto politico, ma partendo da un voto esplicito di fiducia della Direzione al segretario reggente, atto minimo ma indispensabile per dargli la forza di gestire una fase così difficile, sino all’Assemblea o al Congresso, vedremo. E sono certo che Renzi, che ha a cuore come tutti noi l’unità del Pd, sarà il primo a votare la fiducia al suo ex vicesegretario”. La prova che la minoranza non è più tale, per chi sostiene Martina. Un bluff per le truppe dell’ex segretario.

Se alla fine dovesse prevalere la linea di Martina, oggi la direzione voterà certificando la spaccatura del partito e, con ogni probabilità, aprendo la strada all’assemblea da tenersi nel primo fine settimana utile, quello del 12 e del 13 maggio. Così, almeno, la spiegano fonti vicine al presidente del partito Matteo Orfini.

Non voglio veder smontate le cose fatte insieme a @PCPadoan @matteorenzi e @PaoloGentiloni. Vorrei vedere il paese ancora più forte, non indebolito da dilettanti allo sbaraglio e ostaggio di chi rifiuta la responsabilità e insegue la fuga dalla realtà. Il resto mi interessa poco. https://t.co/7H7SxQfERC

— Carlo Calenda (@CarloCalenda) 3 maggio 2018

Tra i parlamentari vicino a Matteo Renzi si ostenta sicurezza: “La matematica è con noi”, ci sono i numeri per orientare le scelte della direzione del Pd e, soprattutto, quelle dei gruppi parlamentari. Per il resto, a 24 ore dalla riunione del parlamentino dem, è buio fitto. Il documento a prima firma Lorenzo Guerini è piombato sul tavolo della discussione spazzando via l’ordine del giorno su cui la Direzione era stata convocata: decidere se fosse il caso o meno di sedersi al tavolo delle trattative con il Movimento 5 Stelle.

“Il Pd deve essere pronto a confrontarsi con tutti ma partendo dal rispetto dell’esito del voto. Per questo non voteremo la fiducia a un governo guidato da Salvini o Di Maio: significherebbe venire meno al mandato degli elettori democratici”, si legge al terzo punto del documento, quello più ‘pesante’ per le conseguenze che potrebbe avere se messo al voto in Direzione: significherebbe ribadire la linea del ‘No alla trattativa così come uscita dalla Direzione del 12 marzo e nonostante le richieste di una parte del Pd. “È utile invece impegnarci in un lavoro comune, insieme a tutte le forze politiche, per riscrivere insieme le regole del nostro sistema politico istituzionale”, continua il documento, sempre al terzo punto, aprendo a un governo di tutti ma con un perimetro men delineato. Ma, spiega una fonte parlamentare, una convocazione troppo repentina dell’Assemblea, in questo momento, metterebbe in difficoltà i renziani. 

“Manca un candidato segretario”, ammettono infatti: “Matteo non ne vuole sapere di tornare in campo”. Nè ci sono candidati disponibili, viene aggiunto: in futuro non ne mancheranno e il nome su cui si punta sembra essere quello di Lorenzo Guerini. Al momento, però, il coordinatore della segreteria oppone un garbato ‘no, grazie’ e, tra le altre cose, è il pontiere su cui i renziani hanno sempre puntato per mantenere i rapporti con le minoranze e con gli altri partiti. Difficile privarsi di lui mandandolo in pista contro Nicola Zingaretti e lo stesso Maurizio Martina. Nessuna fretta, dunque. Anche perchè stando ai calcoli dei renziani sarebbero 39 su 52 i senatori che apporranno la loro firma in calce al documento di Guerini e 77 su 105 i deputati. Tanto basterebbe, viene spiegato, a “ribaltare le scelte della Direzione: qualsiasi fiducia a un governo Lega o M5s passerebbe comunque dalle aule parlamentari”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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