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Contro l’ agnosticismo

AgnosticoChi inaugurò l’agnosticismo religioso fu Protagora di Abdera (491/481- 411 a.C.), con questa frase famosa: “Riguardo agli dei, non ho la possibilità di accertare né che sono, né che non sono, opponendosi a ciò molte cose: l’oscurità dell’argomento e la brevità della vita umana” (Diogene Laerzio, IX, 51).

La sua prudente dichiarazione non gli evitò però, nella democratica Atene, un processo per empietà che gli costò la condanna all’esilio.

Tutte le sue opere furono bruciate sulla pubblica piazza. Oggi possiamo affermare con assoluta certezza che le divinità greche, gli dei dell’Olimpo, oggetto dei dubbi di Protagora, non esistono. Ne abbiamo la prova empirica: il monte Olimpo è stato scalato e perlustrato e non si è trovata traccia alcuna né di loro né delle loro abitazioni.

Chi ha coniato il termine “agnostico” è stato, nel 1869, Thomas Henry Huxley, impegnato nella difesa di Darwin contro le contestazioni dei creazionisti. Ciò permise a lui, come agli altri scienziati del tempo, di evitare di dirsi atei, definizione che allora poteva costare, oltre che la perdita della possibilità di svolgere la propria attività, anche la prigione. Huxley subì, è vero, attacchi feroci, ma evitò guai peggiori. Fu più fortunato di Protagora.

Il fatto è che le condizioni che impedivano al filosofo greco di esprimersi circa l’esistenza degli dei sono venute meno. La vita del singolo individuo è breve, ma quella della cultura è lunga: da allora sono passati più di ventiquattro secoli e l’argomento, per quanto complesso, è stato esaminato e sviscerato in tutti i suoi aspetti, giacché su di esso si sono affaticate le menti più acute e profonde dell’umanità. Le conclusioni cui è giunta questa lunga ricerca non possono essere ignorate ed esse permettono di dare una risposta razionalmente rigorosa al problema posto da Protagora.

Oggi sappiamo – ed è convinzione condivisa dalla stragrande maggioranza degli studiosi – che non esistono prove valide dell’esistenza di dio, giacché quelle addotte a tal fine (ontologica, causale o cosmologica, finalistica o del disegno intelligente) si sono rivelate fallaci e inconsistenti. Non mi dilungherò a criticarle ora perché la loro fallacia è ormai di dominio pubblico.

Si obietta che l’ateo non è in grado di dimostrare che dio non esiste. E indubbiamente è così. Non possiamo dire né che dio esiste né che dio non esiste. Agnosticismo. Quest’obiezione, che sembra dar ragione all’agnostico, è in realtà irricevibile. Innanzitutto perché affirmanti incumbit probatio (l’onere della prova spetta a chi afferma). Come in tribunale non è l’imputato a dover dimostrare la propria innocenza, ma è l’accusatore che deve provarne la colpevolezza, così nel nostro caso non è l’ateo a dover dimostrare che dio non esiste, bensì è il credente che deve provare la sua esistenza. E se non ci riesce, vuol dire che dio non esiste.

C’è di più. La richiesta di dimostrare che dio non esiste è inammissibile poiché è logicamente impossibile dimostrare in maniera incontrovertibile che qualcosa non esiste. E ad impossibilia nemo tenetur (nessuno è obbligato a fare ciò che non può). Come fai a dimostrare che le fate, gli elfi, gli gnomi, i vampiri… non esistono? E’ impresa disperata. 

E’ facile provare invece che esiste l’asino che vola: basta esibirlo. Come fai a escludere assolutamente che esso non svolazzi da qualche parte nell’universo? E’ impossibile. Non per questo una persona ragionevole si dichiara agnostica circa l’esistenza dell’asino che vola o circa l’esistenza di fate, elfi, gnomi… e via dicendo. O del Mostro Volante di Spaghetti. O della teiera di Russell.

L’agnostico invece ragiona così: non è possibile dimostrare con assoluta certezza che l’asino che vola non esiste, dunque non sappiamo se esiste o no. Dobbiamo sospendere il giudizio. Egli ingigantisce il dubbio fino a farlo diventare irrazionale e pone la verità (assai probabile) sullo stesso piano della falsità (molto improbabile). Naturalmente si comporta così solo in questo caso: se soffre di mal di testa, prende tranquillamente un’aspirina, anche se non c’è certezza assoluta che gli faccia passare l’emicrania. 

Quanto finora detto vale per la divinità astrattamente intesa. Quando parliamo del dio-persona delle religioni positive o storiche, possiamo con grande facilità dimostrare che esso non esiste, che è un’invenzione umana. Prendiamo il caso concreto del dio della religione cristiana, quella più diffusa in Italia. Il cristiano facilmente concede che tutte le divinità delle altre religioni siano idoli falsi e bugiardi inventati dagli uomini. L’unico vero dio è il suo. La sua posizione coincide perciò con quella dell’ateo, tranne che per il dio uno e trino: il cristiano afferma che esiste, l’ateo lo nega.

Ebbene non è per nulla arduo confutare l’esistenza di tale divinità. Essa possiede, per ammissione unanime dei credenti, almeno tre attributi infiniti: è onnipotente, è onnisciente, è infinitamente buona. Allora insorge l’interrogativo: si Deus est, unde malum? Se Dio esiste, da dove viene il male, quel male fisico e morale di cui facciamo esperienza tutti i giorni? Il problema è risolto da san Tommaso, il doctor angelicus, il maggiore dei teologi cattolici: “Se di due contrari uno è infinito, l’altro resta completamente distrutto”. Ora, nel nome di Dio, s’intende affermato un bene infinito. Ecco perché se dio esistesse, non dovrebbe esserci più il male. Viceversa nel mondo c’è il male. Dunque Dio non esiste.” (Summa Theologiae, I, q. 2, a. 3).

Già tre secoli prima della nascita di Cristo il filosofo greco Epicuro così argomentava: Dio non vuole il male ma non può evitarlo? Allora non sarebbe onnipotente. Può evitare il male ma non vuole? Allora non sarebbe buono. Può e vuole evitare il male? Allora perché il male esiste? Non può e non vuole evitarlo? Allora perché chiamarlo dio?

A queste obiezioni il cristiano risponde con la categoria del mistero, cioè con l’ammissione di non saper rispondere.

Il cristianesimo ha pure la pretesa di possedere l’autentica rivelazione divina (le altre, quelle esibite dalle altre religioni, sono ignobili falsificazioni umane). Santa Madre Chiesa, afferma il Catechismo, “ritiene sacri e canonici tutti interi i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio come autore” (105).

Si tratta di un’affermazione temeraria. Gli errori e gli orrori, le sciocchezze e le sconcezze, le falsità, le assurdità, le contraddizioni che farciscono il presunto libro sacro provano al di là di ogni ragionevole dubbio che la Bibbia non può essere opera del Perfettissimo e che essa pertanto non contiene la “Parola di Dio”. E’ un falso umano. “Propriamente letta – dice Isaac Asimov – la Bibbia è la forza più potente che l’ateismo possa concepire”. Qui mi fermo. 

Ciò può bastare per dimostrare che il cristianesimo altro non è che una favola mitologica costruita e affermatasi in tempi remoti dominati dall’ignoranza, dalla credulità, dalla superstizione e conservatasi nei secoli, come le altre religioni ambientali, grazie all’indottrinamento precoce della prole e alla protezione del potere politico. A questo punto il cristiano, qualora riconoscesse la validità delle critiche precedenti, privato della credenza nel suo unico dio, si verrebbe a trovare nella stessa condizione dell’ateo: non crederebbe in nessun dio.

Che cosa fa l’agnostico di fronte a tutte queste contestazioni? Dubita, è incerto, non prende partito; continua a ripetere, come se fossimo ancora al tempo di Protagora, che dio non esiste, ma potrebbe anche esistere. Qualcosa di simile dice anche l’ateo convinto, ma con una bella differenza! Richard Dawkins per esempio, denunciando la miseria dell’agnosticismo, afferma che egli non può sapere con sicurezza che dio non esiste, “perché la ragione da sola non può spingere alla convinzione assoluta che una certa cosa non esista”, e tuttavia ritiene molto improbabile (probabilità prossima allo zero) che Dio esista. “Sono agnostico riguardo a Dio – scrive – come lo sono riguardo all’esistenza delle fate in un angolo del giardino”. Insomma credere a dio o alle fate o a Babbo Natale è la stessa cosa. E’ questa la convinzione della maggior parte degli atei. 

Capisco che, stante il fatto che la maggioranza della popolazione mondiale è ancora succuba dell’illusione religiosa, è più facile e comodo non prendere partito, non compromettersi, trincerarsi dietro una vaga e ambigua cortina di dubbi e di “non so” – forse è anche più chic –, ma un simile atteggiamento mi sembra in questo caso non solo ingiustificato ma anche un po’ vigliacco.

Il credente può in nome della fede negare l’evidenza razionale e dire credo quia absurdum, ma come può chi fa professione di razionalismo sottrarsi all’evidenza delle prove che confutano l’esistenza di dio? Come può continuare a nicchiare, a non prendere posizione nella lotta che vede da un lato una rischiosa, minoritaria verità e dall’altro “la nostra più lunga menzogna”? Come può chi dice di battersi per la laicità dello Stato disertare la battaglia per l’emancipazione umana dall’impostura pretesca che è il fondamento di ogni clerocrazia? 

Anch’io perciò, come quel “cristiano vigoroso” citato da Dawkins, mal sopporto gli agnostici “insulsi, melensi, insipidi, fiacchi e scialbi nella loro neutralità”. Li ascrivo alla “setta” dantesca degli ignavi, dei pusillanimi “a Dio spiacenti e a’ nemici sui”. Amo pensare che, qualora esistesse, il Giudice Supremo nutrirebbe maggior rispetto per uno schietto e onesto miscredente che per un flaccido e opportunista agnostico. 

 

    Renato Testa

Scrittore UAER

http://www.uaer.it/2013/12/31/contro-l-agnosticismo/

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