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Corea, quel “marketing spirituale” dei cristiani

Cristiani coreani in preghiera(©LaPresse) Cristiani coreani in preghiera

Paolo Affatato
Roma

Una Chiesa che, grazie a un vigoroso “marketing spirituale”, punta a raggiungere il 20% di battezzati nella popolazione coreana entro il 2020 (lo slogan è “twenty-twenty”); ma che, intanto, registra un calo nella partecipazione alla messa domenicale. Una Chiesa che trova fedeli soprattutto nei quartieri ricchi e nella media borghesia, ma che rischia di lasciar fuori i poveri e gli emarginati. Una Chiesa chiamata a offrire risposte ai giovani, affascinati da modelli di consumismo e individualismo, come agli adulti, fra i quali crescono la depressione e il tasso di suicidi.

 

È l’affresco della comunità cattolica coreana – e delle sfide nel rapporto con la società – che, alla vigilia dell’arrivo di papa Francesco nel Paese, emerge dal colloquio di Vatican Insider con tre rappresentanti: la teologa cattolica Serena Kim Hae-Kyung; il missionario italiano Vincenzo Bordo, in Corea da 24 anni; Augustinus Lee Jeong-joo, prete diocesano di Seul, direttore delle pubbliche relazioni nella Conferenza episcopale coreana.

 

Per tracciare il volto della Chiesa in Corea oggi non si può che partire dalle cifre: in mezzo secolo, dal 1960 al 2010, i coreani del Sud sono passati da 23 a 48 milioni, i cristiani dal 2% al 30% (dei quali 11% cattolici). I fattori che hanno determinato tale articolata e complessa espansione sono tanti, alcuni di carattere spirituale, altri di tipo sociale, notano gli interlocutori di Vatican Insider. I Vescovi amano ricordare che, alla radice, c’è una Chiesa “fondata sul sangue dei martiri”. “Si parla di 10mila martiri e questo sacrificio sicuramente è diventato una benedizione per le generazioni successive di cristiani”, spiega Serena Kim Hae-Kyung, teologa e scrittrice. “Un grande balzo numerico – prosegue – si è avuto dopo gli anni ‘60-‘70. La Corea usciva da una guerra fratricida con il Nord e da una desolazione morale ed economica. La Chiesa cattolica in quegli anni, caratterizzati dalla miseria e da una dura dittatura militare, si è sempre schierata, con coraggio profetico, a fianco del popolo che soffriva e accanto ai perseguitati politici. Questo ha generato un profondo apprezzamento della Chiesa e dei suoi pastori e ha fatto emergere, lentamente, un richiamo al cristianesimo e ai suoi valori universali: pace, riconciliazione, amore, perdono, valori di cui la nazione aveva bisogno”.

 

L’evangelizzazione da allora va avanti con convinzione e anche con una certa dose di trionfalismo, nota Vincenzo Bordo, missionario degli Oblati di Maria Immacolata: “La Chiesa coreana si è data, come obiettivo pastorale, quello di raggiungere il 20% di cattolici entro il 2020. Conoscendo l’intelligenza, la volontà, l’entusiasmo dei coreani, la loro capacità di marketing – lo sviluppo internazionale delle industrie coreane lo testimonia – è possibile che accada. Molti sperano che la visita del Papa possa dare un impulso”. Ma c’è un rischio: “Il traguardo – rimarca il missionario – può diventare mera questione numerica perché ci si rende conto, intanto, del netto calo nella frequenza alla messa domenicale: oggi si attesta al 22%, mentre vent’anni fa era intorno all’80%”. Un segnale che la dice lunga: “Se la Chiesa coreana vuol crescere in qualità e in profondità di fede – è la sfida odierna – dovrebbe appropriarsi dei valori che il Papa con la sua visita metterà in luce: ripartendo dalla ‘Evangelii gaudium’ e dalla passione per i poveri”.

 

Qui si tocca un tasto dolente: “La Chiesa coreana sta imparando a vedere i poveri. Ma tutt’oggi rischia di presentarsi come una Chiesa dei ricchi e per i ricchi”, prosegue Bordo, che da 22 anni si occupa di ragazzi di strada, di barboni, anziani, emarginati. Dei cosiddetti “invisibili”, moltiplicatisi nella società coreana, paradossalmente, con il boom economico registrato dagli anni ’60 in poi. La rapida ascesa economica del Paese ha un rovescio di medaglia: ha lasciato molti anziani in estrema povertà, poiché la modernizzazione e la competitività hanno eroso il tradizionale “contratto sociale”, parte di una cultura permeata dal confucianesimo, per cui i figli si preoccupano dei loro genitori. Oggi lo fa solo il 37% delle famiglie e il Paese, nella classifica dei paesi industrializzati, detiene il triste record mondiale di anziani in miseria o abbandonati.

 

Bordo ha fondato 21 anni fa la “Casa di Anna” a Seongnam, nella diocesi di Suwon, un centro di accoglienza per “le nuove povertà”, che assiste anziani soli, ragazzi di strada, uomini senza fissa dimora, disoccupati. Per il suo impegno, il missionario ha ricevuto il prestigioso premio Ho-Am (il “Nobel coreano”), assegnato alle eccellenze nazionali in cinque categorie (scienze, medicina, ingegneria, arti e servizio alla comunità).

 

“La gente diceva: in Corea non ci sono barboni. La stessa comunità ecclesiale non capiva e non sapeva cosa fare”, racconta a Vatican Insider. Di qui l’esigenza di rivitalizzare la pastorale sociale in una grande metropoli, a partire proprio dalle periferie. In oltre vent’anni, Casa di Anna è divenuta una onlus, riconosciuta dal governo coreano. Offre assistenza a cinquecento persone al giorno, tentando di reinserirle nel tessuto sociale, anche grazie a un laboratorio di formazione professionale. “Nell’ultimo ventennio – rileva Bordo – le realtà istituzionali ed ecclesiali hanno iniziato a parlare di più dei poveri. Ma non vorrei che ‘l’effetto Bergoglio’ si avvertisse solo verbalmente. Il mio auspicio è: meno parole e più compromessi, cioè maggiore coinvolgimento, con iniziative concrete, per gli ultimi”.

Fonte

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